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Un nuovo Jan? No, Kämna

In Germania sono alla disperata ricerca di un corridore da grandi giri e se uno mi osserva, vede che sono leggero e vado bene a cronometro deduce giustamente che io lo possa essere ma, alla fine, c’è ancora grande distanza fra ciò che sono ora e l’essere un buon corridore per cui non mi sembra il caso di fare congetture del genere”.

Da anni i media tedeschi del settore, dopo aver trovato qualcuno che possa difendere con orgoglio i colori nazionali sia nelle volate di gruppo che nelle classiche di un giorno, spingono per trovare colui che finalmente possa tornare a far splendere la Bundesflagge sul gradino più alto del podio di una corsa a tappe di tre settimane. L’ultimo a riuscirci è stato Jan Ullrich alla Vuelta Espana nel 1999 e da allora la missione è diventata scovare un “nuovo Jan”, uno che, come plus rispetto all’originale, sia completamente avulso dal doping.

Lennard Kämna, in corsa in questo momento alla Grande Boucle, è da tempo che si sente costantemente appiccicata addosso questa etichetta. Dal titolo mondiale contro il tempo conquistato tra gli juniores a quello europeo fra gli Under 23 (sempre a cronometro), dall’argento iridato di Bergen nel 2017 (quando già era passato professionista) all’oro a squadre con la Sunweb nella stessa rassegna, “Lennie” ha sentito accostare il suo nome a quello di “YoYo” Jan in occasione di ogni suo exploit, rifiutando sempre e con forza questo audace paragone.

Sebbene le qualità ci siano tutte e non manchi la volontà dell’atleta di migliorare sotto tutti i punti di vista (comprese le abilità da scalatore), pare onestamente troppo presto e avventato mettere un certo tipo di pressioni (che l’interessato comunque dice di non sentire troppo addosso) su un ragazzo che ha ancora tutto da dimostrare, deve crescere molto e che soprattutto è passato giovanissimo tra i pro’ pagando uno scotto non indifferente già al secondo anno.

Guardando al 2018 di Lennard infatti si può notare facilmente come il nativo di Wedel sia scomparso dal circuito delle corse professionistiche per ben cinque mesi (da marzo ad agosto) tornando a gareggiare a distanza di 137 giorni dall’ultima volta in primavera. Il motivo? Una vacanza. Una vacanza forzata e necessaria dopo un 2017 che ha inciso parecchio sul fisico e sulla testa del giovane teutonico, buttato nella mischia e nello stress di un grande giro già all’interno della sua prima stagione tra i grandi.

Il ritiro alla Vuelta 2017, un importante banco di prova in cui Kämna ha potuto testare i propri limiti e misurare al contempo la temperatura del tifo iberico (Lennard ricorda con piacere un tifoso che più volte è corso affianco a lui e ad altri offrendo pezzi di prosciutto), ha rappresentato il primo e serio campanello d’allarme per la sua salute e la sua tenuta corporea, minate nei mesi successivi da continue ricadute e da uno stato di persistente malessere ad un ginocchio, lo stesso che aveva iniziato a gonfiarsi e irritarsi proprio in Spagna causandone il prematuro abbandono.

Dopo un fisiologico stop e l’avvento del nuovo anno, anche nei primi mesi del 2018 però Kämna ha continuato a faticare trovando doloroso allenarsi e impossibile costruire una condizione decente per competere al massimo livello. Questo perché, nel frattempo, i suoi continui problemi al ginocchio hanno rischiato di tramutarsi in un vera e propria infezione, un ostacolo altamente debilitante che, nonostante tutti gli sforzi somatici, finisce per portare Lennard e la sua testa a dire “basta”: il dolore, unito alle conseguenze a cui poteva portare un problema del genere e alla frustrazione di non poter rendere come vorrebbe, lo costringe (in accordo coi vertici del suo team) ad un certo punto a prendersi definitivamente una pausa dall’attività agonistica, una pausa per ricaricarsi, riflettere e “pensare a come procedere con la sua carriera”.

Sentendo queste ultime parole, molti temono che il promettente corridore germanico possa addirittura ritirarsi, ma dentro di sé Kämna non contempla mai neanche per un secondo l’opzione di abbandonare lo sport che più ama, che più lo affascina (in particolare gli piace “la velocità e la possibilità di misurarsi con certi rivali”), quello per cui (grazie alla passione del padre Gerald e a quella di suo fratello più grande John, entrambi attesi sulle strade del Tour) ha sempre provato un’attrazione fatale e che, da quando aveva undici anni, lo ha spinto a fare enormi sacrifici, trasferendosi da giovane a Cottbus e sottoponendosi ad un martellante programma di studi e allenamenti (nel 2014 ha corso ventiduemila chilometri in tutte le condizioni atmosferiche, facendo cinque uscite a settimana dalle tre alle cinque ore ciascuna dopo le lezioni in aula la mattina).

Difatti, il suo obiettivo a lungo termine è (ed è sempre stato) un altro e il tedesco non lo perde di vista neanche quando è costretto a stare fermo, a staccare trascorrendo le giornate in giardino con un libro oppure all’aria aperta con gli amici: lasciare il suo marchio, la sua impronta nel ciclismo professionistico, non solcando le orme di altri, ma costruendo passo dopo passo il proprio percorso.

Intanto, mentre passano le settimane, la pausa sortisce gli effetti sperati. Il tedesco, rigenerato mentalmente a fisicamente, ricomincia a mettere chilometri nelle gambe nei mesi conclusivi del 2018 (volando persino in Cina per questo scopo) per lanciarsi poi con rinnovate vitalità e determinazione nel 2019, dove porta a termine brevi corse a tappe sacrificandosi per i propri capitani e si cimenta per la prima volta con l’Inferno del Nord e le classiche delle Ardenne in previsione del grande appuntamento che lo aspetta a luglio, quello con il Tour de France.

La partecipazione alla corsa francese per lui è sempre stata un sogno e se questo ora è diventato realtà lo deve solamente al duro lavoro che ha compiuto negli ultimi mesi, mettendosi nuovamente in condizione di poter esprimere le proprie potenzialità e di poter fornire un valido aiuto a chiunque glielo chieda in squadra. I più malevoli potrebbero pensare che Lennard, in uno strano gioco del destino con protagonista le ginocchia, abbia trovato posto fra i magnifici otto al via da Bruxelles solo grazie al forfait del capitano designato Tom Dumoulin, anche lui alle prese con problemi all’arto che poco più di anno prima ha fermato Kämna: i suoi direttori sportivi però a riguardo hanno smentito questa ricostruzione affermando che per il giovane prodotto del vivaio del Team Stölting questo è un “premio che si è guadagnato” e che, qualunque fossero state le condizioni del vincitore del Giro d’Italia 2017, lui sarebbe stato comunque tra i prescelti.

Adesso starà lui arrivare a Parigi, starà a lui far progredire ancora le proprie qualità atletiche, aiutando Matthews nelle volate e, per il resto, approfittando delle opportunità che la strada e la squadra gli daranno per tentare una sortita e provare ad involarsi in una di quelle fughe che molto spesso rimangono solo coraggiosi tentativi ma altre volte regalano la gloria e la possibilità di cambiare una carriera. Per Kämna quei tentativi, prima di questo Tour, hanno rappresentato per diverso tempo momenti di grande esaltazione visto che in molti di questi, anni addietro, era coinvolto Jens Voigt, l’unico a raccogliere in passato le preferenze e il tifo del portacolori in maglia Sunweb.

Per lui, ad ogni modo, l’obiettivo sarà quello di avvistare l’Arc de Triomphe il 28 luglio e portare a termine così la sua prima grande corsa a tappe, un traguardo stimolante (e impensabile dodici mesi fa) che rappresenterà, se raggiunto, un altro grande passo nel disegno personale della propria carriera, dove non saranno i confronti con le vittorie di altri a determinare quanto e se sarà stata grande la sua parabola nel ciclismo ma solo le imprese realizzate con le proprie gambe, ispirato dal coraggio dei propri idoli e, a volte, dalla forza di fermarsi per poter ripartire poi con ancora più forza e cattiveria.

Un commento su “Un nuovo Jan? No, Kämna

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