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Giro D’Italia: La strana coppia da Jönköping

È di 47 chilometri, circa mezz’ora di macchina, la distanza che separa il centro abitato di Huskvarna da quello di Skillingaryd: il primo è famoso per l’omonima e rinomata azienda motoristica, il secondo è un tranquillo paesino di quattro mila anime lungo l’autostrada E4.

Siamo in Svezia, nella parte meridionale del paese denominata Götaland e più precisamente attorno alla città di Jönköping; comune che dà il nome anche a tutta la contea circostante ed è situato sulla sponda sud dell’immenso Lago Vattern. Da qui, da questa terra di specchi d’acqua incantati, vergini foreste d’abeti e aria frizzantina, provengono gli unici due sudditi di Re Carlo XVI Gustavo presenti in gruppo al Giro d’Italia 2019.

Uno è Tobias Ludvigsson, portacolori della Groupama-FDJ discretamente conosciuto all’interno del circuito World Tour; l’altro è Awet Gebremedhin e di svedese, come suggerisce il nome, pare avere ben poco. Questo infatti, presente in Italia tra le fila dell’invitata Israel Cycling Academy, ha origini eritree ma si sente, si professa (paga le tasse in Svezia e ha la licenza di atleta svedese ma non la cittadinanza) ed è considerato a tutti gli effetti un cittadino scandinavo, anche se con una vicenda molto particolare alle spalle.

Entrambi hanno trovato o ritrovato (a seconda dei casi) nei dintorni di Jönköping la propria casa, il proprio solido rifugio e una terra dalle strade variegate e poco trafficate, site nel contesto di uno scenario unico dal punto di vista naturalistico e ideali per realizzare lavori d’intensità come pure uscite più lunghe.

Ludvigsson, prima di esplorare i percorsi in asfalto, ha vagato parecchio per quelli sterrati, nascosti e disseminati lungo i boschi della zona. Lui infatti è partito, come diversi altri professionisti contemporanei, dalle ruote grasse e con quelle si è divertito, raccogliendo al contempo risultati non indifferenti, per parecchio tempo: tra sentieri polverosi e gimkane in mezzo ai pini, solo per seguire le spericolate avventure di un suo amico Tobias ha inforcato per la prima volta una mountain bike a 10 anni a da quel momento non l’ha più mollata adoperandola quasi tutti i giorni fino al 2009.

Conquistati allori su allori a livello giovanile in diverse specialità, dopo il mondiale di Canberra il giovane svedese viene strappato dal mondo dell’off-road e, grazie all’offerta e al sostegno del Team Cyclecity di Johan Ottosson e Anders Picco, comincia a rivolgere tutta la sua attenzione all’attività su strada. Tre anni più tardi sbarca tra i professionisti nella Argos-Shimano, squadra che gli permette di sviluppare le proprie abilità di cronoman e con la quale conquista la prima vittoria tra i grandi (tappa conclusiva e classifica generale all’ Etoile de Bessèges 2014).

Nel 2017, in cerca di nuovi stimoli, passa ai francesi della FDJ, una decisione che lo mette a tu per tu con una lingua sconosciuta, nuovi compagni e nuove dinamiche. È in quel momento, dopo aver vissuto a Girona per approfittare del clima e delle strade spagnole, che Ludvigsson medita e poi dà concretezza al suo ritorno a casa nella sua Svezia.

Al nord così ritrova amici, familiari e tragitti che si adattano perfettamente alle sue caratteristiche: spaziando in libertà per lo Småland e senza preoccuparsi troppo delle condizioni atmosferiche, Tobias percorre instancabile (a volte anche per otto ore in sella) gli itinerari verso Landsjön (la Toscana di Jönköping), Tomtebobacken (il punto più alto della regione), Malmbäck e Falköping, fermandosi di tanto in tanto per un caffè al Gårdsrosteriet o un sandwich ai gamberi al culmine della salita di Taberg.

È allenandosi su queste strade che il corridore in maglia FDJ si testa e mette a punto quella condizione che per due anni consecutivi gli consente di imporsi nel campionato nazionale a cronometro, conquistando la splendida maglia con la croce scandinava avvistata (senza fatica alcuna) di recente pure nelle prove contro il tempo del Giro.

I colori su quella casacca sono quelli che rappresentano anche Awet Gebremedhin. Lui, le strade di Jönköping le ha conosciute gradualmente, un po’ alla volta, esplorandole solo dopo aver ripreso con l’attività agonistica nel 2015 in seguito a 18 mesi trascorsi forzatamente lontano dalla bicicletta. Perché Awet in Svezia ci arriva di straforo, letteralmente scappando e rifiutandosi di tornare in Eritrea una volta concluso in Italia il Mondiale di Firenze con la sua Nazionale.

In Africa “Gebre” era cresciuto e aveva scoperto la bicicletta grazie a suo padre che un giorno, per facilitare i suoi lunghi viaggi di 15 chilometri dalla fattoria in cui lavorava a scuola, investendo i suoi risparmi gli aveva comprato un primo velocipede con cui muoversi e su cui sfogare tutta la sua energia. Consumando i pneumatici e finendo più volte a terra, il giovane in qualche modo riesce ad unirsi al gruppo sportivo più importante del Paese, lo Zoba Debub, con sede nella capitale Asmara e da lì, piano ma con costanza, guadagna premi, considerazione e la possibilità di fare qualche trasferta in Europa con la rappresentativa eritrea.

È così che arriva per due volte, nel 2011 e nel 2013, in Italia. Nel secondo caso però capisce che se tornasse a casa probabilmente non riuscirebbe mai a realizzare il suo sogno di diventare un corridore professionista e così propende coraggiosamente per la fuga. Ripara allora proprio in Svezia dove, per un anno e mezzo, vive recluso nella casa di un amico, lontano dalla bici, evitando di farsi vedere in giro e studiando la lingua per essere poi riconosciuto come rifugiato, eventualità che si concretizza nel 2015.

Awet a questo punto può finalmente tornare a condurre una vita normale e il suo primo pensiero va ovviamente alla bici per la quale aveva deciso di fare tutti quei sacrifici. Si rende subito conto tuttavia che non ha abbastanza denaro per acquistare tutta l’attrezzatura necessaria per tornare a sfrecciare sull’asfalto ma, conscio di ciò, non si dà per vinto e per alcuni mesi va in giro a raccogliere e vendere bottiglie vuote. Alla fine, i suoi sforzi vengono ripagati: coi soldi accumulati Gebremedhin torna ad inforcare un leggerissimo e nuovissimo cavallo in carbonio munito di ruote e, allenamento dopo allenamento, ritrova tonicità e le risposte che cercava dal suo corpo.

Riprende quindi a gareggiare prima con la Marco Polo (diciannovesimo al rientro in una competizione ufficiale) e in seguito con la Kuwait-Cartucho al fianco di un veterano come Davide Rebellin. A fine 2017 la formazione però decide di smettere con l’attività agonistica e Awet si ritrova nuovamente sull’orlo di un baratro, ma viene salvato dal suo ex direttore sportivo alla Marco Polo che contatta i dirigenti della Israel Cycling Academy raccontandogli la sua storia e convincendoli a dargli una possibilità. L’eritreo approda perciò alla corte della compagine bianco-azzurra in cui, attraverso la rescissione del turco Ahmet Orken, entra subito a far parte del comparto professionisti.

Per lui ci sarebbe anche la possibilità di andare addirittura al Giro d’Italia ma il suo DS Kjell Carlström ritiene che non sia pronto, ritardando in sostanza di un anno il debutto nella Corsa Rosa di questo testardo e sognante corridore africano.

Nel 2019 infatti Awet è tra gli otto prescelti della squadra israeliana e al via da Bologna in Piazza Maggiore incrocia il suo landsman Ludvigsson con cui va a costituire un’improbabile quanto fiabesca coppia di conterranei, ognuno con i propri precisi obiettivi in mente per questa fatica lunga ventuno tappe: Tobias è al servizio di Arnaud Demare e pensa alle cronometro, “Gebre” invece sogna una fuga in quelle frazioni dal profilo accidentato.

Per entrambi il massimo sarebbe riuscire a conquistare un successo parziale dando lustro alla propria partecipazione come a quelle delle rispettive squadre. Intanto nulla ha vietato loro, quando i ritmi della manifestazione l’hanno concesso, di ritrovarsi in mezzo al gruppo e pensare assieme alla loro terra, scambiandosi suggerimenti sulle strade, consigliandosi a vicenda luoghi per una sosta sulle colline o anche semplicemente discutendo del nuovo negozio aperto in centro città.

Tutto ciò fa parte delle dinamiche di corsa ed è bello che in un contesto così stressante e competitivo si trovi tempo e modo per non perdere di vista la propria provenienza e la realtà al di fuori dello straniante mondo delle gare in bicicletta. È piacevole insomma condividere un pezzo di casa lontano da casa ed è ancora più piacevole farlo con un volto amico, chiacchierando e ridendo in una lingua che, indipendentemente dal fatto che sia stata adottata e non sia proprio quella d’origine (come nel caso di Awet), è sempre e comunque la tua.

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