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Giro D’Italia (Tappa 16): Stilettate alle gambe in una cornice camaleontica

La prima volta che senti tirare davvero le gambe è al tornante 28 (dei 33 che in senso decrescente caratterizzano l’intera salita), quello dei polacchi, ieri tutti per Rafal Majka. È un bruciore che parte dal tallone e poi avvampa per il polpaccio e risale con meno intensità verso gli adduttori. Lo avverti quando la pendenza è cattiva, la strada si impenna e l’inerzia ti spinge all’indietro.

Sono tanti i momenti così lungo il Mortirolo, una fra le asperità più dure d’Italia, protagonista ieri della sedicesima tappa del Giro. Dopo l’avvio “normale” da Mazzo di Valtellina e fino ai -4 chilometri dalla cima quando le pendenze finalmente perdono di vigore, questi pizzichi agli arti inferiori si presentano con paurosa frequenza impedendo di dare una qualsivoglia possibilità di respiro ai propri muscoli supplicanti.

Le numerose curve a gomito, solitamente l’unico appiglio a cui aggrapparsi per dare una tregua al proprio sforzo, qui spesso illudono e sono rampe cattive che invece danno un’ulteriore spallata ai buoni propositi degli ardimentosi. Queste, per il numero in cui sono disseminate, inscenano una sorta di countdown verso la liberazione dalle catene della fatica e costruiscono un fondamentale punto di riferimento assieme alle molte località e singole abitazioni sparse lungo il percorso.

I loro nomi sono unici e singolari ma praticamente tutti accomunati da un fatto: nei loro pressi arriva irrimediabilmente una nuova stoccata a gambe sempre più in fiamme. La serpentina a Murtarol Rela, il rettilineo senza fine a Prabeton, l’impennata a mezza costa a Curulea, il drittone all’insù a La Pelegata infliggono tutte, una dopo l’altra, fitte su fitte ai tessuti già ardenti e sempre più colmi di acido lattico.

Lo sforzo e il fuoco dell’emisfero australe del corpo producono poi una serie di altre reazioni correlate: sudorazione, fame, respiro affannato, vasi sanguigni che si dilatano e, fra le tante altre, un aumento della ricettività sensoriale e delle percezioni esterne. È questo che sembra trasformare in aghi sottili la leggera pioviggine di traverso che contraddistingue la mattinata di chi sta provando a raggiungere la vetta o quantomeno i chilometri più complicati di questa montagna lombarda.

Arrivare allo scollinamento o comunque al termine del tratto più duro è una liberazione, un “alleluia” cantato a squarciagola dal proprio corpo a cui si accompagna subito un interrogativo: ma chi ha pensato di fare una cosa del genere? La risposta più credibile è che tutto questo sia opera di un diavolo dotato di asfaltatrice.

Ieri è toccato agli eroi della Corsa Rosa misurarsi con questi terribili 11,8 chilometri al 10,9% di pendenza media e 18% di massima dove, essendo ormai nella terza settimana (quella in cui tutto è possibile e in cui chi vuole imporsi in questa corsa deve provare a fare la differenza), non sono mancate crisi e stilettate agli avversari.

Relativamente a quest’ultime, la più spettacolare, la più pericolosa e la più incisiva è stata quella di Vincenzo Nibali, l’uomo più atteso e acclamato dal pubblico valtellinese, che senza fronzoli ha attaccato a viso aperto i rivali ottenendo risposte (da Landa e Carapaz) e sancendo condanne (Mollema, Zakarin, Yates e soprattutto Primoz Roglic) grazie a un coraggioso affondo che si è fatto sentire nelle pedalate affaticate di diversi pretendenti al Trofeo Senza Fine.

Per i presenti a bordo strada accecati dall’entusiasmo per il tentativo dello “Squalo dello Stretto” a colpire ed essere oggetto di meraviglia, oltre all’azione del siciliano, è stato lo scenario in cui questo ha preso corpo. Quasi come a voler accompagnare la crescente attesa e il climax di tensione attorno ai fatti di corsa, il paesaggio in pochissimi minuti ha saputo magicamente cambiare volto assumendo contorni perfetti per essere teatro di una battaglia dai toni epici.

Quando i primi elicotteri hanno cominciato a ronzare ai piedi della scalata infatti, una bianca e leggera nebbiolina ha iniziato ad avvolgere la strada, fendendo i profili appuntiti degli alti abeti che tratteggiano il monte. A mano a mano che le moto e le auto davanti alla corsa risalivano lungo il tragitto, la foschia si è compattata diminuendo la visibilità a non più di una decina di metri, il tutto mentre il cielo sopra le teste dei tifosi assumeva una colorazione sempre più tendente al grigio scuro. Al passaggio dei primi tre reduci della fuga del mattino una prima pioggia, a gocce intermittenti e per questo sopportabile, ha preso a rimbalzare sull’asfalto già umido dell’erta, lasciando spazio dopo poco a un intenso e freddo acquazzone che ha finito per colpire in pieno le schiene piegate dei primi della classe.

Da quel momento l’acqua non ha mai smesso di scendere copiosa sulla gara, accompagnando la marcia appesantita dei ritardatari, ognuno coi propri pensieri in testa, con le proprie preoccupazioni, con le proprie immagini positive nella testa per superare le viscide rampe conclusive. Le gocce, pesanti e impietose, si sono abbattute come liquide pugnalate sui loro fisici definiti, riscaldati solamente dagli applausi, gli incoraggiamenti e qualche generosa spinta da parte di tifosi altrettanto fradici.

Su tutti ha colpito il profilo sfigurato e delirante del francese Alexis Vuillermoz, vittima un attacco d’asma e autore di un’ascesa compiuta tra urla agonizzanti e disperazione crescente. Alla fine, anche lui però è riuscito a sopravvivere alle bizze di un clima imprevedibile e al dolore di una fatica indicibile, giungendo al traguardo fra gli ultimi ma restando in gara.

Lui, come ogni corridore impegnato in corsa ieri e ogni tifoso accorso a omaggiare i suoi beniamini, ha osservato in prima persona la cornice che il meteo, unitamente al paesaggio, hanno apparecchiato per un finale di tappa in cui la strada e gli istinti competitivi hanno prodotto più di una fitta alle gambe dei protagonisti, mimandone in più di un’occasione la resistenza.

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