Tour de France – Tappa 12&13: Un’inimitabile Babele di follia

Peter Sagan ha vinto a Valence la sua terza tappa in questo Tour de France 2018 e questo forse, per una volta non fa notizia.

Non fa notizia perché 24 ore prima, dispersi e fiaccati sulle salite alpine, avevano abbandonato Gaviria, Greipel e Groenewegen, in pratica il fiore all’occhiello dei velocisti partiti dalla Vandea due settimane fa.

Non fa notizia perché il campione del mondo slovacco ha dimostrato, se ce ne fosse bisogno un’altra volta, di saper reggere al massimo la pressione di essere il favorito principale e di saper conquistare un successo comunque non scontato come se fosse la cosa più naturale di tutte.

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Non fa notizia sopratutto perché era impossibile che al centro dell’attenzione non ci fossero ancora i fatti del giorno prima. Il day after dell’arrivo all’Alpe d’Huez ha continuato a trascinare infatti un lungo strascico di polemiche e osservazioni riguardo alla cultura dei tifosi, all’organizzazione e al fair play in gruppo.

Troppo grande l’eco di quanto successo sull’ascesa finale di una tre giorni alpina che doveva concludersi lungo uno dei luoghi iconici e più rappresentativi non solo del Tour ma di tutto il ciclismo e che invece ha messo in mostra alcuni carenze e momenti meno edificanti di questo sport.

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Da italiani poi la cosa ci ha toccato ancor più nel profondo: a subire quello che potrebbe essere considerato come un atto vandalico nei confronti della corsa è stato proprio il nostro alfiere Vincenzo Nibali, caduto nelle ultime migliaia di metri e costretto al ritiro (cosa mai successagli in carriera nei grandi giri) a causa di una frattura alla vertebra rimediata in seguito al capitombolo innescato dalla tracolla della macchina fotografica di un tifoso troppo vicino ai corridori in un punto tipico del percorso.

Lo Squalo, nonostante tutto, ha poi chiuso la corsa a 13″ dai primi (nessuno dei quali si è poi scoperto aver intimato agli altri di fermarsi per aspettare il siciliano) ma l’episodio occorsogli è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso al culmine di una scalata che si sapeva poter non essere tranquilla.

La polizia francese temeva agguati contro Froome e gli Sky e complessivamente è riuscita a portare bene a termine la missione (da segnalare lo sventato lancio di uova da parte degli olandesi) ma non è riuscita a placare l’onda di ignoranza e inciviltà che (molto più visibile) serpeggiava lungo la salita.

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Tentativi di selfie in mezzo alla strada al sopraggiungere degli atleti, tifosi troppo vicini ai corridori, uso di fumogeni, addirittura spinte ai protagonisti: sull’Alpe chi era a casa ha ammirato di tutto e probabilmente solo il peggio.

Chi invece ha avuto modo di verificare sul posto come stavano le cose ha percepito il reale clima della giornata e la bellezza intrinseca di questa mitica ascesa e può affermare che quei comportamenti appartengono a una ristretta cerchia di imbecilli.

L’Alpe d’Huez infatti è una sorta di Torre di Babele snodata lungo 13,8 chilometri e un totale di 21 tornanti, tratti la maggior parte dei quali appartengono per diritto di cittadinanza a un popolo diverso. Il più famoso è il Dutch Corner, la curva degli olandesi, un enclave arancione che per due giorni aspetta il transito della corsa tra musica, birra e droga: in pratica una succursale di Amsterdam in terra francese.

Il loro è lo spicchio più allegro e rumoroso ma la salita è sparsa di piccoli gruppi, ciascuno appartenente a nazioni diverse, che prendono possesso di una porzione di asfalto personalizzandola ognuno a modo proprio, chi con una bandiera, chi con disegni sull’asfalto, chi con striscioni. L’effetto così è quello di entrare di volta in volta in un giardino sempre diverso, tutti con colori e idiomi differenti l’uno dall’altro e abitati da storie e protagonisti unici, riuniti questi ultimi assieme per rendere omaggio al ciclismo e ad alcuni dei suoi esponenti più importanti in una delle occasioni più speciali dell’anno.

L’unicità dell’Alpe d’Huez è proprio questa: migliaia di persone diverse e provenienti dalle parti più disparate del mondo che decidono di accorrere per supportare a modo proprio i campioni delle due ruote, mettendo tutti sulla strada un pezzo di sé, un proprio incoraggiamento e la propria grande passione.
Senza di loro questa salita non sarebbe entrata nelle legenda e senza di loro questa salita semplicemente non avrebbe senso.

Il problema è che, complice l’organizzazione, forse si è arrivati al limite. È impossibile e non sarebbe sicuro trattenere una massa così ingente di persone dietro a delle transenne ma qualche accorgimento preventivo nel 2018 per un evento così importante si sarebbe potuto fare.

Il punto non è vietare l’alcol ma mettere ciclisti e tifosi nelle condizioni più sicure possibili e per farlo basterebbero alcune semplici disposizioni generali a cui in Francia e al Tour, da anni decantato come la corsa più bella, importante e mediatica del mondo, non sono ancora arrivati. Sullo Zoncolan ad esempio quest’anno tutti i tifosi hanno subito perquisizioni e passaggi al metal detector prima di approcciare la cima della salita e dove non c’erano le transenne per lunghi tratti erano le cordate degli alpini a contenere l’entusiasmo dei tifosi: perché in Francia tutto questo non è/è stato possibile?

Perché il Tour paga decine di migliaia di euro per pubblicizzare l’evento con video bellissimi in cui vengono inserite immagini di tifosi coi fumogeni e poi si lamentano della presenza degli stessi nei punti chiave delle salite, cosa che non solo crea problemi ai corridori ma di fatto rovina anche le stesse riprese sui cui loro investono altre migliaia di euro?

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Perché poi sopratutto bisogna fare di tutta l’erba un fascio ed evocare provvedimenti radicali quando sono i gesti di poveri squilibrati a inficiare lo spettacolo?

Il Tour e chi lo rappresenta dovrebbe avere l’umiltà di ammettere i problemi attualmente esistenti e non dovrebbe farsi scrupoli di andare a vedere, confrontarsi e prendere spunti da altri modelli organizzativi per evitare di ripetere gli stessi errori.

Quest’anno hanno diminuito i partecipanti per ogni squadra per ragioni di sicurezza ma le cadute non sono diminuite, come non sono diminuite le moto in corsa, i mezzi al seguito e la tortuosità di diversi finali di tappa: forse chi allestisce questo immenso carrozzone (gli stessi che pagano per inquadrature e tecnologie all’avanguardia ma poi quando c’è da trovare un elicottero per trasportare un atleta ferito in ospedale non lo trovano) dovrebbe fare caso anche a questi aspetti interni prima di preoccuparsi di chi e quanti rendono magico il loro evento rischiando la pelle sul filo dei 60 km/h ogni giorno.

Nibali (come altri del resto hanno rischiato) ne ha fatto le spese per tutti e con grande signorilità non ha puntato il dito contro nessuno: sarebbe bello se la sua fiera reazione finalmente colpisse nel profondo qualcuno all’interno del management della Grande Boucle spingendolo a un “mea culpa” che potrebbe portare a grandi passi avanti nella gestione e progettazione della manifestazione.

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Sarebbe delittuoso vedere di nuovo in futuro tutti sacrifici e le rinunce fatte da un atleta lungo tutto l’anno andare in fumo per una tracolla. Come sarebbe irragionevole togliere a tanti bambini, famiglie e appassionati il diritto di poter incitare i propri beniamini senza le fredde sbarre grigie di una transenna davanti. Il contatto con il corridore (non quello fisico) è quello che rende speciale e distingue il ciclismo dalle altre discipline: vietandolo verrebbe meno l’anima di un intero sport.

Un’anima che si poggia anche sull’impensabile convivenza assieme di polacchi, australiani, norvegesi e irlandesi, popolazioni e lingue diverse che però come per magia possono ritrovarsi affianco, una accanto all’altro, in un lungo cammino verticale che profuma di incredibile e anche un po’ di mondo.

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