Una Sanremo diversa

Il solito tuffo al tramonto, la solita partita a ping-pong di fine giornata, i soliti saluti ai gestori dello stabilimento balneare dandosi appuntamento all’indomani e il solito tragitto per tornare a casa.

Un’altra giornata in Riviera è passata, ma siamo confusi. Più che confusione però, forse, è meglio parlare di disorientamento: infradito, costume da bagno, un velo di sale che ricopre la nostra pelle già più che scottata e quindi…Milano-Sanremo.

Già, cosa c’entra la “Classicissima” di primavera con tutto questo: con l’afa estiva, gli aperitivi in riva al mare, la gente che ritorna al proprio alloggio ombrellone in spalla e costume addosso?

Per un istante ci diciamo che non è reale, che è solo un sogno frutto dei mesi senza corse, senza attese spasmodiche, senza brividi concreti e palpabili emozioni. Eppure, dopo aver riordinato immagini e pensieri, non possiamo che arrenderci all’evidenza: è tutto vero, si è corsa la 111ª edizione della Milano-Sanremo e noi, dopo mesi di distanziamenti, timori e forzate reclusioni, ne abbiamo applaudito il passaggio.

È straniante rifletterci mentre gli ultimi raggi di sole filtrano in mezzo alle palme e piatti fumanti di spaghetti alle vongole vengono serviti sui tavoli dei ristoranti che lambiamo camminando verso casa. Forse questo strano effetto di spaesamento sarebbe stato più leggero vedendo passare corsa e corridori su quelle strade da loro solcate fin quasi dalla notte dei tempi, quelle di Pavia, di Ovada, del Passo del Turchino e infine dell’Aurelia che anche stasera attraversiamo circondati da un nugolo di zanzare sempre più aggressive.

La Milano-Sanremo 2020 sarebbe dovuta transitare da qua, su quest’asfalto che una volta all’anno si trasforma nell’arena dei maggiori campioni delle due ruote. Si era parlato di corsa della rinascita, di primo grande evento sportivo internazionale, del fantastico scenario della Riviera d’estate affollata di persone che sarebbero accorse curiose direttamente dai bagnasciuga ad incitare, applaudire o anche solo ammirare quegli atleti dalle gambe possenti infinitamente appassionati del loro lavoro.

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Non è stato questo, però, lo sfondo della gara vinta superbamente in volata da Wout Van Aert, primo belga a imporsi sul traguardo della città dei fiori da Andrei Tchmil nel 1999. Le proteste da parte dei pretestuosi sindaci del savonese hanno cancellato il disegno celestiale che in molti si erano prefigurati, obbligando gli organizzatori ad elaborare quasi in extremis un piano B riparatore che si è tradotto nella più lunga edizione (305 km più 10 di trasferimento prima del via ufficiale) di questa classica monumento. La prima senza un metro di percorso nelle province di Genova e Savona.

Autostrade intasate, logistica dei parcheggi lungo la SS.1, pericoli di assembramenti e mancanza di personale adeguatamente formato per garantire il presidio di incroci e il mantenimento dell’ordine pubblico hanno dunque obbligato la Milano-Sanremo a girare al largo della Liguria, andando ad esplorare così strade, vallate e salite quasi inedite per il grande ciclismo.

Scappando da chi, con risoluta ostinazione, si è opposto al suo passaggio senza voler provare a trovare un compromesso o una soluzione, la Classicissima e il messaggio di speranza di cui si è fatta portatrice sono andati a bussare ad altre porte trovando un interesse sincero e una risposta genuina.

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È così che Garessio, comune della Alta Val Tanaro dove siamo stati “costretti” a emigrare per avere una fugace ma concreta visione di coloro che per mesi abbiamo ammirato virtualmente dietro lo schermo del nostro smartphone, ha accolto il transito della corsa. La gente del posto, scossa dalla portata dell’evento, si è riversata in strada autenticamente sorpresa e curiosa per la novità che li avrebbe investiti. Dotate dei dispositivi di sicurezza del caso, sui volti di tutte le persone in vibrante attesa sul ciglio della strada si è intravisto un sottile velo di orgoglio e contentezza unito, in diversi casi, alle titubanze legate a come comportarsi in occasioni del genere.

“Ma cosa gridiamo? Applaudiamo e basta?” han domandato alcuni bambini ai genitori. “Abbiamo delle bandiere o dei palloncini? Se andiamo in TV che figura ci facciamo!” hanno esclamato alcuni negozianti. C’è stato poi chi, sfrecciando il plotone variopinto sotto i propri occhi, si è limitato a sorridere e chi, seduto a un tavolo di legno con un salame mezzo affettato in compagnia degli amici di una vita, si è alzato dal convivio con il bicchiere di rosso in mano per salutare e ammirare dal vivo quei corridori da sempre scorti in televisione.

Molti han cercato con lo sguardo Nibali, altri semplicemente si son limitati a un energico “Dai” non conoscendo nessuno dei ciclisti in gara. Poco importa che non abbiano visto la pedalata pimpante di Alaphilippe o la faccia affaticata di Viviani: la gente di Garessio era felice di scorgere tra le proprie case quel serpentone colorato, di vedere coi propri occhi quella corsa così rinomata e di provare quella fugace ma intensissima emozione data dall’esserci, dall’essere riconoscibili e visibili in tutto il mondo.

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È questo che il ciclismo, uno sport che passa sotto le case delle persone e volente o nolente le attira in strada (altro che utopistici divieti di assistere al passaggio), inevitabilmente provoca: si tratta quasi di una sorta di benedizione laica e chi la riceve non può non provare (ovviamente se è ben disposto) vera gratitudine. Sono secondi di gioia irrefrenabile e allegra irrequietezza quelli che si vivono sul palcoscenico di corse così importanti: all’improvviso ci si ritrova a essere attori non protagonisti di una pellicola per cui non si era stati scritturati e, senza motivo apparente, si sente la necessità di fare qualcosa per non stare in scena con le mani in mano.

Poi d’un tratto tutto svanisce e si trasforma in un piacevole ricordo che subito vorresti rivivere. Così è accaduto anche a Garessio dove famiglie, anziani e semplici avventori hanno sciolto le fila e sono tornati immediatamente alla quotidianità del loro sabato di agosto, non senza confrontare punti di vista e sensazioni in un raggiante vociare di “Tu l’hai visto quello?” e di “Ma quanto andavano? E che bici avevano? Wow!”.

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La Milano-Sanremo ha portato quest’incanto in molte terre che mai o molto raramente lo avevano vissuto e la spontaneità dell’accoglienza ricevuta è stata memorabile. Anche a Ormea, Bagnasco, Ceva e in altre località della Lomellina, delle Langhe e del Monferrato la palpitante magia del ciclismo ha finito per coinvolgere tutti e si è tradotta in un immenso e virtuale abbraccio ai corridori nella loro marcia verso la sezione decisiva e tradizionale di una Classicissima che, per una volta, di classico ha avuto davvero poco.

Photo credit: @KRAMON

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