Mattia Viel: il viaggio è la metafora della vita

“Schietto” è un termine di derivazione gotica (slaiths) che generalmente, nella sua accezione primaria, veniva usato per indicare qualcosa di semplice, attributo che si accosta perfettamente alla personalità di Mattia Viel, venticinquenne torinese portacolori dell’Androni Giocattoli-Sidermec. Residente a Gassino, poco distante dal capoluogo piemontese, Mattia è un ragazzo che trasuda genuinità e franchezza, non si fa problemi ad aprirsi e a confidare pensieri e opinioni personali come, allo stesso modo, non si tira indietro quando c’è da ripercorrere una carriera che, fino ad oggi, paradossalmente è stata tutt’altro che lineare.

In un primo momento la bicicletta, il sudore e il pigiare sui pedali sono stati i mezzi più salutari per superare una perdita (quella della madre) di fronte alla quale sarebbe stato facile smarrirsi. Solo in seguito sono diventati inseparabili compagni di viaggio, onnipresenti al suo fianco assieme a un’indole naturalmente curiosa e a una mentalità fresca e aperta. Con questo spirito Mattia, studente di lingue, non hai mai smesso di coltivare il desiderio di diventare un corridore professionista, ambizione che l’ha fatto viaggiare in lungo e in largo per l’Europa (due anni nel vivaio dell’AG2R in Francia e una stagione alla Holdsworth in Inghilterra) e lo ha portato a superare ostacoli e imprevisti che più volte hanno rischiato di comprometterne seriamente il cammino. Tra il 2015 e il 2018 infatti ogni qual volta Mattia è parso approdare in un porto sicuro, improvvisamente si è trovato a far fronte a burrasche impreviste.

Archiviata l’esperienza oltralpe (“Il tipo di gare che si facevano erano davvero poco adatte a me e il loro progetto era rivolto alla ricerca di buoni scalatori e a scoprire il potenziale nuovo Bardet”), Viel è tornato in Italia per correre due anni con la Unieuro Trevigiani, “una società storica” dove si imbatte, tra gli altri, in corridori del calibro di Finetto, Malaguti e Malucelli. Trascorsa la prima stagione a tirare volate, nella seconda trova un po’ più di spazio per mettersi in mostra e assicurarsi così il rinnovo con una formazione che in teoria, secondo i progetti dell’epoca, doveva passare nella categoria Professional.

Un giorno però Rossato ci ha chiamato informando me e tutti gli altri élite che l’anno seguente, per motivi di budget e di alcuni sponsor che avevano fatto marcia indietro, la squadra avrebbe fatto solo attività a livello Under23. In pratica sono rimasto a piedi”. Mattia però, di fronte a una situazione affatto felice, non si ferma: continua a pedalare e aspetta. È proprio durante un allenamento che riceve a sorpresa la chiamata dell’amico Seid Lizde (coetaneo e compagno nelle fila della Nazionale juniores sia su pista che su strada) che lo conduce nel Regno Unito l’anno successivo, un’esperienza che tuttavia ben presto assume contorni deludenti costringendolo ad esplorare nuove strade. Mattia allora riscopre, o meglio, si rifugia nella pista che tanto gli ha dato in passato (presente ai Mondiali di Glasgow nel 2013) e grazie agli spunti nelle Sei Giorni riesce a rientrare tra le fila dell’Androni con la quale aveva già svolto uno stage nel 2015. Nuovamente in prova, Mattia mette in gioco tutta la sua voglia e convinzione, qualità che gli consentono di firmare a fine 2018 un biennale con la squadra di Gianni Savio e trovare finalmente un lido tranquillo. Il primo anno con la compagine bianco-rossa lo spende tra “menate” vento in faccia e fughe coraggiose, animando con il suo piglio da combattente varie corse in Spagna, Francia, Venezuela e Cina. Il suo fisico, al termine di un’annata decisamente intensa, si trasforma al pari della consapevolezza nei propri mezzi e del suo ruolo in squadra. Tutto allora sembra apparecchiato per un promettente 2020 ma la pandemia e il conseguente stop al calendario fermano le ambizioni e le aspettative di tutto il gruppo. Ora però, dopo oltre cinque mesi, la carovana sta per rimettersi in marcia e anche Mattia, tra un allenamento in altura e l’altro, è deciso più che mai a riprendere quel filo interrottosi così bruscamente nelle fredde giornate di inizio marzo.

Ciao Mattia, innanzitutto come stai? Dopo settimane sui rulli hai ripreso come tutti ad allenarti all’aperto: come sta procedendo la tua preparazione?

Nonostante il lockdown sia stato duro per tutti, personalmente credo di esser riuscito a fare le cose per bene e che, alla fine, il periodo appena affrontato mi abbia aiutato a crescere. Non ho passato le mattine a pensare a cosa si potesse o non si potesse fare ma mi sono concentrato su (poche) cose positive in modo da andare avanti e procedere in un determinato modo. Avendo più tempo a disposizione mi sono dedicato ad attività che prima non avevo tempo di fare come leggere, passare tempo con la famiglia, pulire casa e cucinare (ho sperimentato ricette particolari legate al mondo vegan e gluten free che a me piacciono parecchio). Ho avuto poi modo di curare di più i social, riallacciare i rapporti e i contatti con persone che avevo un po’ perso e, soprattutto, seguire un piano di allenamento con un mental coach che mi ha aiutato tantissimo a svagarmi e a mantenere la giusta mentalità. La testa infatti è stata importantissima ed è anche grazie a questa se non sono aumentato di peso e se sono riuscito a lavorare bene, sensazioni confermate di recente dai dati dei test che abbiamo fatto in squadra: pur con poche settimane di allenamento nelle gambe, la plicometria è identica a prima che ci fermassimo e i parametri sono tra i migliori che abbia mai registrato in Androni. Sinceramente non me lo aspettavo ma evidentemente sto raccogliendo i frutti di quanto ho seminato in questa fase e di ciò non posso che essere contento.

Sarà una stagione iper-concentrata: qual è il tuo pensiero sul nuovo calendario 2020?

Se vogliamo dare una mano a questo sistema e a un mondo andato in crisi come quello del ciclismo, penso che noi corridori in primis dobbiamo avere interesse a riprendere e, di conseguenza, dobbiamo adattarci il più possibile. Siamo atleti professionisti e questo lo reputo un grande privilegio. Non ci viene chiesto di passare venti ore in fabbrica da fine luglio a ottobre ma di correre, avere la possibilità di girare nuovamente il mondo e fare quello che ci piace. Ovviamente poi siamo uomini e non dei semplici numeri per cui chi sta ai vertici non deve pensare di trattarci come tali: ci sono squadre con una rosa in grado di coprire tutte le corse e altre no. In ogni caso, sebbene sarà una stagione molto intensa e stressante perché usciamo da tre mesi durissimi sia mentalmente che fisicamente, correremo per il nostro interesse, per dare più visibilità a noi (tanti saranno in scadenza) e ai nostri sponsor. Questo vale soprattutto per le squadre più piccole e con budget inferiori a quelli delle World Tour o di alcune Professional. Noi come Androni, per come abbiamo affrontato il lockdown, son sicuro che riusciremo a dare un senso a questa stagione particolare. Dal mio punto di vista, sono uno dei primi a voler correre e probabilmente la situazione farà sì che abbia qualche carta da giocarmi in più in Italia e in Europa, disputando magari corse prestigiose come Strade Bianche e Milano-Torino. Forse sono troppo ottimista e tendo a vedere il bicchiere mezzo pieno ma ben venga che si possa correre e che ci siano gare da disputare piuttosto che saltarne molte o tutte. Toccherà alle squadre smistare con intelligenza i corridori in questo periodo che si preannuncia molto duro.

A proposito di Milano-Torino, tu sei nato e cresciuto nel capoluogo piemontese: quanto sei legato e cosa rappresenta per te questa città?

Son molto legato alla città di Torino perché, sebbene oggi viva a Gassino Torinese, è il luogo dove sono nato, cresciuto, dove ho fatto la scuola e dove ho i miei amici. A parte questo, Torino è una città che mi piace molto per come è strutturata e per il fatto che non è caotica come invece può essere Milano. Mi capita spesso di andare in città a fare due passi per rilassarmi e passare per quartieri molto tranquilli come la Gran Madre o la zona di Piazza Vittorio. Poi ovviamente c’è la Milano-Torino, una corsa che sono andato a vedere fin da bambino. Quando ancora ero a scuola mi ricordo che l’arrivo era in Corso Casale e, mentre tutti si lamentavano perché avrebbero chiuso le strade, io non vedevo l’ora che arrivasse quel giorno per uscire prima e vedere il passaggio. È sempre stata un sogno ma negli ultimi anni l’hanno resa durissima con la scalata di Superga. Se il tracciato fosse rimasto lo stesso, quest’anno molto probabilmente non l’avrei fatta ma il recente cambiamento di percorso e l’arrivo a Stupinigi mi danno qualche possibilità in più di disputarla. Farò di tutto per esserci. Avere la chance di prendere parte a una corsa del genere a cui ti senti profondamente legato rende più facile fare sacrifici e faticare in allenamento.

In carriera però ti sei spostato parecchio visto che, nelle precedenti stagioni, ti sei trasferito in Francia e poi in Inghilterra: cosa ti ha spinto a guardarti sempre intorno e a non chiudere a priori le porte ad opportunità estere?

Ho sempre avuto la passione per i viaggi e mi è sempre piaciuto scoprire cose nuove, ascoltare le persone, conoscere, confrontarmi…Questo mi ha portato ad avere una mentalità più aperta rispetto ad altri che magari preferiscono frequentare sempre lo stesso giro di persone e gli stessi posti. Non è un caso che abbia studiato lingue e che così sia riuscito ad avere contatti con più persone, eliminando quella barriera che in molte situazioni impedisce di avviare una conversazione. È così che, dopo i Mondiali juniores in pista a Glasgow, ho avuto un contatto con la AG2R e ho scelto di vivere l’esperienza all’estero continuando l’università piuttosto che restare nel giro della Nazionale e andare in Colpack o Zalf. Mi sono trasferito pensando che quell’esperienza, le corse col vivaio dell’AG2R e i due anni di lingue in Francia, l’avrei portata nel cuore per sempre e così è stato sebbene questo mi sia costato la maglia azzurra a cui tenevo davvero tanto. Ecco, questo è uno dei rimpianti più grandi. Ricordo infatti che, a differenza di altri, ero felicissimo di andare a Montichiari e trovarmi a preparare un Mondiale o un Europeo. In Inghilterra, successivamente, sono approdato grazie all’amicizia con Seid Lizde (ex Colpack, primo a un Gran premio Liberazione e stagista all’UAE) che mi ha segnalato alla Holdsworth, squadra che cercava un altro italiano da inserire in un progetto che pareva interessante, dal un buon budget e in cui tutto era studiato alla perfezione. Lì mi sono trovato ad avere attorno ragazzi di dieci nazionalità diverse tra cui il figlio di Thurau e Downing ma, senza praticamente fare un team camp assieme, è stato difficile trovare subito la giusta sincronia e fare risultato. In più, il direttore del team credeva di avere in mano un giochino tant’è che, stufato dal fatto che i risultati e gli inviti alle corse importanti facevano fatica ad arrivare, questo prima ha detto che per un po’ non si sarebbe corso più, poi ha iniziato a dimezzare il budget. Difatti a metà stagione tutto si è arrestato e a quel punto, per puntare a uno stage e mettermi in mostra in qualche modo, ho deciso di riprendere a fare pista.

Ecco, qual è il tuo rapporto con la pista?

La pista è un qualcosa che è e rimarrà sempre nel mio cuore. È stata il mio trampolino di lancio e, successivamente, il mio appiglio in un momento difficile. È stato infatti anche grazie ai Mondiali di Glasgow se sono approdato nel vivaio dell’AG2R e se poi, tornando a quel 2018, sono riuscito a farmi vedere dall’Androni. L’estate di quella stagione, dopo un periodo di preparazione a Livigno assieme al mio compagno australiano Nick Yallouris, ci siamo iscritti alle Sei Giorni di Fiorenzuola e Torino. Qui in particolare, nonostante il livello fosse davvero alto (c’erano coppie come Akhramenka-Tsishkou e Semon-Kneisky), sono andato sempre più forte finendo per vincere la manifestazione ma la fortuna è che in quei giorni sia Savio che Ellena siano venuti a vedermi. Dopo poco ho iniziato lo stage in Androni e a fine anno, avendo corso bene in Francia e in Cina, ho avuto la possibilità di firmare un biennale, concludendo quindi in maniera splendida un’annata poco promettente che, dopo esser rimasto scottato dall’esperienza alla Holdsworth, poteva portarmi anche ad appendere la bici al chiodo. Dunque, devo tanto alla pista per cosa mi ha dato, per come mi ha fatto crescere e per quanto mi ha fatto divertire. Spero, allo stesso modo, di aver dato anch’io qualcosa alla pista con la mia passione e la mia presenza nei velodromi. Più di una volta sono andato a eventi in pista cercando di avvicinare i ragazzi e provando a fargli capire quanto possa essere utile. Per questo sono stato testimonial del velodromo di Torino e per lo stesso motivo ho voluto che il centro che sto aprendo con la mia compagna fosse vicino alla pista di San Francesco al Campo così da poterci eventualmente portare le squadre giovanili. Ci tengo a dare il mio contributo alla pista italiana perché vedo cosa sono capaci di fare all’estero nei velodromi e nelle Sei Giorni come quelle di Gand e Londra. Il mio sogno, un giorno, è vedere in Italia manifestazioni come quelle. A livello personale, nel frattempo, se avrò l’opportunità di partecipare a qualche evento lo farò.

Vivi con molta partecipazione la tua professione. Cos’è dunque per te è la fuga?

È un dato di fatto che il ciclismo negli ultimi anni sia sempre più basato su test, numeri, dati, valori e watt. Io però mi sono appassionato al ciclismo guardando le imprese di una volta e mi sento particolarmente legato al lato romantico ed eroico del ciclismo. Per me dunque andare in fuga e attaccare senza fare troppi calcoli è emozione perché, seppur solo per alcune fasi di gara, riesci a farti vedere invece di essere uno dei tanti. Mi vengono ancora in brividi se ripenso a certi momenti in Belgio, l’anno scorso, quando mi sono trovato a percorrere in testa alcuni giri di un circuito sul pavé: quelli sono momenti speciali perché senti che gli incitamenti della gente sono rivolti proprio a te. Quando sei in fuga non sei uno dei 200 del gruppo ma hai le telecamere addosso, il tuo nome passa in sovraimpressione in tv, i telecronisti ti nominano: penso spesso a queste cose quando sono in avanscoperta e, secondo me, sono proprio queste che ripagano tutti i sacrifici fatti negli anni precedenti sia da te che dai tuoi amici e famigliari. Un giorno, nel caso in cui mio figlio sia professionista nel suo sport, mi piacerebbe che fosse un attaccante e che si facesse vedere: sai che emozione essere sul divano e vedere il suo nome? Oggi ho la fortuna di essere in una squadra in cui la fuga è sempre ben accetta e in cui, quando riesci a prenderla, ricevi sempre i complimenti all’arrivo da parte dei direttori. È bello sentire la loro fiducia e quanto contino su di te per questo ruolo. Non è un compito facile perché andare e stare in fuga non è come correre in gruppo, si fanno delle medie paurose e se l’arrivo è in salita, una volta che ti riprendono, magari ti stacchi e tagli il traguardo dopo dieci minuti. A me questo non dispiace. Non mi scoccia affatto andare in fuga, tirare ed essere ripreso: c’è bisogno di uno che fa le cose al meglio e muore sulla bici perché è attaccato alla maglia che indossa e vuole comunque contribuire nel portarla alla vittoria. C’è chi non è un campione e tira al 70% per poi fare il piazzamento ma questo non serve a niente. Credo invece che si possa migliorare anche mettendosi a disposizione, tirando in testa al gruppo e andando in fuga per 160 km a 40-45 km/h. Io ora lo sto facendo e sto continuando a crescere, rimanendo coi piedi per terra, seminando con pazienza e professionalità e facendo sacrifici: sono convinto che, in questo modo, prima poi il mio impegno verrà ripagato e qualcosa di buono verrà fuori.

Qual è la cosa che ti ripetono più spesso Savio e i tuoi direttori sportivi?

Il motto di Savio è “cattivi e determinati”. Può sembrare quasi scontato ma detto da lui, col suo tono di voce è un qualcosa che ti rimane dentro e che ricorderò anche in futuro. Lui non è un semplice direttore sportivo o un semplice team manager: in quelle parole vedi veramente la passione e la cattiveria che cerca di trasmetterti. Ha una grinta incredibile per l’età che ha. Ogni anno fa tutta la trasferta in Sudamerica passando dalla Vuelta Venezuela alla Vuelta al Tachira, da San Juan al Colombia: se è stressante per noi vivere quelle giornate tra aerei, voli, scali, pranzi in aeroporto, taxi puoi immaginare quanto lo sia per lui. Ovviamente non è da solo. Ogni direttore sportivo ha le sue caratteristiche e il suo carisma: Ellena, Cheula, Canciani e Spezialetti sono tutti ottimi tecnici e ottime persone ed è bello che ognuno dia direttive a modo suo e con sfumature diverse. Per questo, ad esempio, trovo che le riunioni pre-gara siano momenti bellissimi e utilissimi per la mia crescita.

Viaggiare e spostarsi per te sembra essere quasi una ragione di vita. Che sensazioni suscita in te il viaggio?

Il viaggio per me è la metafora della vita. Ogni volta che parti per un viaggio torni con un incredibile bagaglio di esperienze fatte, momenti vissuti e persone conosciute. Tutto ciò ti arricchisce a livello personale e fa sì che, una volta rientrato a casa, tu non sia come un piccolo libro di cento pagine ma piuttosto un vero e proprio romanzo da leggere. Realizzo quanto sono fortunato a vedere certi posti, a vivere certe avventure e ad aggiungere pagine a questo libro solo quando vedo le reazioni delle persone a cui le racconto. Chiariamo: amo la natura ma non faccio cose estreme partendo e andando in mezzo al nulla. Non ho bisogno di quel tipo di viaggio. Viaggiare per me significa visitare nuovi luoghi, conoscere nuove persone, stare in compagnia, entrare a contatto con nuove lingue e nuove culture. È così che rendo il mio libro più ricco, più lungo e più interessante. Il mix di esperienze fatte, incontri e scoperte sul posto, inoltre, ti danno i mezzi per muoverti in autonomia, plasmare il tuo carattere e formare le tue opinioni: quando tocchi con mano come stanno le cose, vivendo in un certo luogo e relazionandoti con certe persone, comprendi davvero quale sia la realtà delle cose e non ti fai ingannare da ciò che dicono le tv o i giornali. Spero davvero di continuare ad aggiungere più pagine possibili al mio libro e arrivare un giorno, quando sarò più vecchio avrò raggiunto il mio equilibrio familiare, a raccontare tutti gli avvincenti capitoli vissuti in precedenza.

Qual è la meta più bella che visitato e quella che ti piacerebbe visitare in futuro?

Non sono solito fare vacanze a fine stagione perché arriviamo sempre molto tirati e solitamente, in quelle poche settimane lontano dalle competizioni, preferisco godermi casa e dedicare del tempo a chi ho visto poco durante l’anno come i miei amici e la mia famiglia. Quest’anno, tuttavia, per la prima volta, approfittando del fatto che la mia compagna abita in Sud Africa, ho colto la palla al balzo e sono andato laggiù. Ebbene, sia perché ero con una persona del posto sia perché finalmente non dovevo pensare alla bici, per la prima volta sono riuscito a staccare davvero la spina per sette giorni e a godermi una settimana piena tra Johannesburg, safari, albe e tramonti fantastici. Niente di paragonabile a quando si viaggia con la squadra: in quelle situazioni, anche quando faccio dei giretti con la GoPro in mano o convinco qualche compagno ad andare in qualche ristorantino locale, è difficile approfittare fino a fondo dell’esperienza perché spesso uno ha altre cose in testa e pensa già a cosa lo aspetta dopo. In Sud Africa invece sono riuscito a ricaricare le batterie al 100% e ho visto posti spettacolari col vantaggio di avere al mio fianco una persona locale. È stato il viaggio più bello della mia vita. Per il prossimo sto valutando alcune mete che mi piacerebbe vedere come le Filippine e la Giordania, posti che ti connettono con il mondo, con la terra, che ti danno benessere e in cui riesci a trovarti in pace con te stesso.

La corsa dei tuoi sogni?

La corsa dei miei sogni è sempre stata la Parigi-Roubaix perché è quel tipo di gara, come la Strade Bianche, dove per certi versi si torna al ciclismo di una volta, quello non fatto solo di watt e numeri (necessari per vincere) ma anche di imprevisti e crisi improvvise. Sono corse che costringono sia il corridore che lo spettatore a casa a stare sul pezzo, vigile e attento per tutta la durata della gara. Se piove, ad esempio, non è come su asfalto dove se lanci una biglia questa va avanti tre chilometri. Sono uno a cui gasa vedere le facce sfinite e sporche dei corridori all’arrivo e non lo dico da tifoso. Magari ho una visione un po’ contorta di questo sport, però trovo noioso a volte il fatto che sia tutto calcolato. Per fare un esempio, durante il lockdown ho rivisto la tappa del Giro d’Italia vinta da Rujano a Sestriere dove Di Luca, ad un certo punto, è stato preso dai crampi. Oggi cose così non capitano più perché, conoscendo tutto di te, alla radio ti dicono di spingere un certo numero di watt, di mangiare una determinata cosa a un certo orario e se segui queste istruzioni è impossibile andare in crisi. Una volta questo sport era molto più imprevedibile ma, nonostante questo, io ad esempio continuerò ad andare in fuga e a sognare che il gruppo non ci riprenda. Poi accadrà che non sarò in giornata e arriverò ultimo del mio gruppetto o magari vincerò, ma ci proverò sperando che accada quello che è successo al Giro dello scorso anno nella tappa vinta da Damiano Cima. Lasciando per un momento da parte i sentimenti e la Roubaix, a livello professionale l’altra gara alla quale mi piacerebbe prender parte è proprio la Corsa Rosa perché nessuna gara ti garantisce la visibilità che ti possono dare 21 giorni di dirette tv, occasioni in cui hai la possibilità ogni volta di buttarti in fuga e far parlare di te e della squadra.

Domanda particolare: baratteresti una partecipazione alla Roubaix con un successo in tutti i continenti?

Senz’altro. A volte bisogna mettere da parte le ambizioni e i sogni personali e so che successi del genere mi aiuterebbero ad assicurarmi il contratto anche per gli anni a venire. Il mio desiderio, infatti, è che il ciclismo non sia solo un’esperienza momentanea ma un lavoro duraturo, una professione che consenta di portarmi la pagnotta a casa, di pensare al futuro della mia famiglia e dei progetti che ho con la mia compagnia. Ora, ad esempio, sto aprendo assieme a lei un centro di preparazione, riabilitazione, fisioterapia e bike tour in provincia di Torino. Insomma, ho un piano B e anche un piano C ma senza il ciclismo sarebbe difficile realizzarli per cui, su quelle ipotetiche vittorie ci metterei subito la firma.

Hai un idolo in bicicletta?

Tom Boonen è sempre stato il mio corridore di riferimento per classe, professionalità, caratteristiche e tipo di vittorie. Sono cresciuto guardando le sue imprese e trovarmi nello stesso ordine d’arrivo a San Juan durante il suo ultimo anno da professionista è qualcosa che mi porterò nel cuore per tutta la vita.

Hai iniziato a correre trascinato e ispirato da tuo padre. Qual è il consiglio più prezioso che hai ricevuto da lui e quello invece che ti ha dato tua madre?

Ho iniziato a correre in bici perché mio papà è stato dilettante e poi amatore. Mi piaceva vederlo uscire vestito con il completo da bici e tornare a casa con dei mazzi di fiori e così, come spesso accade tra padre e figlio, ho iniziato a vederlo come un mito e a voler assomigliare a lui. Il consiglio più importante che mi ha dato è stato “credi sempre in te stesso”, dicendomi che chi semina alla fine raccoglie. Questa frase mi è rimasta impressa nel cuore e spesso, quando sono all’estero, dopo una giornata storta o anche un’esperienza negativa, ci penso. Il nostro rapporto è diventato più intenso quando a 10 anni è mancata mia mamma. Al tempo giocavo a calcio nel Gassino (che tra gli altri ha lanciato Bertotto) ma quando ho perso mia madre ho capito che quello non era il mio ambiente e che il ciclismo invece, pedalando e facendo fatica, mi aiutava molto di più ad affrontare questa perdita importante. Sfogando la rabbia che avevo dentro sono passato tra le varie categorie e ho deciso di proseguire. Di mia madre, più che un consiglio, conservo le sue ultime parole: “Mattia, stai composto a tavola e mi raccomando a scuola”. Quelle semplicissime parole col tempo le ho fatte mie e sono diventate le mie linee guida. Mia madre era davvero una donna di classe, intelligente, sapeva parlare sei lingue e dopo anni di studio era diventata direttore marketing alla Lavazza. Con il suo “stai composto a tavola” ha voluto dirmi di continuare a coltivare quel rispetto, quelle maniere e quei valori che l’avevano portata ad essere una donna rispettata da tutti sia a livello lavorativo che fuori. Quello che invece mi ha detto sulla scuola ha sempre rappresentato una spinta personale per continuare a studiare e, in questo modo, renderla orgogliosa di me. Le sue parole mi hanno sempre accompagnato durante la mia crescita. È così che sono maturato e, pur soffrendo, sono diventato quello che sono oggi. A differenza di altri ragazzi che, dopo aver perso un genitore, son diventati mezzi delinquenti a causa del contraccolpo, io non mi sono mai pianto addosso e sono fiero di esser potuto crescere con l’esempio e le belle parole dei miei genitori in testa.

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