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Blog Grandi Salite

Il Viaggio di Vivaldo

Ci ho provato in tutti i modi, ma alla fine non ci sono riuscito. Ero così fiducioso nel riuscire a smettere, ma non mi è stato possibile. Questa maledetta dipendenza è più tenace di quanto immaginassi…

Quando decisi di iscrivermi alla North Cape 4000, pensai subito “questa è la giusta terapia per riuscir a smetter di pedalare”. D’altronde farti in due settimane i chilometri che di solito fai in 4 mesi alla tua prima ultracycling pareva ragionevole. In pratica, avrei dovuto ricevere un’overdose di pedalata da farmi smettere definitivamente.

Il giorno pre partenza, tutto sembrava andare per il meglio: temporale con tanto di grandine in arrivo, al supermercato avevano finito le banane, il cocco a dadini era immangiabile e durante la notte l’adrenalina aveva fatto il suo dovere lasciandomi sveglio. E invece no; il temporale fu passeggero e, nonostante la notte in bianco, ero comunque pimpante. Bisognava rimediare alla situazione, perché bisogna partire con il piede giusto e non lasciare nulla al caso.

Decisi di sabotare il viaggio, cancellando la tabella di marcia che mi ero prefissato, e feci amicizia con Michele Miani (primo classificato) decidendo deliberatamente di bruciarmi il primo giorno seguendo il ritmo di quelli che, secondo me, erano i favoriti. Ancora una volta mi andò storto: all’inizio della salita del Gran Bernardo, appena scoppiò l’acquazzone, decisi di seguire il suo consiglio, ovvero di indossare i pantaloni impermeabili e i copriscarpe.

Non l’avessi mai fatto. A differenza di altri che si fermavano per trovar riparo o per asciugarsi, noi procedevamo… Ingiusto, perché da asciutti e a quelle basse temperature, avremmo potuto fare la discesa senza problemi…

Il viaggio stava prendendo una cattiva piega quando scoprii che eravamo in testa al gruppo, allora verso le 11 di sera salutai Michele e decisi di fermarmi e dormire all’aperto così da farmi recuperare dagli altri partecipanti. Tuttavia, il sonno aveva colpito anche loro e solo in 6-7 avevano deciso di andar oltre.

Durante la notte scoppiò un temporale che poi ci accompagnò anche durante le prime 7 ore di pedalata; era talmente forte che le gocce facevano male quando colpivano le mani. Il mio compagno di giornata se la stava proprio passando bene con la mantellina antivento, mentre io ero ben coperto. In quel momento ho maledetto la lezione avuta in Scozia…

Ma perché le persone devono imparare dai propri errori? Non possono continuare a sbagliare? Mondo ingiusto, per di più non poter condividere la sofferenza con Miguel. Infatti, la mattina seguente, son riuscito a ripartire alle 5 del mattino mentre Miguel rimase a letto due ore in più.

Così incontrai Niklas (quarto classificato), da me soprannominato Niki Terpstra. Le cose andavano sempre peggio. Nonostante mi svegliassi con il piede giusto – ovvero un sacco di patate con i postumi di una sbornia – dopo un’ora mi riprendevo e ritornavo ad essere fresco come non mai.

Spingevo forte sui pedali come se fosse una gran fondo. Addirittura ci permettevamo di scattare in faccia l’uno all’altro. I battiti erano scesi drasticamente e le gambe continuavano a girare.

Surreale, non potevo crederci! Eppure si facevano oltre 340 km giornalieri, con oltre 3000 m di dislivello, e con solo un’ora e mezza di pausa ogni 10 ore di pedalata. Come potevo reggere questa situazione? Allora decisi di farla finita. Provai a fare un’overdose di Mars e Twix ma, nonostante ne mangiassi 10 al giorno, non accadeva nulla; anzi, la media saliva oltre i 25 km/h e a volte 27…

Foto di Matteo Dunchi

Poi, però, finalmente qualcosa accadde. Al quarto giorno il fondoschiena si lacerò, provocando quel piacevole bruciore ad ogni pedalata; il giorno seguente partì una tendinite ai tendini d’Achille. Allora, confidando di peggiorare la situazione, feci una tirata di 353 km per raggiungere il traghetto che ci avrebbe portato la mattina seguente ad Oslo.

Sembrava che ce l’avessi fatta. Sembrava arrivato finalmente quel momento magico tanto desiderato che mi avrebbe separato dalla Bianchina; perché – dopo 353 km e 2000 m di dislivello, con la tendinite che non ti permette di alzarti in piedi minimamente ed ogni pedalata è pura sofferenza – come fai a non ritirarti?

E invece no! Chiedevo aiuto invano alla fisioterapista e al biomeccanico; mi dicevano di provare con ghiaccio e antinfiammatori. Il caso volle che la tratta per raggiungere Oslo era di ben 8 ore; ciò significava che, dalla sera prima, avrei avuto 16 ore di riposo… Inaccettabile…

Le cose peggiorarono quando mi consigliarono di abbassare la sella di 2 mm. La tendinite accennava una ritirata ed il peggio non era ancora arrivato.

Incontrai un veterano di questo evento, un certo Manlio Pasqualin – che prendeva parte alla sua terza edizione consecutiva – e mi disse una frase che non avrei mai e poi mai voluto ascoltare: “la NorthCape non è fatta per correre, ma da percorrere”.

Fu la fine del mio sabotaggio… Con grande amarezza iniziai a seguire questa filosofia stando in sua compagnia; il che significava abbassare il chilometraggio giornaliero ed aumentare il tempo di pausa per mangiare qualcosa di più appetitoso…

Inaudito a tal punto che pure il vento si schierò dalla mia parte, soffiandoci contro gli ultimi 1000 km; specialmente gli ultimi 700, dove a fatica superavamo i 20 km/h sul piano e i 26 in discesa.

Nulla da fare, la mente si era staccata e si concentrava sul paesaggio che la circondava. Era in uno stato di trance, e a poco servivano i supermercati chiusi o le gas station a 70-120 km di distanza l’una dall’altra, oppure le allucinazioni a causa della mal digestione, oppure ancora numerosi e lunghi tunnel anche di 7 km…

E allora, che senso aveva fare tutti questi chilometri se tutto stava andando per il verso sbagliato?

Forse una risposta me la stavo dando, ed era strano pronunciarlo. E’ quella parola che inizia per A. Quella parola che non sai cosa significhi finché non la provi.

Amore.

Amore per la bicicletta.

Foto di Matteo Dunchi

Purtroppo ammetto di aver amato andar in bicicletta! Cercate di capirmi, cioè mettetevi nei panni: immaginatevi di fare un giro dove ogni ora cambia il paesaggio che vi circonda ed, ogni 10 ore, la lingua che viene parlata.

La fatica diventa solo un effetto collaterale; che poi, se presa con il giusto spirito e la giusta motivazione, diventa lo spazio bianco che permette al quadro di emergere dalla parete. Con quest’ultima frase intendo dire che ti porta ad essere in uno stato emotivo dove le emozioni vengono percepite con un’intensità esponenziale.

Non so a quanti di voi capita di emozionarsi e commuoversi a fine giornata davanti ad un tramonto oppure davanti ad una renna. Non c’è nulla di più appagante che conquistarsi con le proprie forze, anche per soli 5 secondi, uno sguardo su Madre Natura.

E’ pazzia tutto questo?

Non lo so; so solo che nonostante sia stato creato il motore a scoppio, l’uomo prova comunque a muoversi usando la propria energia e cerca comunque un’evasione dalla quotidianità artefatta per avere un contatto con la natura naturante. Quindi, per piacere, non giudicatemi colpevole di amare.

Ho cercato in tutti i modi di desistere ma non ci sono riuscito. Al cuore non si comanda e neppure all’overdose di waffle nelle gas-station, per di più se in compagnia…

E’ vero, delle 12 regole che promuovevo durante il viaggio (vedi articolo precedente), sto confessando di non aver rispettato la 5° che prevede una dieta sana e priva di cibi ricchi di grassi e zuccheri, ma ho compensato rispettando alla lettera le prime 4.

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