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Blog Giro D'Italia 2019 Professionisti

Giro D’Italia: Memoria o sacrilegio?

È il 10 giugno 1949. Al Giro d’Italia è in programma la Cuneo-Pinerolo, una tappa di 254 chilometri (per alcuni tra cui l’indimenticato Alfredo Martini non ispezionata in precedenza dagli organizzatori) con cinque temibili salite alpine che poi, negli anni avvenire, saranno ricordate quasi come una filastrocca: Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere.

In maglia rosa alla partenza c’è Adolfo Leoni, ignaro come tutti di ciò che sta per accadere. Difficilmente, lui che è un velocista, riuscirà a difendere il simbolo del primato su quelle arcigne e sterrate strade di montagna dagli assalti di Bartali e Coppi il quale, una volta partiti, sulle prime rampe della Maddalena ravvisa subito un problema alla catena.

Il Campionissimo ordina immediatamente al fido Sandro Carrea di prendere l’olio per rimediare all’inconveniente: il gregario in maglia Bianchi ubbidisce in men che non si dica ma né lui né il capitano riescono nell’operazione stando in sella, per cui sono costretti a fermarsi. In quell’attimo scatta in testa Primo Volpi, portacolori della Arbos, e Gino Bartali lo segue scatenando la bagarre e soprattutto l’immediata reazione di Coppi. Come una saetta l’Airone rientra sui due ma, riuscito l’aggancio, non si ferma anzi, prosegue come se nulla fosse lungo quelle ripide lingue di fango lasciandosi ben presto tutti alle spalle.

È l’inizio di una straordinaria cavalcata solitaria di 192 chilometri, narrata da cantori come Dino Buzzati e Pierre Chany sui giornali e dall’inimitabile Mario Ferretti alla radio (celebre l’apertura della sua radiocronaca: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”), che Fausto porterà a termine con 11’52” su “Ginetaccio” e 19’14” su Martini (terzo), conquistando la maglia rosa e consegnando ai posteri un assolo indelebile che renderà ancora più mitica la sua figura.

Quel trionfo e quelle uniche gesta entrano direttamente nell’immaginario collettivo configurando l’impresa tout court. Il volo di Coppi trasforma definitivamente la Cuneo-Pinerolo ne “La Cuneo-Pinerolo” con la “L” maiuscola e soprattutto ne “La tappa” (anche qui la maiuscola è obbligatoria), uno status confermato e riconosciuto a tutti i livelli e in tutto il mondo (nel 2011 una giuria internazionale la proclama ufficialmente come la frazione più bella di sempre della Corsa Rosa).

Quest’anno, nel centenario della nascita del Campionissimo e nel 70°anniversario di quell’impareggiabile azione, il Giro ha voluto giustamente rendere omaggio a una figura e un evento così importante della storia del ciclismo e dello sport italiano in generale. Per riuscire in quest’intento gli organizzatori hanno pensato di toccare da vicino e con mano propria questo straordinario exploit sportivo, riproponendo nell’elenco delle tappe un’altra Cuneo-Pinerolo.

La scelta, compiuta con il chiaro e dichiarato intento di commemorare l’evento e il suo autore, ha lasciato fin da subito dubbi e perplessità. Proponendo infatti una Cuneo-Pinerolo, che ripetiamo non è una tappa come le altre ma è qualcosa di assimilabile a un intoccabile ed indimenticabile momento di esaltazione collettiva, si è andati a solleticare la memoria storica della gente, scomodando in maniera non voluta ma inevitabile i concetti di epica, di prodezza, di azione eroica: in sostanza, si è evoluto evocare tra le linee qualcosa di sacro sportivamente parlando.

Ora, proporre lo stesso tracciato avrebbe dato vita tanto a un iniziale momento di eccitazione quanto poi ad un irreale e sicuramente irrispettoso tentativo di emulazione, suscitando un impari e insostenibile confronto tra le due circostanze. Allo stesso modo tuttavia, richiamare alla mente e stuzzicare certe immagini e certe sensazioni presentando una Cuneo-Pinerolo e poi disegnare un tracciato relativamente accattivante come quello affrontato ieri (reso selettivo dal caldo e dalla necessità di attaccare degli attardati), è stato per molti motivo altrettanto sufficiente per esternare un certo sdegno.

La soluzione migliore per non infastidire nessuno e uscire vincitori da questo impasse, come spesso accade in questi casi, si sarebbe potuta trovare nel mezzo, ovverosia dando vita a un tracciato che fosse una sorta di ibrido tra l’originale (durissimo) e quello di ieri, uno insomma con delle difficoltà tali da poter giustificare almeno in parte la riproposizione di un “monumento” così ingombrante all’interno del Garibaldi.

Molti, al momento della presentazione, si sono divisi provando chi riconoscenza nei confronti di Mauro Vegni e il suo staff per la nobiltà della scelta fatta e chi risentimento per il profilo altimetrico della tappa, in contrasto col nome e i precedenti della stessa. Alcuni, storditi, sono stati attraversati da entrambi i sentimenti, altri ancora hanno voluto sorvolare sull’appropriatezza della scelta.

A prescindere da tutto ieri abbiamo assistito a un’altra Cuneo-Pinerolo, una frazione risoltasi con l’arrivo di una vera e propria fuga “bidone” e il primo successo in carriera di Cesare Benedetti. Una gioia che lui ricorderà per sempre, come tutto il popolo del ciclismo ricorderà quel giorno di giugno del 1949 che, a differenza delle polemiche e delle discussioni che nascono e si perdono, è e rimarrà scolpito all’infinito nel muro dell’immortalità ciclistica.

Immagini by @MatteoSecci

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