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Giro D’Italia: La teoria campestre del “Cubanito”

Il ciclismo è uno sport faticoso e noi, fin da piccoli, in campagna siamo stati abituati a soffrire. È per questo, credo, che si adatta così bene a noi”. Le parole sono quelle, pronunciate qualche tempo addietro, dell’altro ecuadoregno che, a differenza del ben più in vista e richiesto Richard Carapaz, sta correndo anche lui il Giro d’Italia 2019.

La sua tesi (quanto mai attuale) sulla simbiosi Ecuador-bicicletta può spiegare in maniera tanto sintetica quanto esaustiva perché finalmente i corridori di questo Paese stiano finalmente emergendo a livello internazionale, dove a Jhonatan Narváez e all’attuale maglia rosa della Movistar nel 2019 si è aggiunto anche Jonathan Caicedo, che con “Richie” condivide un’amicizia di vecchia data nonché l’area di provenienza e alcune similitudini della propria cronistoria.

Anche il portacolori della Education First proviene infatti dalla regione montuosa di Carchi e come lui ha passato un’infanzia tra i campi, piantando, raccogliendo e poi vendendo verdura al mercato locale. La prima bicicletta gli viene donata dallo zio Aníbal Beltrán all’età di quattro anni e su quella, grazie all’insegnamenti della signora María Rosa Cepeda, compie le prime pedalate al termine delle lunghe giornate passate a lavorare la terra al fianco del padre Gerardo.

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Presto per il più anziano dei tre fratelli avuti dalla coppia arriva anche l’ora di iniziare la scuola ed è lì, a Santa Martha de Cuba (una ventina di minuti dal suo paese natale Tulcan), che la federazione sportiva locale lo intercetta convincendolo ad iscriversi alla scuola di ciclismo dopo aver provato, tra gli altri, calcio e atletica. Il giovane segue con grande entusiasmo questa strada ma qui, per la prima volta, la sua passione è costretta a subire un brusco raffreddamento: alla scuola non ci sono mezzi a sufficienza per tutti i ragazzi e ciò lo porta a pedalare saltuariamente, annoiandosi e perdendo costanza.

 

Jonathan però non può proprio stare fermo e allora in suo aiuto interviene il padre (al quale poi Caicedo regalerà un trattore coi primi soldi delle vittorie) che coi profitti della vendita di una mucca riesce a comprargli un telaio Duarte, acquisto a cui successivamente fanno seguito quelli dei pedali, del manubrio e di tutto il resto della componentistica. A 15 anni il ragazzo può tornare finalmente a sfrecciare sull’asfalto delle strade della sua regione, muovendosi nei dintorni di Santa Martha e spingendosi talvolta fino a Juncal in compagnia di alcuni professionisti locali.

Dopo poco trova modo anche di sfogare il proprio spirito competitivo prendendo parte ad alcune gare della sua zona in cui, a suon di buoni piazzamenti, riesce a farsi notare dalla squadra della prefettura provinciale, la Coraje Carchense, che gli offre un contratto e il suo primo stipendio da atleta. È con quella maglia che prende piede il suo soprannome “Cubanito” (da Santa Martha da Cuba) ed è con quella che corre per diverso tempo prima di tentare il salto nella formazione creata in Ecuador dal Team Movistar. L’attività del gruppo spagnolo in Sud America tuttavia si chiude purtroppo dopo appena un anno, lasciando di fatti a piedi Jonathan che per la seconda volta nella sua ancor giovane carriera deve affrontare uno stop importante.

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In quegli istanti la voglia di andare in bici scema un’altra volta e pur di non restare inoperoso, dopo aver saggiato il clima delle corse europee, decide di tornare nel suo Paese e iscriversi alla facoltà di agraria per la quale riceve anche una borsa di studio.

 

Nonostante i buoni risultati nei due semestri passati in università, la vera vocazione di Jonathan resta quella per la strada e soprattutto per la bicicletta, sulla quale decide di scommettere ancora una volta tornando a competere per il Team Strongman. Tra queste fila la sua pazienza e la sua voglia di emergere definitivamente vengono ripagate: nel 2016 conquista una tappa alla Vuelta Costa Rica e, soprattutto, si impone nel Campionato Panamericano su strada a San Cristobal in Venezuela; nel 2017 si piazza quarto nella generale della Vuelta Colombia, una corsa che l’anno successivo lo metterà definitivamente sui radar dei grandi squadroni del World Tour.

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Difendendo i colori del Team Medellin, uno dei più rinomati club ciclistici della regione sudamericana, nel 2018 infatti Caicedo diventa il quinto vincitore straniero della tanto impegnativa corsa a tappe colombiana, perla a cui aggiunge il secondo posto alla Vuelta Asturias e il terzo nella Vuelta Comunidad de Madrid. Su di lui allora iniziano a rincorrersi diverse voci (alcuni lo vogliono vicino all’Astana) che confermano che il “Cubanito” è prossimo ormai al grande passo, allo sbarco nel Vecchio Continente dove il suo conterraneo Carapaz sta già raccogliendo numerose lodi.

Il trasferimento si concretizza nel settembre scorso con la EF di Jonathan Vaughters che seguendo i consigli proprio del connazionale della Movistar si convince a scommettere molte delle sue fiches su di lui. Senza troppi indugi, disputate un paio di corse a tappe di una settimana dal livello piuttosto alto, il manager del Colorado lo butta quindi nella mischia della Corsa Rosa con la speranza che possa mettere in mostra un talento che negli anni, dal suo allenatore in gioventù Paulo Caicedo (i due non sono parenti) ad ex compagni di squadra di rilievo come Oscar Sevilla, tutti gli hanno riconosciuto.

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A parte questo e il suo desiderio che in Ecuador aumenti l’interesse statale e privato nei confronti del ciclismo non costringendo così i giovani più promettenti a cercare fortuna in Colombia, il grande salto tra i professionisti europei non cambia più di tanto Jonathan, che resta e si autodefinisce umile (non ha idoli ma ammira tutti nel ciclismo per la fatica che fanno), ha i propri obiettivi ed è desideroso di eccellere nel Vecchio Continente.

Nel suo di Continente invece Caicedo ha e avrà sempre un occhio di riguardo per i suoi cari, dai genitori alla moglie Lisenia e alla figlia Domenica, e cercherà di vivere sempre in modo semplice, senza lussi inutili, aiutando chi gli starà accanto con gesta e mansioni tanto piccole quanto importanti. Sceso dalla bicicletta e completati con rigore i propri allenamenti, l’atleta ecuadoregno infatti non si è mi tirato indietro quando si è trattato di aiutare i famigliari con il lavoro nei campi o quando ha dovuto occuparsi della piccola primogenita. Allontanarsi e stare a lungo lontano da loro, come per molti sudamericani, è un sacrificio ragguardevole mai semplice da affrontare ed è per questo che, una volta tornato nella sua terra, Jonathan e altri come lui cercano di vivere e approfittare al massimo del tempo a disposizione coi propri affetti.

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Non mancheranno mai perciò, da parte sua, il massimo sostegno e la massima determinazione quando ci sarà da supportare la propria famiglia come, allo stesso modo, non verranno meno la sua fame e la sua cattiveria quando dovrà realizzare i propri sogni in sella alla bicicletta. In questo senso, pur avendo commesso degli errori in passato (dall’espulsione per essersi fatto beccare due anni fa con un po’ troppo alcol in corpo prima dei Giochi Bolivariani, all’ingenua sconfitta nella prima tappa della Vuelta Asturias 2017 per aver alzato colpevolmente troppo presto le mani al cielo), il “Cubanito” possiede la mentalità giusta per farsi valere anche da questa parte dell’Oceano.

Quell’attitudine, quella predisposizione a soffrire, Jonathan l’ha imparata tra legumi e cipolle quando era bambino e certamente, quando verrà chiamato a scalare i Pirenei come le più dure vette alpine, prima o poi in qualche modo è convinto che farà la differenza.

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