Tour de France – Tappa 17: Sgommata gialla

L’asfalto scuro, le griglie bianche, i mezzi (su due ruote) schierati, le file distanziate, il semaforo a colori: se guardiamo alla partenza della diciassettesima tappa del Tour de France 2018 viene spontaneo pensare che fossimo allo start di un evento motoristico piuttosto che a una gara di ciclismo.

L’esperimento invece è stato pensato proprio dal direttore della Grande Boucle Christian Prudhomme per la frazione più corta di quest’edizione con l’intento di rendere più vivo e ancora più avvincente un tracciato di per sè già durissimo e insidioso.

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Alla fine l’idea è riuscita a metà: il via, sicuramente molto scenografico e particolare, senza che le partenze avvenissero ad intervalli di tempo fra loro non ha prodotto la selezione tanto attesa, con i big che hanno aspettato i propri gregari e gli attaccanti che hanno approfittato del momento di riorganizzazione per portarsi in fuga.

Un progetto perciò più mediatico che pratico, rivolto per lo più a fotografi e telecamere e messo a punto più per fare share/suscitare interesse che per mescolare le carte in gioco. Definire questo quindi, unitamente all’approccio del gruppo alla prima salita di giornata, come un mezzo buco nell’acqua da parte degli organizzatori non è affatto fuori luogo.

Per fortuna loro e degli appassionati tanto desiderosi di un po’ d’azione ci hanno pensato i corridori sulla seconda e soprattutto sulla terza asperità di giornata a creare finalmente un po’ d’incertezza e movimento. Nonostante la buona volontà degli attaccanti e di uno stupendo Tanel Kangert, la fuga infatti non è riuscita a guadagnare gli stessi spazi e tempi dei giorni precedenti consentendo così ai migliori di lottare finalmente anche per il successo parziale nonché di scontrarsi vis a vis a colpi di scatti sull’ultimo dei tre arrivi in quota di questo Tour.

AG2R e Movistar, alleatesi sulla strada per gli stessi obiettivi, hanno proceduto col fare una concreta selezione rispettivamente sulla penultima e ultima erta di giornata con il fine di spianare la strada per l’attacco finale dei propri capitani, Romain Bardet e Nairo Quintana. Dei due però solo uno ha saputo rispondere presente e prendere il largo nei confronti dei big e il prescelto in quest’occasione è stato il colombiano, vittorioso e redivivo su un traguardo decisamente congeniale per lui essendo posto sopra i 2000 metri di altitudine.

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L’alfiere dello squadrone spagnolo ha approfittato fino in fondo del lavoro prima di Marc Soler e poi di un Alejandro Valverde in versione aiutante, muovendosi quindi in solitaria quando alla linea bianca mancavano poco più di 6 chilometri, un tratto molto ampio in cui il campione andino è stato superbo nel mantenere di passo sia il vantaggio su un mai domo Daniel Martin che la giusta distanza di sicurezza dal gruppo trascinato dal Team Sky che aveva subito deciso di non inseguirlo data la relativa paura che suscitava.

Se in questo modo il pupillo di Eusebio Unzue è riuscito a riscattare un Giro di Francia finora per lui e la squadra piuttosto sottotono, altrettanto non si può dire del capitano dell’altra formazione protagonista delle sferzate in testa al gruppo prima degli ultimi decisivi 17 chilometri all’insù.

Le scie di bava dalla sua bocca e la posizione sempre pericolante in coda al drappello dei migliori facevano presagire che per Romain Bardet non fosse una gran giornata e così è stato. Il beniamino dei transalpini, atteso all’attacco, è rimbalzato ancora in montagna compromettendo definitivamente la propria classifica (a meno di ribaltoni clamorosi quest’anno non salirà sul podio) e confermando di non essere brillante come gli anni scorsi quando la strada sale.

Come sorprendentemente poco brillanti in salita ieri si sono rivelati alla fine Mikel Landa e in particolare Chris Froome. Si pensava che il britannico, approfittando degli attacchi dei rivali, cogliesse l’occasione per lanciare il proprio assalto alla maglia gialla dell’amico e compagno di squadra Thomas e invece, dopo aver provato a involarsi con Roglic, nel finale all’improvviso gli sono mancate inaspettatamente le forze nelle gambe.

Una debacle inusuale che, se solo gli avversari si fossero accorti prima, sarebbe potuta risultare ben più dannosa per la classifica del keniano bianco, salvato nel finale da un immenso e sempre più a suo agio Egan Bernal. Imperscrutabile e imprescindibile, il più giovane in gara ha ricoperto alla perfezione il ruolo di ultimo vagone del trenino bianco-nero e di stopper, chiudendo sui tentativi dei rivali fino agli ultimi duemila metri e impostando un passo regolare ma selettivo.

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Il tutto finché il continuo buttar fuori la lingua da parte del vincitore del Giro d’Italia di quest’anno non ha convinto Roglic e poi in maniera più incisiva Dumoulin ad allungare con forza mettendo definitivamente a nudo le difficoltà del suddito di Sua Maestà. Il quale in questo modo, perdendo contatto dall’olandese e dallo sloveno, ha così inoltre levato ogni dubbio sulle gerarchie interne del team di Dave Brailsford: nei prossimi giorni Froome agirà da gregario con l’unica ambizione personale di salire sul podio (ora non più così certo), mentre Thomas sarà l’eletto in casa Sky per portare a casa la maglia gialla a Parigi.

Il gallese non aspettava altro per vivere in serenità gli ultimi giorni di Tour e poter puntare col pieno supporto della squadra e senza malevoli voci al risultato più importante della carriera. I gradi di capitano tra l’altro li ha guadagnati pienamente dopo la prestazione offerta ieri che non lasciato alcun dubbio sulla sua attuale condizione e solidità.

Appena partiti i capitani di Sunweb e Lotto Nl-Jumbo, con spaventosa facilità il nativo di Cardiff non ha avuto problemi ad agganciare i rivali nelle ultime centinaia di metri, lasciandoli poi addirittura sul posto con una sgommata che ha ha avuto l’effetto di certificare il suo dominio e sigillare quasi ermeticamente il primo posto in classifica.

Rifacendosi a quel mondo dei motori più volte evocato a inizio tappa in occasione della singolare partenza, si può dire che il propulsore di Thomas abbia girato al meglio per tutta la frazione, non ingolfandosi grazie al prezioso ritmo imposto dai compagni ed entrando in temperatura per la sgasata finale al momento giusto.

Sarà dura privarlo ora del simbolo del primato mentre tutto d’un tratto la crisi di Froome ha riaperto interesse e giochi per le posizioni di rincalzo per le quali i tre uomini in ballo (lo stesso britannico, Roglic e Dumoulin) sono raccolti nell’arco di 48 secondi, un divario davvero esiguo se si pensa al tappone di venerdì con le salite del Tourmalet e dell’Aubisque e alla crono di sabato dove tutti possono ambire potenzialmente alla vittoria di tappa.

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Se quindi i Pirenei hanno quasi chiuso i conti per le quattro maglie (oltre a Thomas, Alaphilippe e Latour sono a un passo dalla casacca a pois e da quella bianca, mentre Sagan ha già aritmeticamente vinto quella verde) questi almeno ci restituiscono una bagarre per i piazzamenti che, seppur per poche ore e obiettivi secondari, può ridare incertezza e vitalità a una corsa troppo sottotono nelle ultime giornate.

Così sottotono che neanche una partenza in stile MotoGP è riuscita nell’impresa di ridarle un po’ di vigore competitivo: perché nel ciclismo, a differenza dei motori, sono le gambe, la testa e la forza di volontà a fare la differenza, non i semafori verdi ne tantomeno le griglie dipinte sulla strada.

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