Tour de France – Tappa 8 e 9: L’aratura conclusa nel fuoco

“Finalmente!” verrebbe quasi da dire. Già, perché dopo una settimana di pianure, campi e prati giallo-verdi percorsi in lungo e in largo attraverso le regioni settentrionali della Francia la Grande Boucle 2018 cambia (per la gioia dei tifosi e sicuramente anche di molti corridori) drasticamente panorama e va a rincorrere emozioni e pendenze sulle vette alpine.

L’ambiente della corsa ciclistica più famosa al mondo ha rischiato di arrivare all’appuntamento con le grandi montagne piuttosto assopito, quasi sedato da infinite e alquanto insensate ore passate nell’assolata campagna transalpina. A ridestare i cuori degli appassionati e a solleticare la loro fantasia in vista dei prossimi giorni ci hanno pensato l’ultima spettacolare tappa con arrivo a Roubaix e le appuntite pietre dell’Inferno del nord.

Prima infatti verso Amiens, nel giorno successivo alla frazione più lunga della competizione, erano stati nuovamente i velocisti a prendersi il centro della scena dando vita a uno sprint convulso e decisamente nervoso, culminato con i declassamenti di Fernando Gaviria e Andre Greipel in seguito alle spinte e alle testate scambiatesi l’un l’altro nella scia (ancora) vincente di Dylan Groenewegen.

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A parte questo, l’unico sussulto all’elettrocardiogramma piatto del gruppo lo aveva dato l’ennesima caduta di questa prima settimana che aveva portato gli sfortunati Daniel Martin e Ilnur Zakarin a perdere, in maniera assolutamente non preventivabile, diverso terreno dai principali favoriti appena qualche ora prima del giorno più temuto del primo terzo di gara, quello del pavé del Nord, vero e proprio spauracchio in grado di mandare all’aria i piani e i sogni di un’intera stagione per via dei suoi innumerevoli trabocchetti.

E così per qualcuno effettivamente è stato, sebbene la maggior parte sia riuscita con successo a schivare i colpi insidiosi del fato cavandosela con botte, escoriazioni o ferite minori. Ciò che è certo è che lo spettacolo non è mancato, i protagonisti non si sono risparmiati (come è successo nei due giorni precedenti) e le aspettative non sono state disattese anche se, a conti fatti, alla fine tutto quello che è accaduto in gara non ha sconvolto più di tanto le gerarchie fra i favoriti per la maglia gialla di Parigi.

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Quello che ha pagato il conto più salato è stato senz’ombra di dubbio Richie Porte, finito a terra ancor prima di incontrare le pietre e costretto al ritiro (causa frattura della clavicola) seguendo un beffardo gioco del destino: anche l’anno scorso alla nona tappa il tasmaniano era caduto ed era stato costretto ad abbandonare la corsa che aveva preparato per un anno intero.

Dietro di lui la palma del più sfortunato è andata a Rigoberto Uran (a terra e vittima di un salto di catena) che è arrivato al traguardo perdendo quasi un minuto e mezzo dai big nonostante l’inseguimento condotto negli ultimi 30 chilometri da parte di quasi tutti i suoi uomini.

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Con lui sembravano dovessero condividere lo stesso destino Romain Bardet e Mikel Landa, ma grazie soprattutto agli sforzi dei gregari del secondo entrambi hanno chiuso a ridosso dei primi una giornata che poteva segnare in modo definitivo le ambizioni di tutti e due: Landa è ruzzolato a terra sull’asfalto da solo nel finale e ha faticato parecchio per riprendersi e risalire in sella, mentre il francese può dirsi fortunato di non aver chiuso con un passivo più pesante dopo quasi un’intera tappa passata a inseguire i primi tra problemi meccanici e forature.

Agli altri quindi è filato tutto liscio? Assolutamente no. La gran parte dei favoriti della generale, come anche chi delle pietre è più specialista, ha saggiato il polveroso e insidioso terreno del nord.

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Vincenzo Nibali, Rafal Majka, Niki Terpstra, Daniel Oss, Sonny Colbrelli, lo stesso Dylan Groenewegen vittorioso appena 24 ore prima, Oliver Naesen, Tejay Van Garderen, Chris Froome e la maggioranza del Team Sky (autore di una condotta magistrale fino ai 40km dalla conclusione dopo cui i vari membri della squadra inglese hanno iniziato ad auto-eliminarsi con una serie infinita di capitomboli): tutti sono rimasti più o meno invischiati o sono stati protagonisti diretti di cadute che, per fortuna dei sopracitati, non hanno portato a conseguenze gravi consentendogli di arrivare in bici fino al traguardo e salvarsi.

Chi invece ha corso in modo magistrale, dribblando i problemi e non mollando mai le prime posizioni sono stati Jakob Fuglsang (più volte brillantemente in testa al gruppo a scandire un ritmo indemoniato) e il duo Movistar composto da Alejandro Valverde e Nairo Quintana: se il primo ha confermato con la prova di ieri la sua immensa classe e adattabilità a ogni tipo di superficie e percorso, il secondo ha sorpreso più di tutti non solo non finendo penalizzato da una giornata dove in teoria avrebbe dovuto pagare dazio, ma addirittura uscendone rinfrancato, senza guai e con una grande dose di morale e fiducia per il prosieguo della competizione.

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Forse però la compagine spagnola, considerata la giornata positiva e fortunata dei propri uomini (ad esclusione di Landa) e viste le disavventure altrui, si sarebbe aspettata di guadagnare qualcosa in più sui rivali, specialmente con il colombiano (il più in ritardo dei tre), cosa che invece non è accaduta e che sicuramente lascia un gusto agro-dolce in bocca ai blu-azzurri di Unzue: se da un lato l’Embatido ha consolidato il quarto posto in generale, dall’altro il passivo dell’atleta andino resta invariato e perciò decisamente importante.

Il vincitore del Giro d’Italia 2014 infatti resta, assieme a Zakarin, Uran e Daniel Martin (il più indietro di tutti fra gli uomini di classifica a 3’22”), fra i pochi a non far parte del gruppone dei big racchiusi in un minuto a partire proprio dalla quarta posizione attuale di Valverde, davanti a cui d’altro canto restano solo un irreprensibile Geraint Thomas (primo uomo Sky, vedremo se la seconda settimana cambierà le gerarchie), Bob Jungels (sopravvissuto bene al pavé grazie alla squadra) e la maglia gialla Greg Van Avermaet.

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Il belga, campione olimpico, aveva come obiettivo la vittoria parziale e non ci è andato lontano: scacciato lo spettro di Peter Sagan che aleggiava minaccioso sul gruppo, il corridore della BMC si è involato sorprendendo tutti con Yves Lampaert e John Degenkolb verso uno sprint conclusivo a tre che però a sorpresa ha visto prevalere proprio il tedesco della Trek-Segafredo.

Per costui, subito in lacrime dopo la linea bianca, si è trattato di un successo particolarmente sentito perché arrivato, atleticamente parlando, dopo un periodo buio che dal grave incidente del 2016 non sembrava finire più e soprattutto dopo il dolore per la perdita in inverno a un caro amico a cui il vincitore della Roubaix del 2015 ha immediatamente dedicato il risultato.

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Chissà se l’essersi finalmente sbloccato in questa occasione non rappresenti per il teutonico (sesto del suo Paese ad aggiudicarsi almeno una tappa in tutti e tre i grandi giri) l’inizio di una nuova carriera e il prodromo di altri e numerosi trionfi.

Intanto per lui c’è la certezza di un Tour de France da finire e da continuare a onorare, un Tour in cui per lui e tutti gli altri partecipanti è arrivato il momento di abbandonare la falce usata in queste prime nove tappe e imbracciare la piccozza: arrivano le Alpi ed è tempo di scalate.

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