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Blog Giro D'Italia 2019 Professionisti

Giro D’Italia (Tappa 13): Gioia e fremito per una prima volta

La vittoria di Zakarin, il cedimento di Yates, il marcamento Nibali-Roglic, il tentativo coraggioso dei ventotto in fuga e poi le tattiche, l’ossigenazione in quota, l’alimentazione, i watt. Il Giro d’Italia è anche questo (e nella tredicesima tappa è stato esattamente questo), ma non solo.

È anche colore e calore, urla e tensione, birra e vino ma sopratutto tanta spasmodica voglia di esserci. Ieri per i paesi della Valle Orco e il Lago Serrù (località d’arrivo) era una prima volta assoluta, un battesimo tanto sognato, con la Corsa Rosa: mai il Giro aveva attraversato le sue borgate, scoperto le sue dighe, esplorato le sue vette.

Da Sparone a Noasca, da Ceresole a Chapili, tutti hanno preparato le cose in grande e si sono agghindati per bene con l’intento di non sfigurare a questo emozionante primo appuntamento. Assistere ai ferventi preparativi per il passaggio, magari anche brevissimo, dell’evento così rinomato e così importante è stato qualcosa di davvero riappacificante, un esempio di genuità e sincera emozione per qualcosa di grandissimo e a tutti gli effetti sconosciuto.

La sera prima c’erano mogli che, supportate dai mariti, srotolavano l’ultimo nastro rosa sulla cancellata della propria abitazione, anziani che posavano con cura una bicicletta tutta rosa a bordo strada e padri che gonfiavano palloncini rosa con l’aiuto dei figli ricompensandoli con un “bravo“, una scompigliata ai cappelli e magari più tardi anche un gelato.

Tutti erano in fermento, non sicuri di aver fatto abbastanza e ansiosi di sapere se quello che avevano fatto andasse bene. E, alla fine, andava più che bene: ieri è stato difficile trovare qualcuno che facesse un caffè senza una maglietta rosa col percorso della tappa stampato sopra, qualcuno che fosse a grigliare la carne senza una bandana o un grembiule rosa, una ragazza che non avesse almeno un ciondolo, degli orecchini o un braccialetto rosa.

Queste sono solo alcune delle piccole e semplici testimonianze di quanto ognuno ci tenesse a omaggiare la corsa e a far sapere al mondo intero collegato in televisione di quanto lui e il suo popolo fossero felici di poter esser toccati da una simile manifestazione.

Il “io ci sono“, che poi dopo qualche ora sarebbe diventato un orgoglioso “io c’ero“, è stato il mantra condiviso da tutti e che tutti immediatamente hanno fatto proprio, ripetendolo mentre si inerpicavano per i tornanti verso l’arrivo o semplicemente si piazzavano a bordo strada di fronte casa. Nessuno, dal ragazzo in stampelle all’anziano in sedia rotelle, si è tirato indietro, quasi come se la presenza garantisse una qualche unicità ulteriore alla propria esistenza.

Anche i bambini sono stati contagiati da questa euforia e, tra quelli interessati e quelli trascinati dai propri genitori, tutti alla fine hanno camminato o inforcato le proprie biciclette per farsi ipnotizzare dalla magia del Giro: c’erano allora quelli come Giacomo che agli 800 metri, in sella alla sua MTB, ha sussurrato un “sto morendo”, e quelli invece più giovani come Martina che ha esclamato “Mamma, voglio vederli passare che impennano”, chiara prova di come le gesta di un campione slovacco di nome Peter Sagan abbiano raggiunto una popolarità senza età.

Loro, tenendo la mano alla mamma o controllati a vista dallo sguardo severo ma divertito del papà, anche non conoscendo i nomi dei protagonisti non si sono risparmiati con gli applausi e gli incoraggiamenti, ricevendo in cambio dagli affaticati corridori a volte una borraccia a volte un sorriso.

Ecco, questa è stata la forza e il senso dell’intera giornata, i sorrisi. Da quelli dei corridori (spesso tuttavia più simili a ghigni di dolore) a quello di un tifoso americano alla sua seconda tappa in carriera al Giro, da quelli dei guardiaparchi impegnati a descrivere i comportamenti degli stambecchi a quelli della signora in e-bike che ha distribuito palloncini rosa fino in cima: c’era voglia di rendere ancora più grande e magnificente un evento già grande di suo, c’era voglia di recitare con trasporto una parte anche se probabilmente nessuno l’avrebbe vista, c’era voglia di abbracciare e trascinare questo pazzo serpentone su due ruote solo per il fatto di aver nobilitato col suo passaggio una (stupenda) zona d’Italia.

Ancora una volta il Giro ha incantato e affascinato, portando quell’allegria e quella vivacità che solo chi c’è stato potrà ricordare come uniche e assolutamente indelebili.

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