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Il piacere di riassaporare la luce

Ci sono molte cose che nella vita diamo per scontate e di cui, proprio perché tali, magari non apprezziamo appieno il valore. Gesti come fare una passeggiata per andare a trovare un amico, inforcare la bicicletta per arrivare in gelateria e gustarsi un cono al cioccolato, alzare le braccia in aria per misurare sulla pelle la freschezza di una brezza estiva possono essere tanto naturali quanto istintivi e, perciò, superficialmente etichettabili come banali.

Anche riaprire gli occhi dopo una notte di sonno profondo, gustarsi sdraiati nel letto i primi bagliori della giornata smorzati dalle tende, riabbracciare con le pupille il familiare mondo circostante e così riprendere consapevolezza ogni mattina della propria vita è qualcosa che facciamo inconsciamente e che rientra nella categoria dell’“ovvio”.

Non per tutti però è così. Almeno, non per chi quegli occhi ha rischiato di non riaprirli più e quei piaceri tanto comuni ha rischiato di non poterli più provare. Non quindi per Benoît Cosnefroy.

Nel 2015 Benoît è un giovane ciclista francese in forza alla Chambéry CF, vivaio di quella AG2R La Mondiale con cui due anni più tardi inizierà il proprio cammino fra i professionisti nel World Tour. Viene da una famiglia da sempre invischiata a piene mani nel ciclismo: suo padre e suo nonno si sono occupati a più riprese dell’organizzazione di alcune corse, mentre suo cugino (che ha smesso di correre) è quello che un giorno se l’è portato a lavoro in bici procurandogli una scottatura per le due ruote da cui il più giovane della famiglia Cosnefroy non si è mai più ripreso.

La sua prima vittoria è arrivata nella corsa intitolata al bisnonno Louis (il Prix Cosnefroy) e a quella ne sono seguite altre, molte anche lontane dall’asfalto, lungo polverosi e accidentati tracciati di ciclocross, specialità in cui si è laureato più volte campione regionale guadagnandosi in ben quattro occasioni pure l’onore di essere convocato in Coppa del Mondo dalla selezione francese.

È su strada che però Benoît trova la sua via, è lì che vuole e ottiene i risultati migliori portando avanti con fierezza un modo di correre all’antica, fatto di scatti improvvisi, fughe e una grande dose di coraggio. Il ragazzo di Cherbourg (Normandia, dipartimento della Manica) è chiaramente uno di quelli che ha l’attacco nel DNA e fa fatica a trattenersi, a non buttarsi in azioni azzardate e tatticamente spericolate, un’abitudine quest’ultima che non perderà negli anni (è in questo modo, con un attacco assolutamente non studiato a 80 chilometri dall’arrivo che quest’anno ha fatto sua la Parigi-Camembert) e che ne forgerà carattere e convinzioni. Tra queste spicca l’avversione per gli auricolari, uno strumento che eliminerebbe assolutamente in corsa per “riportare anche tra i professionisti lo spirito dei dilettanti dove devi prendere decisioni in un secondo”.

Vuole dunque l’imprevedibile Cosnefroy, vuole ragionare con il cervello e reagire (se possibile in maniera spettacolare) seguendo l’istinto. È proprio questo lo spirito con cui affronta nel 2015 la prima tappa del Tour de Savoie Mont-Blanc (da La Balme-de-Sillingy a Saint-Alban-Leysse) quando decide di andare al contrattacco per riprendere il manipolo di fuggitivi che sta guidando la corsa in quella fase. Determinato a chiudere sui primi, l’agguerrito corridore si lancia a tutta in discesa, vuole assolutamente agganciarsi a quel plotone ma il fato, sottoforma di automobile, interviene a impedirglielo. Una macchina infatti sfugge al controllo dei gendarmi e uscendo da una via laterale imbocca contromano il percorso di gara. Il primo a incrociarla è proprio Benoît che non può far niente per evitarla e scansare il tremendo impatto.

Per lui è buio, blackout totale. Perde conoscenza, moltissimo sangue e viene subito portato in terapia intensiva ad Annecy dove, assieme alle necessarie trasfusioni, si preoccupano immediatamente delle ferite alla testa e al collo dove spicca un taglio a pochi centimetri dalla carotide: se fosse stata recisa le sue possibilità di riaprire gli occhi e scoprire quanto possa essere abbagliante, calda, piacevole e gradevolmente rassicurante la luce dopo un lungo sonno sarebbero state nulle. Benoît invece quella possibilità ce l’ha ancora e inconsciamente, proprio come respirare, fare una passeggiata, inforcare la bicicletta o alzare le braccia in aria per misurare sulla pelle e la freschezza di una brezza estiva, tiene duro, lotta, assorbe i traumi e quegli occhi, in un gesto che forse non è più così banale, torna a riaprirli.

La vita continua a scorrere in e attorno a Cosnefroy e la cosa più bella per lui, per i suoi cari e per tutti noi è che anch’egli ne sia consapevole, consapevole di come quello al di fuori della sua stanza d’ospedale sia un mondo strano, magico e tragico, in grado di dare e togliere e rendere certi movimenti scontati e speciali allo stesso tempo.

Come riaprire gli occhi, per un ciclista anche pedalare e tornare a spillare il numero sulla maglia dopo tanto tempo sono azioni che assumono tutto d’un tratto un significato speciale ed è così quando, due mesi dopo l’incidente, il portacolori della Chambery torna a gareggiare al campionato nazionale. Non lo porta a termine ma, in questi casi, l’importante è aver assaggiato nuovamente certe sensazioni, aver compiuto il primo passo per far tornare nella sfera del quotidiano e dello spontaneo quei gesti che qualche ora prima erano quasi sembrati inconsueti, forse addirittura forzati.

Il tempo è il primo e più prezioso alleato in questa operazione di normalizzazione e, corsa su corsa, tutto si riassesta. Anche l’ardore agonistico e la competitività tornano quelli di una volta e in breve riprendono ad animare il corridore transalpino a cui l’incidente non ha cancellato la positività e il sorriso. Quello più grande Benoît lo mostra il 22 settembre 2017 quando nel finale dei Mondiale su strada di Bergen riservato agli Under 23 fugge con Lennard Kämna e, battendolo allo sprint col gruppo in rimonta, si laurea campione del mondo della categoria. Sul podio allora Benoît sorride e lo fa perché, incidente o non, un arcobaleno così non l’ha davvero mai visto.

Con un biglietto da visita in tasca tutt’altro che anonimo, il francese quindi può finalmente cominciare la sua marcia affianco ai grandi del pedale, in mezzo ai quali si dimostra particolarmente adatto alle classiche dai finali movimentati ed esplosivi (Ardenne su tutte), batte un paio di colpi (terzo alla Parigi-Tours 2018, primo al Grand Prix de Plumelec-Morbihan oltre alla già citata Parigi-Camembert dello scorso aprile), porta la sua tempra e ogni tanto anche la pericolosa abitudine a saggiare l’asfalto come al Tour Down Under, al campionato nazionale francese e, più di recente, anche al Tour de France attualmente in corso.

Finito a terra nel corso della prima frazione nei dintorni di Bruxelles, Benoît tuttavia non si è demoralizzato, ha tenuto ancora una volta stretti i denti ed è rimasto fedele alla sua filosofia centrando la fuga nella sesta tappa, quella con l’arrivo alla Planche de Belles Filles, un luogo forse non a caso legato a temi cari alla vicenda di Cosnefroy come quelli della tragedia e delle cadute.

Il picco dei Vosgi deve infatti al suo nome alle fanciulle che, secondo la leggenda, per sfuggire alle barbarie di un gruppo di mercenari svedesi avrebbero preferito suicidarsi gettandosi in massa dalla cima di questa montagna piuttosto che subire sfregi e violenze. Il loro intenzionale e drammatico suicidio è rimasto impresso nella memoria popolare d’oltralpe e, attraverso la scelta di nominare in questa maniera l’erta, non potrà mai essere dimenticato.

Come loro anche l’esistenza di Cosnefroy ha rischiato di passare ai libri di storia (sportiva) e rimpianta per un sacrificio umano: nel suo caso però, la perdita sarebbe stata intollerabile e soprattutto non voluta. Benoît invece, a differenza delle giovani donne, è caduto ma ha riaperto gli occhi, ha riassaporato con forza la luce. Un giorno, anche lui forse raggiungerà l’immortalità ma se lo farà non sarà stato perché avrà voluto volontariamente raggiungere le tenebre, ma per le imprese e i successi che avrà conseguito in sella ad una bicicletta.

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