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Giro D’Italia (Tappa 2): Busti e sprint tedeschi a tinte neoclassiche

Federico Guglielmo IV sta lì fermo, attento e dubbioso, a osservare il mondo che scorre davanti ai suoi occhi di gesso patinato.

Sta lì fermo, freddo e incupito, al secondo piano delle Collezioni Comunali d’Arte di Palazzo d’Accursio, uno degli edifici più importanti che si affacciano sulla rinomata Piazza Maggiore a Bologna, ammirando impassibile ciò che accade al di fuori in una mattina di inizio maggio sferzata dal vento e dalla pioggia.

Quando era in vita faceva il sovrano e dominava sulla Prussia, una regione comprendente la quasi totalità dell’attuale Germania, Paese a cui oggi apparterebbero sia lui (nato a Berlino) che l’artista che attorno al 1845 ne ha realizzato l’effige che oggi staziona nel capoluogo emiliano.

Christian Daniel Rauch era considerato uno dei migliori scultori dell’Ottocento e come tale, tra le opere commissionate e prodotte in vita, ha scolpito anche il busto del re appartenente alla casata degli Hohenzollern. Il suo stile rispetta appieno i cardini del neoclassico, tecnica appresa grazie ai numerosi viaggi in Italia e alle frequentazioni con maestri del calibro di Canova, Schadow e Thorvaldsen, ma a questo il teutonico ha aggiunto nel tempo un’impronta realista dando vita a uno stile ibrido e personale.

Con questo, riconoscibile da elementi come la testa leggermente piegata e i lineamenti dolci, Rauch ha scolpito il busto dell’ex sovrano ottenendo così una resa più viva, animata e reale di quella che avrebbe restituito l’applicazione pedissequa dello stile neoclassico.

Oggi quell’opera sta lì, ferma, scansionando apatica il fermento diverso dal solito che sta animando la piazza sottostante. In mezzo a tutta la frenesia anche lui però non può fare a meno di notare una figura che spicca sugli altri. Pare pure questo un soggetto scolpito (ha spalle larghe e gambe definite) ma, al contrario suo, le espressioni facciali e sopratutto i movimenti sono tutt’altro che apparenti o solo accennati: sono tremendamente veri e dopo qualche ora se ne accorgeranno anche i suoi avversari.

Perché quella figura che sembra non preoccuparsi del clima avverso, che veste bandine tricolori tedesche ai bordi dei pantaloncini e sul casco, che sorride dando “il cinque” a un giovane tifoso avviandosi al foglio firma è Pascal Ackermann e sul traguardo di Fucecchio travolgerà con un folle e potente turbinio di gambe tutti gli altri contendenti della seconda tappa del Giro 102.

In questo modo, avanzando feroce verso la linea bianca, la sua muscolosa silhouette ha preso sembianze sempre più concrete, come altrettanto concreta dopo i 205 chilometri previsti dal tracciato della frazione è diventata la prima vittoria alla prima partecipazione in un grande giro, l’ottava (su tredici totali) in corse World Tour ossia il palcoscenico più prestigioso del ciclismo su strada.

La sua affermazione ha ripagato fin da subito la scelta (paesana?) della tedesca BORA di preferirlo nella line-up per questa Corsa Rosa a Sam Bennett, trionfatore in tre splendide frazioni lo scorso anno. Tuttavia, evitando le polemiche, più in generale il suo sigillo gli ha permesso di porsi in perfetta continuità proprio con quelli dell’irlandesi e certifica ancora di più l’ottimo risorgimento della scuola tedesca delle due ruote, in grande spolvero di recente con più d’un atleta.

L’ultima loro perla, quella del nativo di Kandel, forse però era quasi scritta: al mattino il tedesco Federico Guglielmo, forgiato da tedesche mani, aveva scrutato i profili in mezzo alla piazza e l’aveva riconosciuto conferendogli la sua virtuale benedizione e augurandogli di dare realtà al suo corpo e al suo sogno e Pascal alla fine l’ha fatto.

Forse un giorno per questo verrà fatto un busto pure a lui ma per il momento l’unico busto che deve preoccuparsi di far vedere è quello tirato, reale e dipinto con la Bundesflagge che ieri ha fatto risplendere con forza all’approdo in Toscana della carovana.

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