Tour de France – Tappa 21: Una dinastia in paradiso

Tutto era già pronto e poco importa che all’ultimo minuto sia cambiato il nome dell’eletto. Divise celebrative, dettagli sulle bici, livree per i mezzi motorizzati: ogni cosa era sta preparata nel dettaglio e confezionata in un file sul computer in attesa che arrivasse il momento opportuno per trasformarla in realtà.

E il momento, dopo 21 tappe e 3351 chilometri, è finalmente giunto. Ieri infatti al Team Sky è toccato nuovamente percorrere in parata gli Champs-Elysees, i Campi Elisi, un tempo lussureggiante meta delle passeggiate di Maria Antonietta e della Parigi che contava, oggi tempio di consacrazione delle due ruote.

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Già, perché ieri più del vincitore di tappa Alexander Kristoff, della maglia verde di Peter Sagan (eguagliate le sei di Erik Zabel), della vivacissima maglia a pois di Julian Alaphilippe, della fresca maglia bianca di Pierre Latour (consolazione per i francesi), è la maglia gialla portata a casa dal Team Sky con Geraint Thomas (terzo britannico e primo gallese di sempre) a lanciare nell’empireo la formazione che, volente o nolente, grazie ai successi conseguiti anno dopo anno rappresenta sempre più il top tra i collettivi dell’intero panorama ciclistico.

Poco importa che a salire sul gradino più alto del podio non sia stato il ben più illustre e atteso Chris Froome, alla ricerca vent’anni dopo Marco Pantani della leggendaria doppietta Giro-Tour. Con il trionfo del nativo di Cardiff la compagine di Sir Dave Brailsford ha fatto sue sei delle ultime sette Grande Boucle e tutti e quattro gli ultimi grandi giri disputatisi. Numeri monumentali che per forza di cosa hanno aperto al Team Sky e a quella che ormai è una dinastia decisamente affermata le porte dell’elisio, dove però, c’è da giurarci, la leggenda vivente di questa squadra assumerà proporzioni ancora maggiori.

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Molti, probabilmente coloro che vedono di cattivo occhio il loro dominio, nel tentativo di screditarne le imprese potrebbero obiettare che gli inglesi si sono comprati l’accesso in paradiso a suon di milioni, il che in parte può essere considerato vero.

Fin dal primo giorno di costituzione del team e in maniera sempre più esasperata successivamente, la squadra ha sposato la filosofia dei marginal gains, una filosofia che per essere coltivata ha necessitato di quantità di denaro sempre più ingenti (quest’anno si parla di un budget superiore ai 40 milioni di euro).

Nel mondo del ciclismo così hanno fatto prepotentemente irruzione, trovando un terreno floridissimo, diverse branche della scienza, della tecnologia e dell’ingegneria che hanno permesso ai britannici di portarsi, sperimentando e selezionando di volta in volta le soluzioni da cui avevano i riscontri migliori, in una posizione di netto vantaggio rispetto ai diretti concorrenti.

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In questo modo hanno fatto capolino studi sempre più accurati in galleria del vento, il defaticamento sui rulli post-gara, l’alimentazione nei trenta minuti immediatamente successivi al termine della prestazione, i ritiri e i training camp in altura per la preparazione, i body per la cronometro con le piastre aerodinamiche, la gestione del proprio sforzo tramite il controllo dei watt erogati dal’atleta, l’attenzione ossessiva per la pulizia, la ionizzazione, la deumidificazione degli ambienti in cui i corridori devono soggiornare per evitare contagi e malattie: tutti questi elementi hanno contribuito a portare il ciclismo in un’altra e nuova dimensione.

Detto e appurato che questo è avvenuto perché chi sta alla base della squadra è una multinazionale dalla grande capacità economica che ha deciso di investire pesantemente nel settore, perché bisogna continuare allora a sottolineare (facendola passare per qualcosa di negativo) la capacità economica della squadra invece che lodare e ammirare il lavoro di ricerca fatto da questo gruppo di persone assieme alle aziende e agli specialisti con cui hanno deciso di collaborare, a maggior ragione poi se questo stesso lavoro è oggetto di imitazione (a occhio e croce mal riuscita) anche da parte di altri team?

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È indubbio che nella scalata al mondo delle due ruote iniziata nel lontano 2010 la componente economica abbia avuto una sua rilevanza, ma concentrandoci ossessivamente su questa e additandola continuativamente come motivo delle differenze di risultati ad alto livello fra loro e gli altri c’è il rischio non solo di correre in bicicletta costantemente a metà tra l’invidia e il rimpianto ma anche che passi inosservato tutto il resto che vi è attorno.

Perché l’impegno tecnologico e innovativo è sotto gli occhi di tutti però poi non bisogna dimenticare che in fondo c’è l’uomo, un corpo fatto di un cervello, un cuore, due braccia e due gambe, su quei bolidi leggerissimi in fibra di carbonio. Non si spiegano altrimenti la fatica, la sofferenza, le rinunce fatte in sede di preparazione, le lacrime, la sensazione delle gambe che esplodono, la grinta, la voglia di affermarsi, la fame provate dagli atleti con l’orca sul dorso della divisa, pari se non superiori a quelle di altri partecipanti presenti in Francia.

Indipendentemente dai soldi in campo infatti sono gli uomini a fare la differenza, a spingere sui pedali per raggiungere il successo, capitani o gregari che siano. A proposito di questi ultimi, se anche è vero che solo con grandi capacità economiche puoi circondarti dei migliori aiutanti, quell’aggettivo “migliori” deriva dal tipo di lavoro che riescono a eseguire, da come costoro riescono ad approcciarsi al ruolo di uomo di supporto e da come e quanto sono disposti a sacrificare le proprie ambizioni per il leader designato.

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Non è automatico essere i gregari migliori: per diventarlo ci vogliono sacrifici, mesi di sforzi e grande capacità di adattamento prima mentale che fisica. In questo senso si spiegano, ad esempio, sia i trasferimenti e i cali di rendimento di coloro che dopo un po’ non hanno retto più le condizioni impartitegli e hanno provato a cercare fortuna altrove, sia l’introduzione (tra i primi) anche di psicologi e mental coach appositi, assoldati per rendere più morbido ed efficace il passaggio ai compiti di gregariato.

Anche questo aspetto non è secondario: il fatto che negli anni la squadra abbia cambiato composizione negli uomini ma sia rimasta tremendamente performante a livello di rendimento e risultati testimonia il lavoro encomiabile svolto dall’intero staff britannico, nessuno escluso. “Trasformare” delle prime punte in stimati faticatori e a farli rendere come hanno reso i vari Michal Kwiatkowski, Wouter Poels e Egan Bernal in questo Tour non può rappresentare che l’ennesima sfida vinta da parte degli inglesi.

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In quest’ottica il trionfo finale in quest’edizione di Geraint Thomas costituisce la ciliegina sulla torta: il gallese, grazie ad un mirato e progressivo lavoro, ha saputo riconvertirsi in uomo da grandi giri da navigato pistard qual’era, affinando certe caratteristiche senza per forza perderne altre (lo spunto veloce con cui ha fatto incetta di abbuoni al Tour è una di queste). Inserito quindi in una macchina vincente, ha capito cosa sarebbe servito e dove sarebbe stato necessario migliorare per vincere una gara a tappe di tre settimane, un obiettivo che, con l’aiuto della buona sorte e mostrandosi il più solido e continuo, alla nona partecipazione in un Grand Tour “G” ha portato a casa.

E c’è da credere che, smaltiti i bei ricordi e l’euforia per aver compiuto un ulteriore passo nell’immaginario collettivo delle squadre più forti e vincenti di sempre, l’anno prossimo, Thomas o non Thomas, ci sarà qualcun’altro con la maglia con scritto “Sky” sul petto pronto e messo nelle migliori condizioni possibili per allungare il regno inglese Oltralpe e provare a certificare ancor di più il proprio posto nell’empireo (non solo giallo) del ciclismo.

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