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Giro D’Italia (Tappa 21): Saluti e stranezze

La vittoria di Chad Haga nella cronometro conclusiva di Verona e i coriandoli rosa che si posano dolci sulle spalle di un incantato e commosso Richard Carapaz hanno fatto calare il sipario sul Giro d’Italia 2019, un’edizione che sotto più aspetti può essere considerata anomala o quantomeno singolare.

I pronostici più comuni, le abitudini consolidate, i consueti schemi e, più in generale, regolarità e prevedibilità (anche meteorologica) sono infatti saltate in aria in più d’un occasione dando vita a una Corsa Rosa indubbiamente strana e particolare, a partire dal suo vincitore finale, l’ecuadoriano del team Movistar.

Ad alzare al cielo il Trofeo Senza Fine è stato lui, un corridore partito come gregario di lusso da Bologna e trasformato in capitano dalla strada, dalle situazioni occorse in corsa e dalla sua forza generale, il tutto mentre invece il leader designato Mikel Landa si è trovato “degradato” ad aiutante principale, ruolo che in un certo senso si è cucito addosso da solo non tanto per il rendimento in salita (qui il basco è stato probabilmente il migliore) quanto per quello assolutamente insufficiente a cronometro (in tre prove contro il tempo ha rimediato 4’43” da Roglic e 3’16” da Nibali).

Avendo perciò inoltre potuto contare sul prestigioso aiuto del terzo classificato al Giro 2015, Carapaz in sostanza ha vinto perché è risultato il più costante ad alto livello in tutte le fasi di corsa, creando il margine che poi si è rivelato decisivo nella frazione di Courmayeur, quando indubbiamente lui e l’impatto che avrebbe potuto avere nei giorni successivi è stato sottovalutato da quelli che parevano i due unici contendenti alla rosa finale, Primoz Roglic e soprattutto Vincenzo Nibali.

Quest’ultimo probabilmente, più dello sloveno, ha da recriminare qualcosa. Il balcanico infatti dal canto suo ha impostato la tattica di gara che voleva e per poco non è riuscito a farla coincidere con il successo finale: conscio della propria superiorità a cronometro e di dover difendersi sulle montagne da gente meglio attrezzata di lui per le salite, sapendo che probabilmente avrebbe dovuto affrontare un calo negli ultimi giorni Roglic si è cimentato per quanto possibile in una marcatura a uomo sul siciliano, l’unico sulla carta a poterlo infastidire per davvero in classifica, irritandolo e cercando di concedergli il meno possibile per poi dargli nuovamente la paga nella crono di Verona.

Purtroppo per lui (che ha avuto una squadra debole e non si è mai curato di non far scappare le fughe) è spuntata la variabile impazzita Carapaz, un imprevisto che, assieme al controllo prepotente esercitato sulla corsa poi da tutta la Movistar (quindicesimo Grande Giro conquistato nella storia della squadra), ha finito per rompere le uova nel paniere dell’ex saltatore con gli sci. Così il suo piano di costruire il vantaggio a cronometro su tutti gli avversari, controllare solo l’uomo più vicino a lui in classifica e difendersi sulle asperità più dure è fallito.

Come, purtroppo, si è volatilizzato il sogno di vedere per la terza volta in rosa lo “Squalo” in magia Bahrain-Merida. Nibali è rimasto intrappolato nella tela disposta dal corridore della Jumbo-Visma innervosendosi e non riuscendo a controllare gli attacchi e le azioni di tutti quelli che potevano essere terzi incomodi, cosa che Carapaz ha sfruttato a proprio favore nel momento giusto, ossia sul Colle San Carlo dove ha prodotto l’exploit che a posteriori ha deciso tutta la corsa. Forse l’atleta siciliano, come la maggioranza della gente d’altro canto, ha pensato che il gap concessogli a Courmayeur sarebbe stato recuperabile sulle tante montagne dei successivi giorni e invece questo non è stato possibile proprio per la forza dell’ecuadoriano e della sua squadra, con un Landa (fedelissimo agli ordini di scuderia e giù dal podio per soli otto secondi) decisamente sugli scudi.

Tutti i colli e le vette delle ultime otto giornate perciò alla fine si sono rivelati quasi nulli ai fini di determinare la classifica generale, mentre molto più incisive in questo senso (e lo si era capito fin da principio) sono state le tre cronometro che in un modo o nell’altro hanno eliminato dalla contesa la maggior parte dei pretendenti e hanno fissato il podio conclusivo. È inevitabile dunque a questo riguardo ravvisare un’altra stranezza: il disegno del Giro paradossalmente ha ricalcato molto di più quello di alcuni Tour de France degli ultimi anni (tanta pianura e poche emozioni all’inizio se non le cadute) con la gara a tappa francese che, al contrario, di recente si è ispirata sempre più alla Corsa Rosa cercando arrivi insidiosi e originali, diminuendo il peso delle crono e distribuendo meglio salite e fatiche.

In quest’ottica è stata strana anche la distribuzione dei GPM (14 nelle prime 12 tappe, ben 28 nelle ultime 11) e la concentrazione delle fatiche più impegnative negli ultimi dieci giorni, estremizzando il concetto di lasciare il meglio alla fine. Questa particolarità ha fatto sì che tutti i big attendessero/si risparmiassero per i giorni finali e, sapendo cosa li avrebbe attesi in quei tapponi, lasciassero andare senza problemi numerose fughe fino al traguardo: senza considerare le prove contro il tempo, in nove tappe su diciotto il successo parziale se lo sono disputati coloro che sono andati all’attacco di prima mattina. In pratica solo in un’occasione e mezza (la vittoria di Bilbao al monte Avena, giunta quando i fuggiaschi sono stati ripresi dal gruppo principale ma si sono lo stesso giocati la tappa) i top rider hanno lottato per conquistare la frazione, proprio a Courmayeur dove a imporsi è stato Carapaz.

Non ha poi aiutato ad aumentare la combattività nelle tappe (specie in quelle piatte ma non solo) la singolare attribuzione di abbuoni e punti ai traguardi volanti (entrambi rivedibili) come l’inferiore competitività di alcune formazioni: se a strappare un successo di tappa sono state quattordici delle ventidue formazioni presenti al via, tra le rimanenti otto ve ne sono alcune che comunque sono riuscite ad essere protagoniste e presenti nel vivo della corsa (vedi la Bahrain con Nibali per la generale, la EF e la Bardiani nelle fughe, la Israel nelle volate) e quattro che, in senso opposto, hanno deluso o si sono auto-eclissate dal cuore delle operazioni.

È strano dunque che una formazione plurivittoriosa in questa e nelle scorse stagioni come la Deceuninck – Quick Step per la prima volta dal 2015 non abbia conquistato tappe in un Grande Giro (la squalifica di Viviani nella terza tappa è come se avesse mandato in tilt tutto il team); è strano che una corazzata come la Ineos (al debutto in un GT), perso Bernal, non abbia trovato modo di brillare se non con qualche giorno in maglia bianca della promessa Sivakov; è strano che due compagini come Dimension Data e CCC che, volate di Mareczko e Nizzolo a parte, avrebbero dovuto fare dell’aggressività un loro cardine abbiano completamente fallito nell’obiettivo di farsi ricordare per qualcosa in questo Giro.

Meno male che poi, a parte le peculiarità, ci sono state anche alcune (poche) certezze e conferme: la presenza di Nibali sul podio di una delle tre grandi corse a tappe (undicesima top3), l’incredibile filotto di Roglic (mai fuori dai primi quattro in gare a tappe dall’aprile 2018), la seconda maglia bianca consecutiva per Miguel Angel Lopez (il più sfortunato tra gli uomini che puntavano alla vittoria finale), il prolungato feeling con il successo (Deceuninck a parte) delle prime cinque squadre plurivittoriose quest’anno (Astana, Jumbo-Visma, BORA-Hansgrohe e Mitchelton-Scott hanno tutte alzato le braccia almeno una volta) e l’internazionalità del nuovo millennio (nelle ultime diciannove edizioni c’è sempre stato almeno un corridore straniero sul podio finale).

In generale però, come molti non hanno mancato di sottolineare facendo un gioco di parole con il cognome del vincitore, è stato un Giro d’Italia piuttosto pazzo, decisamente poco scontato e molto insolito: l’anno prossimo, per restare sul tema del bizzarro, si partirà per la prima volta da Budapest e dall’Ungheria e sarà interessante se il numero di sorprese, stranezze e curiosità andrà a ripetersi o si tornerà a scenari più normali. Intanto ci sono altre due mezze stagioni da correre: quali altre pazzie ci regaleranno?

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