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Il club dei pokeristi

Poker, ma non pokerissimo. Storico, ma non leggendario. Prelibato, ma non paradisiaco. E comunque, nonostante questo, grandioso e avvincente. Insomma, un’apprezzatissima opera in cinque atti a cui, dopo i primi quattro portati divinamente in scena, manca solamente l’ultimo acuto per consacrare la recita come perfetta e immortale.

Nel caso di Philippe Gilbert il belga dovrà aspettare undici mesi per provare a chiudere questo unico e irripetibile cerchio ma, nel frattempo, nessuno gli impedirà di godere ed esultare per essere arrivato a un solo gradino dell’empireo della bicicletta. Manca infatti solo un piolo, denominato Milano-Sanremo, da raggiungere su quella “scala dei monumenti” che passo dopo passo il nativo di Verviers è riuscito a salire quasi fino alla sommità.

Lassù in cima, dove osano stare solo tre selezionatissimi miti delle due ruote, c’è un record quasi impossibile da eguagliare e un titolo, tanto prezioso quanto difficile da conseguire, di cui potersi vantare per sempre: vincitore di tutte e cinque le classiche monumento. Nella secolare storia del ciclismo solo tre eletti per l’appunto sono riusciti in questa ardua impresa e tutti e tre appartengono alla stessa Nazione che ha dato i natali al neo-numero uno della Parigi-Roubaix 2019.

Eddy Merckx, il più prolifico ciclista di tutti i tempi, impiegò cinque anni (dal 1966 al 1971) per mettere nel proprio palmares almeno un titolo in tutte e cinque i monumenti: l’ultimo in ordine cronologico fu il Giro di Lombardia che, dopo essergli sfuggito nel 1966 (secondo) e nel 1968 (terzo), il “Cannibale” conquistò per distacco nel 1971 davanti a Bitossi e Verveeck. Alla fine della sua carriera il belga avrebbe chiuso la conta a 19 monumenti complessivi, otto in più di Roger De Vlaeminck e undici più di Rik Van Looy, gli altri soli a realizzare questo particolare Grande Slam.

L’“Imperatore di Herentals” completò quest’obiettivo in soli quattro anni (dal 1958 al 1961) e fu il primo così, in ordine di tempo, a poter celebrare questo prestigioso traguardo, imitato poi nel 1976 (alla sua settima stagione tra i professionisti) da “Monsieur Roubaix” De Vlaeminck, vittorioso per ben quattro volte all’ “Inferno del Nord”.

Proprio sulle infime pietre della Francia settentrionale Gilbert ha compiuto un altro importante e decisivo passo verso i connazionali, approfittando nel migliore dei modi della pericolosità e del dominio territoriale della propria squadra, la Deceuninck-Quick-Step, per portare a casa il quarto monumento differente dopo Lombardia (2), Liegi e Fiandre. In questa maniera il 36enne ex campione del mondo è entrato di diritto a far parte di un club anticamera di quello dei tre mostri sacri dove, riuniti allo stesso tavolo, siedono alcuni dei maggiori interpreti delle gare di un giorno il cui unico “deficit” è stato quello di non riuscire ad alzare le braccia al cielo in tutte e cinque le grandi corse fermandosi pertanto a quota “4”.

È quindi il club del poker, di quelli che sono riusciti a trovare quattro perle ma non la quinta per chiudere la collana. Ne fanno parte corridori del calibro di Sean Kelly (tre volte secondo al Giro delle Fiandre, lo scoglio che non è mai riuscito a superare), Louison Bobet e Hennie Kuiper (respinti dalla Liegi-Bastogne-Liegi), Germain Derycke e Fred De Bruyne (mai in grado di superare l’esame Giro di Lombardia). Gilbert ieri pomeriggio si è accomodato valorosamente al loro fianco e tra loro è l’unico a non aver provato il piacere di salire sul gradino più alto del podio della Classicissima di primavera, una manifestazione in cui vanta come massimo risultato due terzi posti nel 2008 e nel 2011.

Verosimilmente sarà quello il suo obiettivo nel 2020 quando avrà sì 37 anni ma, come dimostrato recentemente da alcuni straordinari casi di longevità agonistica (vedi Valverde su tutti), potrà pur sempre puntare sulla propria grande esperienza, su una squadra forte in grado di metterlo nelle migliori condizioni per fare bottino pieno e, non meno importante, sulla tranquillità datagli dai tanti successi colti precedentemente fra cui, per ultimo, quello alla Roubaix.

Nella seconda classica monumento più vecchia Gilbert si è imposto in volata nel mitico velodromo André-Pétrieux sulla sorpresa tedesca Nils Politt, una resa dei conti fra i due che hanno semplicemente dimostrato di avere le migliori gambe di tutti. È stata infatti un’edizione dove il vento, il nervosismo (non solo dei corridori) e le consuete cadute hanno finito per minare, uno ad uno, i serbatoi dei protagonisti più attesi trasformando la corsa in una gara ad eliminazione o, volendo vederla al contrario, a chi fosse in grado di reggere più a lungo mentalmente e fisicamente alle tensioni della competizione.

Tra chi si sarebbe giocato la vittoria, prima Wout Van Aert (autore comunque di una gara di primissimo livello per gli sforzi profusi nel tentativo, dopo cadute e problemi meccanici, di non perdere il treno dei migliori e giocarsi le proprie carte) poi Sep Vanmarcke e infine Peter Sagan si sono improvvisamente trovati senza energie lasciando che chi ne avesse ancora andasse a giocarsi l’intera posta in palio.

Sul ben meno nobile e meno impegnativo pavé di Gruson allora è stato il tedesco della Katusha, osservati gli occhi e le gambe di chi gli stava attorno, a dar vita all’ultimo deciso forcing trovando il solo Gilbert (che una settimana fa aveva visto scivolare via da sotto le ruote la Ronde per gli effetti di alcuni problemi intestinali) a resistergli. Lo sprint conclusivo poi non ha avuto storia: il vallone ha lasciato sempre in testa il rivale e quando ha pensato fosse il momento opportuno è partito scartando verso la corda erroneamente lasciata libera dal teutonico, sicuramente ancora più consapevole delle proprie potenzialità dopo il piazzamento di prestigio conseguito.

Gilbert così ha potuto liberare la propria gioia per sé stesso, per aver dato il 700° successo alla sua formazione (capace ieri di piazzare quattro suoi rappresentanti nei primi otto posti al traguardo) e per aver ricevuto il prezioso lasciapassare al circolo dei pokeristi, affiancati grazie a una giornata perfetta vissuta in una corsa non esattamente congeniale alle sue caratteristiche (tanto che era solo la sua terza partecipazione) che l’ha visto però prevalere con la fame dei vincenti, il coraggio di un avventuriero e la lucidità di un giocatore di scacchi.

Ora dovrà buttarsi nuovamente nella mischia per salutare la sua già invidiabile compagnia e mettersi al fianco di leggende che, se prima parevano inarrivabili, ora con questo Gilbert sembrano improvvisamente un po’ più vicine. Prima della Sanremo tuttavia, sull’onda dell’entusiasmo e della forza data da questo trionfo, Philippe proverà sicuramente ad arricchire il proprio pallottoliere alla voce “monumenti” partendo dalla sua natia Vallonia fino alla battaglia a cui sarà chiamato in autunno sulle strade lombarde. Da queste manifestazioni dunque fino al Mondiale di primavera (con cui diverrebbe il primo a centrare lo Slam nell’era moderna), lo spartito di fronte al belga è ancora lontano dall’esser completato, resta a lui decidere cosa scriverci per diventare immortale e salire definitivamente in paradiso.

Chi invece non sarà salito in paradiso ma certamente ha compiuto un bel salto dall’inferno al purgatorio è il colui che si è classificato nono ieri: Evaldas Siskevicius. Alla sua quinta partecipazione alla Parigi-Roubaix, il lituano l’anno scorso era giunto al velodromo sfinito e fuori tempo massimo implorando (riuscendoci) gli addetti al velodromo di aprirgli i cancelli affinché potesse tagliare il traguardo e, pur non rientrando nell’ordine d’arrivo, terminare la sua fatica passando sulla tanto agognata linea bianca.

Memore dell’esperienza dell’anno precedente, il nativo di Vilnius questa stagione si è preparato a dovere per finirla realmente passando sotto l’occhio attento dei cronometristi: ebbene il biondo della Delko–Marseille Provence non solo è riuscito nella missione, ma ha addirittura chiuso la gara tra i primi dieci ottenendo il miglior piazzamento di sempre tra i corridori del suo Paese (6) che finora erano riusciti a concludere la corsa.

Non sarà un poker, non sarà un pokerissimo ma certamente, per lui, è un colpo che conta.

Un commento su “Il club dei pokeristi

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