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Sliding wheels

Varchi, traiettorie, scie, watt. Nel ciclismo, si sa, le volate possono essere delle vere e proprie roulette; posso essere influenzate da uno o più fattori in grado di indirizzarle verso un atleta piuttosto che un altro. È spesso una questione di attimi, di saper leggere un secondo prima dei propri rivali quale sia la giusta ruota da seguire e quale sia l’istante perfetto per partire.

Una volata tra sprinter professionisti è un affare rischioso in cui ognuno gioca le proprie carte e scommette sulle proprie abilità sul filo dei 60 chilometri orari o anche più, un azzardo da cui si può uscire più facilmente vincitori con l’aiuto di qualche compagno di squadra o soprattutto se forniti di grandi gambe, capaci di esprimere per 300 metri una potenza superiore a quella degli altri contendenti.

Nel finale della Gand-Wevelgem 2019 l’esplosività individuale, nelle vesti del vincitore di giornata Alexander Kristoff (tornato ad un successo pesante in una gara di un giorno dall’Europeo su strada del 2017), ha prevalso sulla forza del collettivo. Data l’assenza complessiva (Jumbo Visma a parte) di piloti in grado di lanciare i rispettivi capitani nel rush finale, è stata l’energia rimasta nelle gambe delle ruote veloci dopo 251 ventosi e tiratissimi chilometri a decretare il vincitore sul rettilineo conclusivo della classica belga. Assieme, tuttavia, ad un pertugio che, forse con malizia, si è improvvisamente chiuso.

All’epilogo in volata si è arrivati al termine di una corsa fatta ad andature folli e a lungo catalizzata dal tentativo dell’ex campione del mondo Peter Sagan, del campione europeo Matteo Trentin e di altri favoriti della vigilia quali Fernando Gaviria, Pascal Ackermann (alternativa allo slovacco), Wout Van Aert, il campione olandese Mathieu Van der Poel e Niki Terpstra. Il gruppo, cappeggiato dai cannibali in biancoblu della Deceuninck-Quick Step, non ha però concesso mai molto vantaggio a questo pericoloso drappello il quale, poco dopo i 70 chilometri dall’arrivo, si è definitivamente scremato diventando prima un quartetto e poi, con l’arrivo di uno scatenato Luke Rowe, un quintetto.

Dietro, nonostante qualche staffilata più spettacolare che incisiva da parte dei maestri del ciclocross, le asperità del Kemmelberg e del Banenberg non hanno fatto molta differenza e in questo modo negli ultimi 30 chilometri è partito l’inseguimento ai fuggitivi, in un clima però di costante ostilità e incertezza che è perdurato anche dopo il ricongiungimento. Una volta ricompattatosi il gruppo infatti, la Deceuninck ha scoperto di avere troppi pochi uomini per prendere in mano le redini della corsa e portare agilmente in volata Elia Viviani, cosa che ha inevitabilmente scatenato gli attacchi in sequenza dei restanti appartenenti al plotone principale.

Per mancanza di gregari allora, congiuntamente alla selettività della corsa e al proseguire degli assalti in testa, si è arrivati alle ultime migliaia di metri senza la certezza, per i velocisti, di poter disputare uno sprint regolare: la volata (anche se non affatto scontata in realtà) a quel punto sarebbe stata contraddistinta dal disordine e, a deciderla, sarebbero potute essere la fortuna e la scelta dell’uomo da battezzare. E così effettivamente è stato.

Tutto si è consumato e deciso in pochissimi secondi. Elia Viviani, favorito principe per condizione e morale, opta correttamente per la ruota di Kristoff mentre ai 300 metri dal termine, tarpate le ali di Jack Bauer, un coriaceo Mohoric e il duo della Jumbo-Visma prendono la testa della corsa. Verso i 250 metri i tre atleti al comando, per seguire l’azione di Adrien Petit dall’altra parte della carreggiata, virano verso sinistra stringendo su Kristoff e Viviani già nella scia del francese della Direct Energie.

Come un falco però, affianco al campione d’Italia, giunge e avanza di mezza ruota Fernando Gaviria, compagno di Kristoff che, sulla carta, avrebbe detto al norvegese di fare la sua corsa perché privo della forma dei giorni migliori. I ruoli e le direttive, a 250 metri dal traguardo, per un attimo tuttavia non sembrerebbero questi anzi, l’ex campione continentale pare il perfetto apripista per l’azione del sudamericano.

In sostanza comunque, tra un dubbio e l’altro sulla parte che stia recitando il colombiano, sono questi i frames in cui le speranze del veronese di tricolore vestito si infrangono irrimediabilmente. A breve infatti, intanto che Degenkolb (poi secondo) si lancia dalla ruota posteriore di Danny Van Poppel verso il lato libero della strada, Kristoff esce da quella di Petit fiondandosi al centro: ai 200 metri, per un attimo, Viviani ha un varco, stretto ma praticabile per un velocista della sua caratura, per seguire il possente corridore della UAE-Emirates ma Gaviria (per seguire il compagno ed evitare giustamente l’impatto col nero-giallo transalpino) stringe anch’egli verso il centro e verso la sagoma del campione sloveno Mohoric che sta perdendo velocità, chiudendo difatti quel buco transitabile tra i due pneumatici in cui Elia si stava buttando per non vedere svanire definitivamente le proprie chance di vendicare la bruciante sconfitta del 2018.

Per lui ai 190 metri, frenando e sbilanciandosi verso il corridore della Bahrain-Merida per non cadere, la corsa è già scappata e lentamente, nel frattempo che Gaviria all’aria rimbalza davanti a lui, inizia a montare il dispiacere. Prova a ripartire dalle retrovie ma ormai è troppo tardi: la gara per lui si è chiusa, stoppata dalla mossa dell’ex compagno di squadra che, mentre Viviani retrocede, si risiede venendo sopravanzato da Degenkolb (poi secondo) e Naesen (terzo) sulla destra e da uno scaltro Van der Poel (quarto) sulla sinistra, costringendo così a frenare per la seconda volta in pochi attimi un altro corridore (Mohoric) che stava finendo nella tenaglia creata all’improvviso da lui e da un incalzante Danny Van Poppel sulla destra.

Ai 50 metri le posizioni sono ormai tutte delineate e, a combattere, rimangono solo i corridori dalla settima in giù. Gaviria e Viviani, entrambi molto desiderosi di misurarsi e giocarsi le proprie possibilità, tagliano il traguardo con stati d’animo differenti. Il primo, pur lontano da potersi scontrare ad armi pari con gli altri sprinters, esulta per il successo del compagno che lui stesso, inavvertitamente, ha favorito. Il secondo è certamente amareggiato per non aver potuto sfogare come voleva la sua voglia di rivalsa. Aveva voglia di trasformare le lacrime dell’anno precedente in una manifestazione di pura gioia, in un tripudio tricolore. Invece, come con la Milano-Sanremo, è costretto a rimandare i progetti di gloria. Tutto per un varco, per due ruote che inaspettatamente si sono chiuse di fronte a sé. Sliding Doors o forse Sliding Wheels.

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