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(H)i Will

In lingua inglese, passare da un’espressione come “Ciao Will” a una come “Lo farò” può essere tanto facile quanto veloce. Basta aggiungere o sottrarre una “h”, lettera che universalmente, a livello segnaletico, viene anche impiegata per identificare e indicare una struttura ospedaliera.

È lì che, il 16 giugno dello scorso anno, ripensando al sogno di una vita, a quello per cui stava lottando e per cui era finito tra le braccia dei medici, un ragazzo si è interrogato interiormente e ad un certo punto ha esclamato “I will”, ce la farò, lo realizzerò.

Il ragazzo in questione, forse non per un segno del destino, di nome fa proprio Will e di cognome Barta. È uno dei corridori più promettenti della nuova generazione di talenti americani e tutto, prima di quella sventura, pareva pronto per un suo rapido sbarco tra i professionisti del pedale.

Il pomeriggio del 16 giugno 2018 però la dea bendata se ne infischia dei progetti futuri e della classe cristallina e si mette di traverso davanti alla ruota del portacolori della Hagens Berman Axeon, squadra che (sotto l’occhio vigile di Axel Merckx) l’ha scoperto, sgrezzato e cresciuto.

La prima semitappa da Conegliano Veneto a Valdobbiadene è una delle ultime difficoltà del Giro d’Italia Under 23, presenta due salitelle non troppo impegnative e il chilometraggio è piuttosto limitato: sulla carta dovrebbe lasciare spazio a quegli atleti provvisti di uno spiccato spunto veloce. A Barta, attitudini da scalatore esplosivo e doti da cronoman, però fa più gola la frazione intermedia del pomeriggio da disputare proprio contro il tempo attorno a Ca’ del Poggio.

La sua missione dunque è quella di arrivare al traguardo del mattino evitando insidie e pericoli e poi dare tutto nella semitappa conclusiva qualche ora dopo, un piano (come spesso accade) facile a dirsi ma difficile a farsi perché nel finale verso la località nota per il suo prosecco Will non riesce ad evitare due atleti che si agganciano di fronte a lui e cade rovinosamente a terra.

Per lui, come per tutti i rappresentanti della stirpe innamorata delle due ruote, la prima e più immediata reazione dopo un capitombolo sarebbe quella di rialzarsi, cercare la bici e ripartire. Barta però questa volta, trafitto dal dolore, non può farlo: ha una gamba rotta.

Subito viene portato in ospedale dove gli vengono apportate le prime cure e gli viene detto che probabilmente i suoi giorni da ciclista sarebbero terminati con quello schianto. La diagnosi all’inizio getta ovviamente nello sconforto il giovane nativo di Boise (Idaho). Dagli Stati Uniti alcuni specialisti consultati lo informano che se non l’avessero operato entro due giorni probabilmente l’osso sarebbe stato irrecuperabile per il poco flusso sanguigno nell’arto. L’operazione, nonostante questi suggerimenti, avviene invece quattro giorni dopo e Barta comincia a immaginare tutto un altro scenario per la sua vita.

Da quando aveva 11 anni, con il poster in camera della vittoria di Frank Schleck all’Alpe d’Huez durante il Tour de France 2016, sognava di diventare un corridore professionista ma ora, all’improvviso, tutto appariva compromesso, lontano, quasi irraggiungibile. Era già passato attraverso periodi bui (l’anno prima in particolare aveva dovuto far fronte a due tragiche perdite in successione, prima quella del compagno Chad Young caduto al Tour of the Gila e poi quella dell’addetto stampa Sean Weide) ma questo si annunciava maledettamente complicato.

Davvero tutti i sacrifici, gli errori di gioventù, i duri anni di allenamento col suo preparatore Nate Wilson, il trasferimento a Nizza, gli exploit, la sofferenza al Giro della Valle d’Aosta 2015 (“la settimana in bici più difficile della mia vita”) non sarebbero serviti a niente, sarebbero andati persi così a causa di una caduta? Davvero quel sogno di diventare professionista sarebbe evaporato ad un passo dal realizzarsi?

Per Barta il 2018 doveva essere l’anno della conferma, quello in cui strappare il pass per il ciclismo che conta dopo uno straripante 2017 dove, oltre alle numerose top ten e al titolo di vicecampione del mondo a cronometro della categoria, a metterlo sulla mappa era stato il quarto posto alla Liegi-Bastogne-Liegi Under 23, un piazzamento (dietro a Lucas Hamilton, James Knox e al compianto Bjorg Lambrecht) frutto di una tattica aggressiva adottata su strade che a Will son piaciute fin da subito.

Quella performance aveva inevitabilmente attirato su di lui l’interesse di molte formazioni World Tour e sarebbe toccato a lui, nei mesi seguenti, far sì che le chiacchere sfociassero poi in qualcosa di concreto. Ora, bloccato a letto e con fortissimi dubbi circa il suo futuro, sarebbe stato alquanto difficile non solo rialzarsi ma anche trovare qualcuno disposto a credere ancora nelle sue qualità.

È lì allora che Will con grandissima determinazione, quasi ricordandosi del proprio nome di battesimo, ha promesso a sé stesso che avrebbe tenuto duro e ce l’avrebbe fatta. I will. Tornerò.

Molto, se non tutto, sarebbe dipeso innanzitutto dal suo recupero fisico e di conseguenza, prim’ancora, dalla sua voglia di continuare a crederci, di non smettere di sognare, di desiderare ancora più ardentemente il futuro che si stava costruendo. Significava in poche parole trovare la forza per smentire i medici e ribaltare le probabilità, scongiurando la perdita (non la prima nella storia del ciclismo) di un possibile grande talento.

E alla fine, superando sofferente un ostacolo alla volta, con grande pazienza Barta è tornato, passando dal letto d’ospedale ai rulli (in meno di quattro settimane dall’operazione) e quindi nuovamente in sella dopo neanche due mesi, ricevendo nel frattempo il più grande e inaspettato degli incentivi per lui: l’offerta di un contratto per passare professionista nel World Tour con gli arancioni della CCC.

La caduta infatti, seppur potenzialmente compromettente, non aveva cambiato più di tanto le carte in tavola tavola per Jim Ochowicz, general manager dell’ex BMC, rimasto impressionato dalle abilità e dai risultati ottenuti precedentemente da Barta. Questi, a suo avviso, erano prove sufficienti per credere nel ragazzo e dargli una chance tra i grandi del pedale, aspettandolo anche eventualmente per tutta la durata del suo lungo percorso riabilitativo.

Incredulo e ancor più motivato dall’opportunità ricevuta, Barta (la cui nonna, curiosamente, la sera prima della chiamata che gli ha aperto le porte del professionismo si è rotta anche lei una gamba) per sette infiniti mesi ha fatto di tutto per bruciare le tappe, ritrovare il giusto comfort in sella (nell’operazione i medici hanno usato una parte dei suoi stessi glutei) e poter così quanto prima arrivare al momento di spillare per la prima volta il numero sulla maglia in una corsa pro’, occasione concretizzatasi lo scorso 15 febbraio alla Vuelta a Murcia in Spagna.

Sei mesi più tardi, sempre in territorio iberico, ha avuto luogo il suo esordio in una grande corsa a tappe. La Vuelta infatti, con il calore dei suoi tifosi e le sue aspre pendenze, in questi giorni sta svezzando i muscoli ancora freschi di un ragazzo che da piccolo se la cavava egregiamente anche sugli sci di fondo, che poi è rimasto abbagliato dalla bicicletta ed è riuscito a farne un lavoro, che ora sogna un giorno di imporsi sul traguardo della Doyenne.

Nel frattempo, si sta misurando con la dura realtà di una corsa lunga tre settimane e sta mettendo a punto il motore per le côtes ardennesi sugli impegnativi strappi spagnoli. Studia dunque, apprende la materia da alcuni dei più grandi campioni in circolazione e immagazzina le lezioni aspettando di metterle in pratica la prossima primavera. Probabilmente non vincerà la decana al primo colpo ma intanto, anche solo provandoci, si sarà guadagnato la nostra ammirazione perché dopo essere caduto, non essersi dato per vinto e promettendosi di tornare lui ce l’ha già fatta. Ce la farà anche in Belgio? (Maybe) He Will.

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