Ciclismo e illustrazione: l’esperienza di 2BROS

Quattro mani che disegnano, quattro gambe che pedalano. Sono quelle di Luca (27 anni) e Andrea (23 anni) e assieme, unendo sforzi e intenti, dal 2016 formano 2BROS Creative.

Partita sulla scia delle scorribande in sella nei dintorni della loro città natale (Vicenza), questa realtà artistica vive sull’entusiasmo di due fratelli biker che nel corso degli ultimi anni, tra ritratti minimal e progetti con alcuni noti brand del settore, grazie a uno stile essenziale e dinamico fatto di geometrie e forti scelte cromatiche sono riusciti a ritagliarsi uno spazio sempre più considerevole nell’ambito dell’illustrazione sportiva e non solo.

Pur dividendosi compiti e responsabilità (Andrea è la mano, Luca il cervello amministrativo e incaricato della colorazione), come buoni compagni in fuga, i due hanno sempre proceduto di comune accordo, fondendo le proprie personalità e formando, collaborazione dopo collaborazione, un’unica entità che tracima di cordialità, precisione e passione.

È questo che traspare entrando in contatto con loro e dialogando a 360 gradi sull’esperienza maturata come illustratori fino ad oggi, dai promettenti inizi all’ultimo lavoro per SenzaGiro.

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Da dove e come nasce 2BROS? 

Andrea: Non ho mai pensato di fare l’illustratore come lavoro anche se mi è sempre piaciuto disegnare. Tutto è nato nei primi 2-3 anni dopo la scuola superiore quando non sapevo che fare e stavo valutando di iscrivermi a un corso di web design. È allora che un illustratore della zona mi ha proposto di andare a lavorare nel suo studio e imparare ad utilizzare gli strumenti del mestiere. Lavorando lì e dandogli una mano, nel frattempo, mi sono ritagliato anche lo spazio per buttar giù qualche progetto personale. La prima cosa che mi è venuta in mente, essendo io e mio fratello ciclisti, è stato pensare a qualcosa di personalizzato e stilizzato da attaccare sul telaio delle bici e così mi è venuta l’idea di fare un piccolo ritratto col nome. Dal realizzare il nostro sono passato a fare quelli di amici e poi, conoscendo tante persone tra gare e allenamenti, grazie al passaparola a Vicenza la voce si è sparsa e da lì ho cominciato ad allargarmi (al tempo ero ancora da solo). Allora, da buon economista, mio fratello (che doveva finire la laurea) mi ha offerto di darmi una mano gestendo i clienti, aprendo una pagina Facebook e dando un tono più professionale alla cosa. Così nel 2016 abbiamo iniziato a lavorare insieme ed è nata ufficialmente 2BROS. Insieme abbiamo proseguito coi ritratti minimal che nel giro di pochissimo tempo hanno preso sempre più piede e hanno permesso di farci conoscere nel mondo del ciclismo sia a livello amatoriale che professionistico. Grazie a questi siamo entrati in contatto con alcuni art director e abbiamo iniziato lavorare direttamente anche con brand del settore come NamedSport, Castelli e Maratona dles Dolomites. Tutto, dunque, è cominciato da questo prodotto che, da appassionati di ciclismo, è quello che abbiamo sempre offerto e offriamo al ciclista. In realtà però non ci limitiamo solo a questo. Noi facciamo illustrazione. Cosa significa? Che coi nostri lavori possiamo anche rivolgerci a mondi diversi e a un pubblico più vasto, da quello dell’editoria a quello dell’abbigliamento.

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Luca: Anch’io, almeno fino a settembre 2016, non ho mai immaginato che questo potesse essere il mio futuro, specialmente avendo iniziato nel 2013 il Corso di laurea in Economia e Commercio a Vicenza. Fin dall’inizio ho apprezzato il lavoro di Andrea ma, non sapendo dove potesse trascinarlo la sua passione, non riuscivo a vedere come stare al suo fianco. È stato lui poi che ha saputo trascinarmi e ha trovato il modo di coinvolgermi in questo progetto. È merito suo, dunque, se oggi ho un lavoro che mi ha permesso di mettere da parte le mie ambizioni post-diploma. Nel 2017 infatti mi sono laureato ma, invece di perdere tempo in festeggiamenti o inviare il mio curriculum, ero già impegnato a rispondere alle mail dei nostri clienti. Questo perché ho creduto e credo ancora oggi in quello che fa mio fratello, nel suo concept di disegno e in come vede l’illustrazione. È così che insieme abbiamo fatto crescere l’attività, partendo specialmente dai ritratti minimal che ci hanno dato “notorietà” sui social, ci hanno fatto conoscere come illustratori all’interno del mondo sportivo e, più in particolare, ci hanno dato la possibilità di lavorare nel ciclismo. Questo è un settore che per tanti motivi ci appartiene, è molto attento alle novità e crediamo sia ancora in fase di crescita, diventando sempre più anche uno stile di vita. La nostra missione è voler affermarci in questo ambiente mettendo in correlazione le biciclette con il nostro tipo di disegno. Poi, ovviamente, speriamo in futuro di fare illustrazione a 360° ovvero di spaziare e, uscendo dalla sfera sportiva, lavorare in ambiti diversi portando la nostra idea di illustrazione.

Sfogliando i vostri lavori, non vi occupate solamente di sport e di ciclismo ma è innegabile, come avete già avuto modo di dire entrambi, che tutto sia partito dalla vostra passione per la bicicletta: chi vi ha trasmesso l’amore per questo mezzo?

L: Da giovane la mia vocazione era il pattinaggio ma nonostante questo l’uscita in bici del sabato o della domenica nel nostro paese o nelle zone limitrofe con mio padre, mio zio e mio fratello è sempre stata un classico. Quando poi per 4-5 anni sono passato a fare pattinaggio velocità a livello agonistico, la bici (su cui mi allenavo in compagnia di mio padre per integrare le sessioni sui pattini) ha iniziato a conquistarmi sempre di più e credo che sia stato lì, vedendomi sempre di più in sella, che Andrea si sia definitivamente avvicinato alle due ruote. Rispetto al pattinaggio (che è uno sport che amo ancora ed è spettacolare), è stata la possibilità girare, scoprire nuovi posti e allontanarsi da casa a farmi innamorare della bicicletta. I primi anni in particolare sono stati di vera esplorazione e, grazie alla mountain bike, ho respirato quel fascino wild proprio del muoversi in bicicletta.

A: Come per Luca, anche i miei primi ricordi in bicicletta sono legati alla figura di nostro padre. È stato lui il primo a farci uscire in bici. Luca lo faceva per integrare il pattinaggio, io invece, pattinando poco e non facendo gare, andavo più per piacere. Poi, assistendo alle competizioni di mio fratello, anch’io mi sono fatto trascinare nel mondo dell’agonismo entrando, una corsa dopo l’altra, in una dimensione che per me resta fighissima.

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Rimanendo sul lato agonistico, un campione che più di altri accende la vostra fantasia?

L: Io sono cresciuto con la mountain bike e dico Julien Absalon.

A: Io preferisco allontanarmi dalla MTB e dico Peter Sagan, uno che mi affascina ed è completo sotto tutti i punti di vista: ha carattere, ha fisico, è autore di grandi prestazioni ma ha anche un modo tutto suo di approcciarsi alla corsa. Per me lui è una vera e propria icona e l’impronta che lascerà una volta ritirato sarà indelebile. Dovranno passare anni prima di vederne un altro come lui.

Passando al vostro al vostro lavoro, volevo chiedervi in particolare di alcuni progetti che vi hanno visti coinvolti in prima persona. Siete entrati nelle case di tantissimi italiani affiancando le vostre illustrazioni ai prodotti di un brand che sta decisamente crescendo negli ultimi anni, ossia NamedSport. Cosa vi ha dato questa collaborazione?

L: Avendo lavorato in occasione di Giro, Tour e Vuelta ma anche per personalità come Federica Pellegrini e Mario Cipollini possiamo dire che il progetto con NamedSport sia stato certamente vario ma anche corposo considerato tutto il materiale che abbiamo dovuto preparare e disegnare. Per 5-6 mesi ci siamo scambiati mail e telefonate perché volevamo essere impeccabili, non sbagliare nulla e perché abbiamo dovuto documentarci su ogni singola borraccia da produrre. È stata sicuramente una collaborazione molto formativa perché per la prima volta abbiamo visto cosa voglia dire lavorare con un grande brand che deve rispettare consegne, tempistiche ed esigenze.

A: Per me è stato un lavoro completo sotto tutti i punti di vista, il primo con un marchio di questo calibro e non potevamo chiedere di meglio. Per mesi ci siamo scambiati messaggi per capire i template da rispettare, gli spazi per il disegno, gli sponsor da inserire…Sotto tutti i punti di vista, quindi, è stata un’esperienza bella e istruttiva in cui abbiamo cercato di essere sempre elastici e attenti. Anche tecnicamente, per quanto riguarda la parte illustrativa, è stato super stimolante perché abbiamo dovuto realizzare tre borracce per ogni grande giro e ognuna di queste ci ha obbligato a fare sempre una ricerca sulla città da rappresentare e sui colori più adatti da usare.

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Dopo NamedSport avete prodotto una maglia in edizione limitata assieme a Castelli.

L: La collaborazione con Castelli è stata bella e altrettanto intensa. Rispetto al lavoro con NamedSport, Castelli ci ha dato la possibilità di disegnare dal vivo. Per farlo, siamo andati in Germania all’Eurobike di Friedrichshafen in Germania, una fiera a 360 gradi sulla bicicletta che noi abbiamo impiegato un giorno intero a visitare tutta: per gli amanti della bicicletta è un vero paradiso. Il giorno del live, nel nostro piccolo ci siamo sentiti come due rockstar perché ci hanno messo su una grande tavola a disegnare, in mezzo a tutta la gente e con la musica che volevamo noi (nel nostro caso i Twenty One Pilots che per noi sono vibrazioni quotidiane a lavoro). Sui due schermi al nostro fianco veniva proiettato il lavoro che stavamo facendo in diretta sul nostro PC e così abbiamo fatto vedere alle persone come progettiamo, come disegniamo e come è stata prodotta una maglia. Alla fine, è stata un’esperienza spettacolare, un lavoro super-completo.

A: Con Castelli per la prima volta abbiamo scoperto le carte svelando il nostro modo di disegnare e assumendo finalmente un’identità umana e non più solo digitale. Fino a quel momento, infatti, non avevamo mai utilizzato foto o video personali, non avevamo mai parlato di Luca e Andrea ma solo di 2BROS: da allora abbiamo sfruttato il materiale prodotto in quella circostanza per far vedere chi siamo davvero. Tornando invece sul valore della collaborazione, a differenza del lavoro con NamedSport, questo dal punto di vista tecnico è stato meno corposo (una sola maglia) ma più difficile: sulla borraccia, infatti, una volta definiti gli spazi, avevamo carta bianca; qui invece c’erano da rispettare le cuciture, le maniche, le spalle, la presenza delle tasche e capire come incastrare tutto, a livello di progettazione, è stato più complesso. È indubbio però che il live sia stato per noi un grandissimo palcoscenico, organizzato in maniera fenomenale dai ragazzi di Castelli, persone fresche e con idee davvero chiare in testa.

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Quali sono le fasi della filiera di produzione di un di un ritratto minimal o di una vostra illustrazione? Come trasformate un’idea in un prodotto concreto?

L: Il processo di lavorazione generale è piuttosto lungo (ogni borraccia prodotta con NamedSport ha richiesto quasi una settimana ciascuna) ma, a prescindere da questo, per noi il primo passo fondamentale è il contatto col cliente, la relazione che si instaura con chi decide di commissionarci un lavoro. È importante farci vedere disponibili e veloci nelle risposte. Detto questo, anche se svolgiamo compiti differenti, operativamente filtriamo e gestiamo assieme le richieste che ci arrivano. Fatto ciò, per ciascuna si prepara un progetto che viene inserito in una lista di programmazione aggiornata giorno per giorno. Solo a questo punto inizia la fase di montaggio.

A: Parlando di disegno, la realizzazione di un ritratto minimal prevede passaggi differenti rispetto a illustrazioni come quelle di NamedSport o di Castelli. Nel primo caso, avendone fatti molti, sappiamo già molto chiaramente come agire: partendo dalle foto del soggetto da ritrarre, realizzo uno sketch molto semplice a matita, poi lo scansiono portandolo su Illustrator e lì con gli strumenti presenti vado a tracciare e colorare il ritratto. Questo processo per noi, ad oggi, è abbastanza standard. Nel secondo, tutti e due assieme facciamo delle prove su una lavagna o un foglio di carta per visualizzare cosa è meglio disegnare. Dopodiché realizziamo un secondo sketch in digitale che sistemiamo con tavoletta e pennellino. Quando il risultato ci soddisfa procediamo opacizzando una sequenza di più livelli per creare la struttura di linee su cui dopo avverrà la tracciatura in bianco e nero. Sistemata così la parte strutturale del disegno, passiamo alla colorazione, una fase (l’ultima prima di risentire il cliente per eventuali modifiche) che spesso ci porta via diverse ore e durante la quale turniamo i colori e proviamo molte palette. Questo perché il colore è una delle componenti fondamentali dei nostri lavori. Solitamente, usiamo tonalità abbastanza forti e d’impatto che, assieme all’assenza di texture e filtri, alla semplicità geometrica delle fisionomie dei soggetti e all’eliminazione del superfluo, fanno sì che le nostre illustrazioni possano essere colte subito, al primo sguardo. Al giorno d’oggi tutto si osserva velocemente, gli occhi passano pochi secondi su un’immagine e dunque è importante riuscire a catturare subito l’attenzione. Per questo vogliamo che nei nostri disegni non ci sia niente di nascosto e che tutto, al contrario, sia facilmente riconoscibile. È questo il senso di essere minimal secondo noi.

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Hai citato alcune particolarità del vostro stile: se doveste provare a definirlo con tre parole, quali usereste?

A: Non sappiamo definire il nostro stile però qualche giorno fa un professore del Politecnico di Milano ha parlato del nostro progetto per SenzaGiro definendoci “Hyper Pop Art”. Questo termine secondo noi è perfetto perché per come sono fatti i nostri soggetti siamo sempre stati accostati alla Pop Art (la nostra è molto più semplice e squadrata) e in più il termine hyper esprime quel senso di magnetismo e elettricità dato dai colori che usiamo.

A proposito di stile, c’è qualche illustratore, qualche grafico o anche un artista o una corrente che vi ha particolarmente ispirato?

A: Non mi intendo propriamente di arte perché non ho fatto studi accademici in materia. Potrei però dirti che, per come incastriamo i colori e per come creiamo certe illustrazioni usando la prospettiva, il nostro stile ha qualche sfumatura cubista. Per quanto riguarda gli illustratori ne seguo e me ne piacciono diversi. In particolare, vorrei citare Ale Giorgini, Pablo Lobato (argentino) e per l’uso che fa dei colori Van Orton Design. Tra i tanti che ammiriamo, loro sono quelli che osserviamo più spesso. In ogni caso cerchiamo sempre di non farci influenzare troppo da nessuno né a livello tecnico né stilistico: vedere tuttavia come operano determinati professionisti che lavorano nel settore da anni tiene la mente aperta e questo non può che farci bene.

Siete riusciti a creare uno stile molto accattivante e riconoscibile: è il prodotto di studi che avete fatto precedentemente e di scelte che avete testato sul pubblico più vicino a voi (amici, familiari)?

A: Quello dello stile è un po’ il cruccio di tutti coloro che vogliono disegnare ed essere illustratori. È la prima domanda che uno si fa. Personalmente credo che, anche quando si riconosce qualcosa di veramente tuo, lo stile sia sempre in continua evoluzione. Sul nostro sicuramente abbiamo fatto molti studi a monte, passando diversi momenti a riflettere e a capire come fare determinate parti o singoli dettagli. Se passiamo in rassegna tutti i nostri lavori è evidente come, a partire dalle prime illustrazioni, ci sono stati dei cambiamenti e siamo passati attraverso più modi di disegnare. Ora, da un anno a questa parte, abbiamo elaborato uno stile accattivante, semplice e polivalente che ci soddisfa molto. Se ce l’abbiamo fatta è perché abbiamo lavorato e ci siamo confrontati sempre e solo tra di noi.

L: Il nostro lavoro è sacro e siamo noi i responsabili di ogni singola scelta fatta negli anni. Ciascuna di queste è stata il prodotto di osservazioni fatte con quattro occhi e della fusione dei nostri personali punti di vista: questo è uno dei valori aggiunti del nostro lavoro.

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Dopo la recente partecipazione a “SenzaGiro”, a cosa state lavorando ora e a cosa vi dedicherete nel medio-lungo periodo?

A: Adesso stiamo sviluppando il progetto di un’azienda del vicentino che ha realizzato un particolare porta-mascherina pieghevole che può essere chiuso a portafoglio proprio attraverso gli elastici della stessa. Per loro abbiamo fatto delle illustrazioni che ritraggono uomini e donne impegnati in mansioni quotidiane con addosso la mascherina. Per quanto riguarda il futuro abbiamo altri progetti in cantiere e certamente continueremo a fare i nostri ritratti minimal.

Se aveste la possibilità di scegliere un brand con cui lavorare o avviare un progetto quale scegliereste? Con chi vi piacerebbe collaborare?

A: Quando lavoreremo per la NASA potremo chiudere i battenti e dedicarci solo alla bicicletta e al tempo libero. Scherzi a parte, sono sempre stato affascinato dal mondo dello streetwear e della moda giovanile per cui, restando nello sport ma uscendo dal ciclismo, mi piacerebbe lavorare con Nike o Adidas magari su un campo di abbigliamento o una scarpa customizzata. Potrei farti i nomi anche di altri brand simili ma ritengo che quelli che ho citato funzionino davvero e riescano a colpire una popolazione numerosa.

L: La penso alla stessa maniera: avere l’opportunità di disegnare e illustrare prodotti per brand di quel calibro sarebbe un gol in rovesciata e, innegabilmente, ci darebbe una più ampia visibilità. A me piacerebbe collaborare con Puma ma, come vedi, il segmento di mercato resta lo stesso di Nike e Adidas. Crediamo davvero che questo ambito sia l’ideale per degli illustratori come noi e per il nostro stile in particolare. Esistono infatti illustratori che, per ciò che disegnano, sono molto più adatti per l’editoria o altri campi. Noi, ad esempio, che cerchiamo di fare illustrazioni belle, colorate e immediate senza alcun concetto nascosto siamo più adatti al tipo di richieste che potrebbe fare un brand come Puma più che a quelle di uno come Mondadori.

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Avete fatto molti ritratti minimal legati al mondo del ciclismo e dello sport ma non solo. Tra le vostre illustrazioni ve ne sono diverse appartenenti anche al mondo animale, a quello del cinema, dell’attualità, della musica e con questi avete dato prova di tutta la vostra poliedricità. Cosa vi spinge a ritrarre o illustrare un determinato personaggio?

A: La scelta non è mai fatta a caso. Solitamente una nostra pubblicazione è dettata o da qualcosa che ci appassiona oppure da un evento di stretta attualità. Nel primo caso potremmo citare Star Wars, una saga che conosciamo praticamente a memoria e che ci consente di produrre facilmente delle illustrazioni senza ricorrere a riferimenti fotografici. Nel secondo rientrano, ad esempio, il lavoro su Carlos Sainz legato al suo recente passaggio in Ferrari o, volendo tornare più indietro, quelli sulla vittoria di Sagan a Roubaix o sul successo di Leclerc a Monza: focalizzarsi su questi personaggi in queste circostanze consente di sfruttare l’onda che si crea attorno a profili che in poche ore vengono sempre più cercati e cliccati sul web.

L: Ci sono poi casi specifici come la collezione sui giocatori dell’NBA che abbiamo realizzato apposta per provare a sponsorizzarla e per verificare se veniva notata o meno. Questo perché riteniamo che il basket sia un mondo super-friendly, sensibile e attento a prodotti come i nostri: a differenza di altri sport dove certe dinamiche sono ancora embrionali, in NBA l’illustrazione non è un qualcosa di avveniristico ma è già una certezza, un veicolo utilizzato nel quotidiano per promuoversi. Non solo, a testimonianza di quanto sia forte il legame tra basket e illustrazione basta vedere come i giocatori abbiano influenzato il modo di vestirsi a livello di colori, grafiche e linee. Per questo, parallelamente al settore dell’abbigliamento streetwear, un altro sogno personale sarebbe proprio quello di lavorare con una lega come l’NBA.

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Qual è il valore aggiunto di lavorare con il proprio fratello?

A: È la nostra arma vincente. Lo abbiamo sempre saputo ma negli ultimi giorni questa convinzione sta maturando ancora di più. Il fatto di essere fratelli aiuta molto e fa sì che tra di noi ci sia piena fiducia reciproca. È diverso rispetto a lavorare assieme a un amico col quale, per quanto tu possa essere legato, c’è sempre il rischio di scontrarsi per qualcosa. Noi invece, da quando lavoriamo insieme, anche nelle decisioni più difficili siamo sempre stati d’accordo su tutto, da cosa scrivere a come trattare il cliente nel miglior modo. Non discutiamo mai e questo, oltre all’essere sempre allineati a livello di pensiero, ci permette di essere più disponibili ed efficienti in tutte le fasi.

L: Può sembrare un film ma è davvero così. Nelle nostre conversazioni siamo limpidi, trasparenti, a volte pensiamo la stessa cosa nello stesso istante e ci intendiamo al volo solo con uno sguardo. Questo perché nella nostra vita abbiamo sempre fatto tutto assieme, dal gioco allo sport fino al lavoro, e abbiamo costruito un rapporto che oggi è la nostra forza più grande. Lavorare e mettersi d’accordo con un fratello invece che con un’altra persona permette di essere veramente un ingranaggio unico e 2BROS lo è. Abbiamo creato un’entità sola dove tutto ciò che viene prodotto, pur essendo frutto di due teste e quattro occhi, è al 100% il risultato dell’unione di due persone e di ogni loro singola parte.

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