fbpx
Annunci
“Mamma di pasta” e il serpente di pietra

Forse, dopo il 7 aprile appena passato, un piatto di pasta fatta in casa da sua madre glielo si potrà anche concedere. Solo uno però. A noi questo Alberto Bettiol, dalla silhouette tirata, la pedalata potente e la freschezza in volto, garba assai. Non vorremmo mai smettere di vederlo volare così convinto verso la gloria, affamato di successo, non certamente di pasta.

Di quella, come ha candidamente ammesso lo stesso corridore della Education First, deve averne già gustata parecchia. Spesso si è trovato con qualche chilo di troppo da smaltire; una zavorra importante su cui hanno puntato il dito anche i suoi attuali direttori sportivi e il suo general manager. Quel Jonathan Vaughters che poi, scherzosamente, proprio per la naturale inclinazione del toscano verso la pasta della madre, l’ha soprannominato appunto “Mamma di pasta”.

Dunque una razione, al rientro da questa già indimenticabile campagna del Nord, concediamola al nativo di Poggibonsi. D’altro canto, l’occasione è unica e le calorie spese per cogliere in una forma strepitosa la prima e monumentale (è proprio il caso di dirlo) vittoria della carriera meritano di essere giustamente ricompensate, alla stregua dei tanti sacrifici fatti negli ultimi mesi.

Motivato dal ritorno in seno alla EF dopo un anno in BMC, Bettiol infatti si è presentato magro e asciutto sin dal primo training camp; il risultato di un inverno trascorso seriamente, con un occhio alle tabelle d’allenamento e l’altro alla bilancia, che alla fine gli ha consentito di limare 3 kg rispetto al finale di stagione precedente. I frutti di questo professionale approccio al 2019 non sono tardati ad arrivare tanto che, da marzo in poi, sempre più di frequente, è capitato di scorgere la sua figura in testa alla corsa e nelle posizioni nobili degli ordini d’arrivo. Quattro volte nei primi sette alla Tirreno-Adriatico (cronometro comprese), nel vivo della corsa alla Milano-Sanremo e poi soprattutto alla E3 BinckBank dove, mentre il suo capitano designato Sep Vanmarcke finiva per le terre compromettendo il proprio avvicinamento alle altre gare sul pavé, lui terminava quarto.

Nessun acuto purtroppo, nessuno spunto in grado di fargli rompere finalmente il ghiaccio tra i professionisti dopo sei stagioni dal debutto nell’élite del ciclismo. Il colpo di pedale messo in mostra però lasciava presagire che il momento buono potesse arrivare da un momento all’altro e in questo modo, tranquillo ma consapevole di aver fatto tutto il necessario per essere in condizione e giocarsi le proprie carte, Bettiol si è avvicinato al giorno della Ronde lasciando che fossero altri a prendersi i gradi di favoriti e le attenzioni della maggior parte degli addetti ai lavori.

Il Fiandre poi è una corsa asfissiante, soffocante, nervosa sia prima che durante il suo svolgimento. Ti può stritolare ma tra le sue spire composte da strade strette, grigie mulattiere ricoperte di pietre, polvere e stordenti fumi alcolici può anche esaltare il coraggio, la voglia di emergere e l’adrenalina di un uomo solo deciso, più degli altri, a veder premiata con la vittoria la sua fuga da questo ammaliante ma temibile serpentone. In ben due occasioni su tre (unica eccezione il ventiquattresimo posto del 2017) prima di ieri Alberto era caduto vittima di questo sconnesso e brutale crotalo dalle squame appuntite che aveva vinto la sua resistenza come quella di molti altri corridori.

Non poteva essere così anche quest’anno, non con quella gamba affusolata che da giorni sembrava promettere e giustificare, se non sogni di gloria, quantomeno uno strenuo combattimento coi primi della classe.

E in effetti il combattimento c’è stato. Solo che alla fine, uscendo dalla battaglia tattica degli scatti, si è scoperto che ad avere più energie di tutti era proprio lui e che solo lui sarebbe sfuggito alla sfibrante presa del rettile fiammingo.

Coperto, attento a risparmiare energie e ad evitare i pericoli nella prima parte di gara, Alberto ha lavorato e approfittato benissimo del supporto ricevuto dai compagni di squadra nelle fasi antecedenti alla scalata degli ultimi due muri: sempre nelle posizioni di testa e per questo mai costretti ad inseguire, gli Education First hanno animato la corsa e tenuto molto occupati gli avversari diretti prima con Breschel poi soprattutto con un immenso Vanmarcke (in fuga per se stesso e in seguito gregario a disposizione del residente a Castelfiorentino) concludendo infine l’opera con il lavoro da “guastatore” compiuto da Langeveld, sapiente nell’infastidire e rompere i cambi nel gruppetto inseguitore formatosi dopo il Paterberg alle spalle di un ormai involato e indiavolato Bettiol.

Questi già sul Kruisberg, a 26 chilometri dall’arrivo, zampettando sui pedali apparentemente senza fatica aveva dato l’impressione di star troppo bene per contenersi e non provarci di lì a poco con un’azione tenace e risolutiva. Con freddezza allora ha aspettato le storiche e lastricate pendici del Vecchio Kwaremont e a 18 km, là dove il sonaglio del crotalo è scosso più violentemente dalle urla scalmanate dei tifosi in visibilio, è partito secco riprendendo il duo di testa Van Baarle-Asgreen e impedendo a chiunque di attaccarsi alla sua ruota.

In breve, sotto colpi di pedale profondi e vigorosi, l’uomo in maglia rosa-blu ha incrementato il gap fra sé e i rivali alle sue spalle, gente capace di imporsi in Mondiali, classiche monumento, Olimpiadi e grandi giri, instaurando con loro un personale duello sul filo dei secondi lungo sedicimila metri, da percorrere obbligatoriamente tutti senza girarsi mai, provando a mantenere la stessa (elevata) cadenza e buttando il cuore e la voglia di vincere oltre la paura di essere ripreso.

Alberto ha quindi scalato digrignando i denti l’ultimo severo scoglio previsto nel tracciato ma in cima la sua faccia è comunque migliore rispetto a chi sta provando a ricucire dietro. La sagoma del maldestro Van der Poel, caduto e costretto all’inseguimento per una sua ingenuità, scollina minacciosa lanciandosi sulle sue tracce ma dopo poco, un po’ perché braccato, un po’ perché davvero al limite e un po’ perché l’italiano era troppo lontano, desiste dalla caccia solitaria rientrando nei ranghi.

Mancano a questo punto 14 chilometri; un’infinità in una gara del genere dove, però, gli esempi recenti (Terpstra, Gilbert, Sagan) hanno dimostrato che chi ha avuto ancora benzina nel serbatoio e ha tentato azioni come quella del toscano di solito ha conseguito il successo. Alberto ci spera mentre i chilometri trascorrono inesorabili e la linea bianca si avvicina. Dietro intanto ci provano a turno ma senza costrutto. Il più generoso è il campione “a cinque cerchi” Greg Van Avermaet che, abbrancato più e più volte da questo serpente, ha dichiarato di voler puntare solo al primo posto. Purtroppo non è il solo; anzi, con lui sono in tanti a ragionare in questa maniera e l’accordo così sfuma.

Bettiol intanto scappa, fuggiasco, in solitaria. Asfalta ai 50km/h le ultime infinite migliaia di metri, divora il cemento e ingoia la polvere. Sicuramente non è la pasta della madre, ma in quel momento anche quella assume un retrogusto dolce. Non sa dove sia il gruppo; non sa dove sia un magnifico Kasper Asgreen che, nel frattempo, è riuscito ad evadere dal plotone all’inseguimento e sta andando a consegnare il secondo posto consecutivo alla Danimarca dopo quello di Mads Pedersen nel 2018 al termine di una gara magnifica. Bettiol scappa, scappa da solo fendendo il vento in sella al suo affilato cavallo in carbonio con cui ha schivato, più veloce degli altri, tutti i colpi, i morsi e i tentativi di stritolarlo del serpente dalla pelle di pietra.

La sua fuga si trasforma in volo quando, ormai dentro gli ultimi mille metri, vede in lontananza l’arco giallo-nero con inciso sopra “De Ronde”. Là sotto c’è quella linea bianca che la ruota di Alberto non ha mai attraversato per prima: paradossalmente è un volo verso l’ignoto, verso qualcosa di sconosciuto. Alberto sa che deve aprire le braccia ma un conto è vederlo fare agli altri, un altro farlo perché è lui a vincere. La gioia allora lo invade, quasi lo acceca e infatti si toglie gli occhiali, desideroso di vederci bene perché stenta a crederci: è primo, ha conquistato il suo primo successo tra i professionisti, il Giro delle Fiandre.

Le circostanze sono assolutamente uniche, neanche nei suoi sogni, neanche dopo le prime gare in bici grazie al signor Zanobini suo vicino di casa Alberto avrebbe potuto immaginare di rompere il ghiaccio così, alzando le braccia al cielo per la prima volta su uno dei palcoscenici più prestigiosi al mondo, in una delle corse più magiche e ambite, ammansendo un infido mostro dalle squame di pietra e bissando un altro successo italiano (quello di Marta Bastianelli nella Ronde femminile) di qualche ora antecedente il suo.

Bettiol è entrato così di straforo, dalla porta principale, tra i grandi, accostando il suo nome a quello di leggende nostrane (e non solo) e proiettando sé stesso in un’altra dimensione fatta di attese, occhi addosso e pressioni fuori e dentro le corse. Se ancora non ha preso coscienza di ciò, assorbito come normale che sia dal turbinio di emozioni, presto se ne accorgerà. Prima però qualcuno avvisi la signora Laura: un piatto di pasta al rientro se lo è più che meritato.

Annunci
prev
next

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: