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Aimé, l’altro De Gendt

Uno lo conosciamo bene, l’altro molto meno. Uno si è fatto un nome a suon di attacchi da lontano e maglie degli scalatori, l’altro invece è stato battezzato dai suoi genitori con un’espressione di malinconica rassegnazione. Uno sta dimostrando di essere tra i più in forma al Tour de France e ha già vinto splendidamente una tappa, l’altro invece sta correndo la Grande Boucle per cercare i primi bagliori di popolarità.

Uno si chiama Thomas, l’altro Aimé, hanno nomi diversi ma la particolarità di condividere la stessa passione (quella per la bici), la stessa nazionalità (belga) e soprattutto lo stesso cognome: De Gendt.  Questo, negli ultimi anni, è sempre stato sinonimo di spettacolarità e associato a coraggiose imprese, sforzi antichi e vittorie da ricordare, tutte (quasi sempre) caratterizzate da molto vento in faccia e diverse difficoltà altimetriche da superare.

De Gendt dunque è diventato indice di tenacia, di potenti cavalcate, di azione, di sogni (quasi) impossibili tramutati in realtà e il suo cognome, specialmente nelle corse a tappe, ormai compare in cima alle classifiche di tappa giornaliere, o a quelle degli scalatori, o tra i più combattivi, in maniera sempre più ricorrente. Nelle ultime stagioni e a maggior ragione in quella attuale però, quel cognome è apparso ancora più di frequente negli ordini d’arrivo e nelle graduatorie, quasi come se il nativo di Sint-Niklaas si sia sdoppiato e all’improvviso abbia deciso di moltiplicare i propri giorni di gara.

Ovviamente, dato che Thomas De Gendt non ha (ancora) inventato alcun modo per clonare sé stesso e le proprie formidabili qualità, la spiegazione logica di questo fenomeno esiste ed è decisamente meno fantasiosa. Se state pensando ad un possibile fratello o gemello (come nel caso degli Yates) siete fuori strada: la mera verità infatti è che, da qualche tempo, c’è semplicemente un omonimo che sta cercando di trovare il suo spazio nel ciclismo che conta. Lui, per l’appunto, si chiama Aimé e non ha niente a che vedere con il clan del vincitore della tappa di Saint-Etienne.

Costui, pur essendo suddito del re Filippo come Thomas, rispetto al più noto corridore della Lotto-Soudal proviene da un paese diverso (per la precisione da Aalst, nelle Fiandre orientali) ed è discretamente più giovane. La nascita nel 1994 fissa difatti tra i due ben sette anni di differenza, divario che fa sì che anche le carriere e lo sviluppo di questi due atleti siano a due punti ben differenti.

Se Thomas è alla decima stagione tra i grandi del pedale, Aimé ha iniziato a gareggiare tra i professionisti solo da quattro anni, cominciando tra l’altro nello stesso team che ha visto il re degli scalatori all’ultima Volta Catalunya percorrere i primi chilometri nel ciclismo che conta, la Topsport Vlaanderen–Mercator, oggi Sport Vlaanderen – Baloise.

Lì Aimé è arrivato dopo diversi anni da dilettante passati tra pista (abbandonata definitivamente nel 2014 per intraprendere a pieno regime la carriera su asfalto) e strada e soprattutto con più piazzamenti che vittorie, a tal punto da autodefinirsi nel 2010, dopo un secondo posto dietro a Kevin Deltombe (oggi alla Sport-Vlandereen) in una gara a Dottenijs, il “Poulidor delle grandi corse”.

Approdato comunque al professionismo, l’adattamento a questo nuovo mondo non è stato affatto facile. Il primo anno per lui è stato un prolungato inseguire la condizione dopo che, durante l’inverno e i primi mesi della stagione, problemi di postura con la nuova bici uniti ad allenamenti troppo intensi ne hanno a lungo compromesso rendimento e assestamento. Nel secondo le cose sono iniziate ad andare per il verso giusto e, sebbene si sia trovato sempre esausto nei finali, ha sentito per la prima volta di poter essere veramente qualcuno in questo universo così competitivo.

In particolare, è al Tour des Fjords che è scattata la scintilla, quando Aimé e la sua squadra si sono trovati a difendere la maglia di leader portata da Dries Van Gestel: la missione è riuscita per soli due giorni, ma il giovane della Sport Vlaanderen ha percepito comunque di essere stato importante capendo, in seguito ai dubbi del primo anno, di potersi ritagliare il proprio spazio.

Questo è ciò che è successo nel suo terzo anno con la divisa giallo-blu dei fiamminghi, dove tuttavia è stato costretto ancora una volta a rinunciare alla prima parte di stagione per via di un virus intestinale. Archiviata infatti una bella fuga nel Fiandre del debutto di Vincenzo Nibali e del successo di Nike Terpstra, De Gendt è stato obbligato a fermarsi e a curarsi con gli antibiotici rimandando tutti i propri bellicosi propositi alla seconda parte di stagione. Qui, ristabilitosi a dovere, Aimé è riuscito a mettersi in mostra in più d’un occasione ripagando la fiducia dei suoi direttori sportivi i quali, come con tutti gli altri componenti della squadra, hanno optato per una crescita graduale del ragazzo, proponendogli di anno in anno obiettivi e corse sempre più ambiziosi.

Le quattro top-ten raggiunte tra giugno e settembre del 2018 (con le perle del nono posto al campionato nazionale su strada e il secondo posto al GP Stad Zottegem, battuto in volata da Jérôme Baugnies, suo futuro compagno) a quel punto gli hanno consentito di guardarsi intorno e cogliere al volo l’interesse della Wanty-Gobert, formazione ideale per fare un ulteriore passo in avanti nel proprio percorso di accrescimento professionale.

Firmato il biennale propostogli, al debutto con la nuova maglia Aimé sfiora subito il colpaccio, piazzandosi secondo a Le Samyn al termine di un finale di gara convulso e indeciso. Per lui sarebbe stato il tanto agognato primo successo da professionista, onore che invece, battendolo allo sprint, va a Florian Senechal. Quello nella gara di casa è l’unico acuto della sua primavera visto che, per rivederlo nelle posizioni nobili degli ordini d’arrivo, bisogna poi attendere maggio e la 4 Jours de Dunkerque dove si piazza tre volte nei primi sei. A quel punto però De Gendt non si ferma e di petto affronta Giro del Lussemburgo e Giro del Belgio, corse in cui mette bene in mostra le proprie caratteristiche da corridore completo e grazie a cui, a sorpresa, strappa la convocazione per il Tour de France, il suo primo grande giro.

Questo è chiaramente un palcoscenico, un possibile trampolino, di inestimabile valore per il 25enne belga che, in cuor suo, spera davvero che la gara a tappe francese possa irrobustirlo, renderlo più forte e migliorarlo sotto tutti i punti di vista. Perché sia così non può che accettare con entusiasmo il compito di supportare i propri leader per le varie tipologie di tappe (Martin e Meurisse nelle frazioni di montagna, Pasqualon in quelle riservate agli sprinter) e, quando i suoi ds gli danno il via libera, provare ad entrare nella fuga di giornata.

Il suo Tour però, come gli avvii delle sue stagioni passate, non inizia un granché bene: la batteria del suo cambio elettronico si scarica sei minuti prima del via della cronometro a squadre, la bici di scorta non viene ritenuta idonea e lui è così costretto a disputare la prova con la bici tradizionale, chiudendo in ritardo di 41 secondi rispetto ai compagni la sua performance contro il tempo.

Aimé ad ogni modo comprende subito che il Tour è una corsa lunga, fatta di imprevisti, non è la malasorte ad essersi accanita nei suoi confronti. Anzi, superando il primo duro arrivo in salita alla Planche des Belles Filles, nove tappe dopo De Gendt riesce a infilarsi nel tentativo portato avanti da altri quattro avventurieri, una mossa nel quale il suo omonimo Thomas (vincitore tre giorni prima) risulta essere particolarmente efficace.

Molti addirittura, leggendo l’elenco dei fuggitivi di giornata, inavvertitamente lo scambiano proprio per il più celebre collega, non sapendo ci fosse un altro De Gendt in corsa. Poco male, Aimè dà a questi la possibilità di memorizzare la sua faccia, la sua pedalata e la sua posizione in bicicletta per 162,5 chilometri, tanto dura la sua azione. Dopo aver staccato i compagni di evasione (tra cui un inferocito Rossetto che lo accuserà di non aver collaborato adeguatamente nel finale), Aimé viene ripreso a soli 4,5km dall’arrivo, abbandonando le ultime speranze di gloria e le energie residue sul dentello che anticipa l’arrivo di Tolosa.

Non arriva dunque la vittoria, ma il suo ardore viene ripagato e, pur non come primo classificato, il biondo della Wanty viene chiamato lo stesso sul podio per ricevere il prestigioso dorsale rosso del più combattivo di giornata. Conclusa la cerimonia protocollare Aimé si deve preoccupare di spegnere le polemiche e le accuse rivoltegli dal francese della Cofidis che lo vedono coinvolto. Lui dice solo “Sentivo di essere il più forte negli ultimi chilometri e così li ho staccati” e non aggiunge altro, va via sorridendo soddisfatto così.

Anche questo è il Tour, una corsa in cui ogni traguardo è importante, ogni premio è conteso e nulla viene lasciata. Aimè in questo senso ha ricevuto il battesimo che spetta a tutti gli esordienti e ora, dalle tappe che sta correndo a quelle che disputerà in futuro, probabilmente dovrà far parlare la strada per evitare qualsivoglia tipo di discussioni. Un modo per riuscirci è scappare ancora, andare in fuga, lasciare dietro di sé le voci dei malparlanti e dei rivali inaciditi dalla sete di successo.

Si tratta in poche parole di evadere in solitaria dal gruppo rumoroso e conquistare indisturbato i traguardi a cui più è interessato. Un’arte quest’ultima da cui potrebbe ricevere ispirazione e aiuto dal suo omonimo collega, abituato a lasciare dietro di sé gli altri con un passo insostenibile e a far incetta dei bottini per strada, punti o secondi che siano.

Prima o poi, in questo Tour o in futuro, potrebbe capitare allora di trovarsi insieme a condividere una fuga e spartirsi traguardi e fama. Così ha fatto Thomas per una vita e così, se il destino lo vorrà, potrà essere anche per Aimé. Sarebbe bellissimo se i due, in un giorno non tanto prossimo visti i 32 anni del primo, si passassero il testimone di attaccanti di razza. I due in realtà ci hanno già provato (senza fortuna) nella prima tappa del Giro di Romandia, ma in quel caso il gruppo non gli ha lasciato spazio e ha rintuzzato quella che sarebbe stato un tentativo davvero particolare.

Ad oggi dunque non si sa quanto questa eventualità potrà concretizzarsi ma se ciò avverrà, in Francia o ad altre latitudini più avanti, Aimé sa già che se si troveranno a giocarsi la vittoria parziale sarà meglio che di mezzo non ci siano salite come nel caso della frazione Tolosa. “Se però il finale fosse piatto, allora potrebbe esserci un modo…”. Parole e speranze di Aimé, l’altro De Gendt.

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