Guinda del pastel

La vittoria conquistata al termine dei 258,5 km previsti dal Campionato del mondo su strada 2018 da Alejandro Valverde può benissimo essere catalogata come la ciliegina su una torta iniziata a impastare dallo spagnolo ormai 17 stagioni orsono e sulla quale da un po’ di tempo l’Embatido si sta dedicando solo a glassatura e decorazioni.

Il tocco finale a questa dolce carriera l’ha aggiunto per l’appunto nella prova della rassegna iridata riservata ai professionisti, riuscendo a cogliere e a sistemare sul suo manicaretto (composto da corposi strati di passione e spensieratezza alternati a una densa farcitura di successi) una candida e succulenta ciliegia, ciò che mancava per rendere unica e non replicabile la sua ricetta.

Per trovarla e farla propria però il murciano, sebbene fosse aiutato da sentieri e tracce a lui davvero congeniali (ovvero dal percorso concepito dagli organizzatori di questo Mondiale), ha dovuto faticare e ricorrere a tutta la propria esperienza e alla propria classe, supportate in maniera imprescindibile da una condizione superlativa e due gambe affusolate ed estremamente potenti.

Road World Championship Innsbruck 2018

È grazie al mix di questi elementi che Don Alejandro è riuscito a mettere le mani sul frutto più prezioso e più adatto per la propria squisita pietanza, andando a chiudere così in modo perfetto una giornata che si è rivelata stupenda sia per l’atleta iberico che, fin dal mattino, per i numerosi presenti a bordo strada accorsi per ammirarne le gesta.

Costoro, fra quelli che hanno viaggiato di notte e quelli invece che hanno scelto di recarsi sul posto qualche giorno prima, erano per la maggior parte italiani e costituivano una colorata macchia azzurra che fin dalle prime luci dell’alba ha iniziato a prendere possesso delle vie, dei marciapiedi e dei metri di salita attorno a Innsbruck.

DSC09146

È capitato di vederne in giro, riuniti in piccoli crocchi vagabondanti alla ricerca di un caffè per il delizioso centro storico, alle 7 del mattino, quando il sole e un freddo balsamico hanno spazzato via la leggera foschia dalle vette dei monti circostanti incendiandole di un rosa acceso; di incontrarne lungo gli umidi e ombrosi sentieri dell’altura dominata dal Lanser See a sud della città alle 10 durante la transumanza verso uno dei punti chiave del percorso; di vederne a fiotti assaltare improvvisati chioschi di birra e wurstel alle 11 prima di inondare con cori e campanacci i metri di asfalto più ripidi dell’erta di Igls, la difficoltà principe del percorso mondiale.

Gente dal Veneto, dal Trentino, dal Friuli, dalla Lombardia: alcuni intonando l’Inno di Mameli, altri allestendo banchetti per le rispettive comitive al seguito hanno atteso impazienti il primo passaggio dei sette previsti lungo una salita dalle pendenze non impossibili ma, a lungo andare, selettiva e sfiancante, impressione confermata giro dopo giro osservando i volti e i nomi dei corridori che, in maniera lenta ma inesorabile, perdevano contatto lasciando che il gruppo alle spalle dei fuggitivi di giornata si assottigliasse sempre di più.

5

In questa lunga processione di ritardatari (tutti però ricoperti in egual misura da applausi e incitamenti di conforto) prima è toccato ad atleti appartenenti a Nazioni con poca tradizione e/o ambizione e poi a calibri sempre più grossi, incappati evidentemente in una giornata storta. Chi era nei pressi del paesino di Lans (a 2 chilometri dalla cima) ha potuto osservare da vicino il rapporto, personale e intimo, con la sconfitta e la fatica di questi uomini sperduti nelle retrovie: la silenziosa tenacia del giapponese Nakane, il mesto boccheggiare del polacco Kwiatkowski, il refrigerante e generoso sorso di birra preso al volo dal colombiano Contreras, l’apatico pedalare del britannico Simon Yates, l’improvvisa rassegnazione del tre volte campione del mondo Peter Sagan, il desolato e abbattuto incedere del romeno Tvetcov.

Mentre questa schiera, passaggio dopo passaggio, diventava sempre più corposa nel frattempo, in maniera inversamente proporzionale, aumentavano anche le speranze e la tensione nella maggior parte del pubblico presente disposto sull’asperità austriaca. Molti si aspettavano selezione, coraggio e distacchi prima del temuto muro conclusivo di Gramartboden, tutte cose a cui invece al settimo e conclusivo transito da Aldrans (pochi chilometri quindi dopo che la strada iniziava a inerpicarsi in direzione Igls) tutti, mentre ci si stupiva di vedere ancora all’opera due avventurieri della prima ora (la coppia nordica formata dal danese Asgreen e dl norvegese Laengen), hanno capito che non avrebbero assistito.

9

Da parte italiana l’entusiasmo per i tanti rappresentanti nel gruppo di testa faceva il pari con la paura nell’accorgersi che anche le rappresentative olandesi, francesi e spagnole erano ancora compatte e minacciose alle spalle dei nostri. Un duro colpo alla fiducia tricolore lo dava la resa di Vincenzo Nibali in seguito all’attacco del tulipano Krujiswijk nel plotone dei favoriti, dove a molti non sfuggiva una maschera di fatica e sudore nelle posizioni di coda: quella di Julian Alaphilippe, uno dei principali indiziati alla vittoria finale.

Transitati i primi (e mentre il danese Valgren terrorizzava i più con un attacco molto pericoloso in discesa) lungo tutto il percorso scattava la caccia ad uno schermo, ad un qualche apparecchio che trasmettesse le ultime immagini della battaglia mondiale. La salita di Igls allora si costellava di greggi sparse di persone raccolte attorno a tablet, computer e mega-schermi improvvisati: senza guardare alla bandiera appesa al collo o ai colori dipinti in faccia, l’importante diventava improvvisamente trovare un modo per gustarsi il gran finale.

10

Su tutto il circuito, ad esclusione degli ultimi 10 chilometri, è così calato un religioso silenzio, interrotto saltuariamente da qualche sporadico urlo di incitamento rivolto ad uno dei tanti dispositivi accesi su scorrevano le immagini della corsa. Una corsa che, sulla spaventosa e crudele erta finale, ha visto prendere il comando a Valverde, al canadese (e sorpresa) Woods e al francese Bardet, ha constatato la resa solo negli ultimi metri di un indomito Gianni Moscon e applaudito la superba gestione dell’olandese Tom Dumoulin rientrato poi sui primi in discesa.

In quattro allora sono andati a giocarsi l’iride in volata e in quegli istanti la maestria, la rabbia per i precedenti piazzamenti, la voglia di chiudere un cerchio e sfornare un’altra grande impresa hanno guidato e reso più forte lo spagnolo, bravo a non farsi sorprendere dagli avversari e a lasciarli dietro di sé con un irresistibile spunto veloce, esplodendo appena dopo la linea bianca in una gioia incontenibile e sincera.

2

In molti, chi subito e chi nelle fasi immediatamente successiva la gara, sono andati a congratularsi con il murciano e a felicitarsi calorosamente con lui per una vittoria che da tanti è vista come il giusto premio per una carriera lunga e di primissimo livello a cui mancava solo la guinda del pastel per essere praticamente perfetta e consacrarlo come leggenda.

Anche molti italiani, smontati tende, accampamenti e sdraio con la stessa rapidità con cui si sono infranti i sogni di gloria dopo il crollo del “Trattore” trentino Moscon in cima ad Höll, hanno immediatamente riconosciuto la grandezza di quanto conseguito dallo spagnolo, al contrario di diversi suoi connazionali e non solo che invece continuano a non perdonargli quanto fatto a Firenze 2013 e il suo passato da cinico “succhiaruote”.

A prevalere ad ogni modo è il senso di compiutezza e ammirazione nei confronti di un corridore che ha e ha avuto un modo tutto suo di interpretare la professione e che, pur con alcune macchie nel proprio passato, è riuscito (quasi) universalmente a ergersi come simbolo del proprio sport anche fuori dai confini iberici.

3

Se poi questa percezione sia più o meno accettata dalla gente, Valverde non se ne curerà: lui continuerà a correre e ad allenarsi in quella sua maniera un po’ anarchica facendo esaltare alcuni e sollevando dubbi in altri. Di sicuro per il futuro più prossimo potrà farlo cinto dall’iride e con la soddisfazione enorme di aver riempito un buco e concretizzato un sogno (quello di diventare campeon del mundo), oltre all’aver ornato definitivamente la sua torta con il frutto (ciclisticamente parlando) più pregiato di tutti: una lucida ciliegia dai riflessi arcobaleno.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: