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Giro D’Italia (Tappa 10): Riflessi e ferite

Da Ravenna a Modena è un elogio della pianura emiliano-romagnola: strade larghe e spesso dritte osano insinuarsi tra fossati, campi coltivati e anatre starnazzanti. È il tripudio del verde, reso ancora più brillante da un sole vivo che finalmente abbraccia la corsa e spinge tutti, dagli anziani ai più giovani, a riversarsi in strada per salutare il fugace passaggio della carovana.

I corridori sembrano quasi degli intrusi e invece la gente che affolla i marciapiedi è lì per loro. Per i presenti è una festa, poco importa che da un punto di vista agonistico il copione sia già scritto e le emozioni siano confinate agli ultimi chilometri e allo scontato arrivo in volata.

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Anche in gruppo si ride, si scherza, c’è tempo per scambiare battute e disquisire del più o meno, cercando però sempre di evitare il grande nemico di questo tipo di frazioni: la distrazione. È lei che, a braccetto con il rilassamento, può rendere amara anche una giornata così piacevole da passare in sella: per una conferma basta chiedere a Enrico Battaglin e Paolo Simion, vittime a una quarantina di chilometri dal traguardo dei suoi malefici e sonnolenti sortilegi.

I due comunque si rialzano, si rammaricano per il sangue e le botte rimediate che niente hanno a che fare con il contesto della frazione e, anche se molto affranti, ovviamente proseguono: dopo tutto sono al Giro d’Italia e stanno pur sempre disputando una competizione sportiva di richiamo mondiale, non certo un’amichevole sgambata fra amatori.

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Il loro capitombolo, oltre al sacrificale tentativo da lontano del tenace Sho Hatsuyama e dell’enfant du pays Luca Covili, è l’unico sussulto nell’elettroencefalogramma di una corsa che si capisce chiaramente vivrà il suo momento clou nella tanto attesa volata tra i big della velocità. In quei frangenti, avvicinandosi alle ultime decisive migliaia di metri, distrazione e rilassamento si fanno da parte lasciando spazio a tensione e adrenalina.

La squadra, i meccanismi e l’intesa coi compagni sono fondamentali per evitare i pericoli, diminuire i rischi e mettersi nella posizione migliore per far esplodere il proprio spunto vincente.  Elia Viviani, il campione italiano che tutti attendono speranzosi al proscenio, e la sua DeceuninckQuick Step ad esempio non sono ineccepibili da questo punto di vista: come già accaduto altre volte nei precedenti arrivi allo sprint, il veronese non ha sempre tutti i compagni al proprio fianco e quando perde le ruote degli altri pretendenti è un manipolo di uno o due uomini a scortarlo nuovamente nelle posizioni di testa.

Giro d'Italia 2019 - edizione 102 - tappa 10 da Ravenna a Modena - km 145

La Bora-Hansgrohe invece è una delle formazioni più compatte e incisive nelle fasi di preparazione alla volata. Ben prima del triangolo rosso dell’ultimo chilometro gli uomini nero-celesti sono già tutti schierati in fila indiana con il proprio capitano Pascal Ackermann a chiudere il treno. Nei pressi dei mille metri conclusivi l’irrequietezza e l’agonismo toccano vertici altissimi e qui entra in gioco un’altra componente, più volte decisiva, che caratterizza i finali di questo tipo.

Gli sprint infatti non sono solo watt e potenza, aerodinamica e posizione o, come dicevamo sopra, tensione e adrenalina, ma anche un insieme e una questione di riflessi. Sono un rapidissimo susseguirsi di impulsi, decisioni e contro-decisioni prodotti dal cervello degli atleti e tradotti immediatamente in movimenti sulla strada dai corpi degli stessi.

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È proprio un riflesso improvviso quello che manca (per la fatica, la concitazione del momento o l’attenzione rivolta per un istante da un’altra parte) ad Ackermann per evitare il contatto con la ruota del fido Selig di fronte a lui e un’inutile caduta.

Sono una serie di riflessi, di reazioni spontanee quelle che si innescano tra gli sfortunati alle sue spalle nel tentativo di rimanere in piedi. Qualcuno ce la fa, altri no e finiscono a terra maledicendo in cuor loro il tedesco. Tra quelli che non ce la fanno ci sono due casi di riflessi ai limiti del prodigioso, vani però ai fini di sfuggire il duro contatto con l’asfalto.

A sinistra della carreggiata Matteo Moschetti è costretto a scartare violentemente a causa del capitombolo della maglia ciclamino, perde l’equilibrio ma tenta comunque un’ultima disperata mossa sganciando entrambi i piedi dai pedali e cercando col bacino di riallineare sé stesso e la bicicletta o, quantomeno, di scampare a danni peggiori. La mossa purtroppo non dà i suoi frutti: mentre Arnaud Demare si invola verso il successo di tappa davanti ai superstiti Viviani ed Ewan, il portacolori della Trek-Segafredo impatta malamente con testa e corpo sulle transenne a bordo strada rimanendo a lungo stordito.

102nd Giro d'Italia - tenth stage

Sul lato destro invece, qualche secondo dopo, è fenomenale la prontezza con cui Tony Gallopin sgancia anche lui il pedale sinistro e allargando la gamba evita di colpire un inerme Jakub Mareczko. Anche in questo caso la sua manovra non viene ripagata dalla buona sorte visto che il francese, per scansare il corpo dell’italo-polacco, inciampa proprio sulla bicicletta di quest’ultimo finendo disteso e rimediando un brutto colpo al ginocchio.

I riflessi dunque, seppur buoni, in questo caso non sono stati sufficienti a salvarsi da abrasioni, botte e ferite. I (fatali) accadimenti infatti, in questa circostanza, si sono concretizzati in un lasso di tempo troppo rapido per permettere alla reazione umana di evitarli e ciò è paradossale perché, in questo caso, sostanzialmente l’uomo è come se si fosse mosso a una velocità superiore rispetto a quella (notoriamente molto più elevata) della traduzione in reazione fisica del suo stesso impulso nervoso. Potere, a volte anche tragico, di uno splendido mezzo: la bicicletta.

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