Tour de France – Tappa 7: Un binomio usuale (e forse inutile)

La tappa che ieri ha portato la grande carovana del Tour da Fougeres a Chartres aveva la peculiarità di essere la più lunga di tutta la Grande Boucle 2018 con i suoi 231 chilometri lungo ben 5 dipartimenti nella zona nord della Francia.

Niente a che vedere ovviamente con la tappa in assoluto più lunga della storia della corsa (la Les Sables d’Olonne-Bayonne di 482km nell’edizione del 1919) ma ad ogni modo, vista l’animosità dei giorni precedenti sia per andare in fuga che all’interno del gruppo, la giornata di ieri poteva rivelarsi sulla carta decisamente selettiva e per questo almeno inizialmente richiedeva un approccio serio e accorto.

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Tutti i pericoli e i timori però sono svaniti dopo pochi chilometri dal via facendo intendere che il tracciato piatto verso la città dell’Eure-et-Loir sarebbe stato interpretato da più o meno tutti come un lungo e tranquillo trasferimento, rimandando battaglie e ardori ad occasioni migliori.

Gli unici che hanno provato ad animare la tappa rompendo il clima da giornata di riposo che serpeggiava in gruppo sono stati i coraggiosi che hanno provato alcuni inutili e sfiancanti tentatativi di fuga (Yoann Offedo della Wanty e Laurent Pichon della Fortuneo) e la Trek-Segafredo che, ad un certo punto, ha provato ad emulare i colleghi della Quick-Step il giorno precedente cercando di aprire un ventaglio, mossa subito parata da parte del plotone.

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Ci si è così diretti con passo quieto verso le ultime migliaia di metri dove finalmente, mossi dall’obiettivo del successo parziale, i corridori hanno dato vita rianimandosi al classico show sul filo dei 60 all’ora per giocarsi lo sprint conclusivo. E qui, con un risultato che potrebbe rendere ancora più interessanti e incerti i prossimi finali veloci, a rompere il duopolio Sagan-Gaviria ci ha pensato Dylan Groenewegen, deciso più che a mai a zittire i critici che negli ultimi giorni lo avevano preso di mira.

Sta di fatto che, complessivamente, quello del gruppo è stato un infinito trascinarsi lungo la campagna francese prima di giungere agli ultimi 10 chilometri, uno spettacolo sicuramente poco avvincente e tutt’altro che intrigante. Questo perché è sì vero che in teoria con un po’ di fantasia forse si sarebbe potuta rendere la tappa decisamente dura, ma nel concreto la frazione di ieri aveva tutte le carte in regola per trasformarsi in quello che poi si è rivelato essere, ossia un’interminabile e “defaticante” transumanza.

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Gli atleti infatti venivano da sei tappe piuttosto tirate, condotte ad andature elevate fin dall’inizio ed esasperate dalle cadute e dai guai meccanici che più o meno hanno finito per coinvolgere quasi tutti. Fatta questa premessa risulta abbastanza comprensibile l’atteggiamento “al risparmio” assunto dal gruppo verso Chartres: emblematico in questo senso è stato l’allungo iniziale di Thomas Degand che avendo di fronte più di 220km al momento dell’attacco ha perso quasi immediatamente il coraggio di avventurarsi in un’azione segnata già in partenza.

Non è la prima volta che questo accade al Giro di Francia, ovvero che nel giorno più lungo la corsa cada in un leggero assopimento fino in prossimità del traguardo. Questo perché negli anni passati gli organizzatori (forse poco lungimiranti sotto questo aspetto) hanno proposto con continuità dei tracciati altimetricmantne irrilevanti nella frazione con il maggior numero di chilometri da percorrere, quest’ultima poi solitamente inserita nel corso della prima settimana di corsa con l’obiettivo (quasi mai raggiunto) di sfruttare la freschezza degli atleti perché venisse fuori una gara vivace e animata.

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Prendendo ad esempio in esame gli ultimi 10 anni, è capitato ben sette volte che la frazione più lunga fosse collocata nella prima settimana e in ben cinque di queste che la tappa in questione terminasse con un arrivo finale a ranghi compatti. Parliamo di percorsi da oltre 220, 230 e a volte anche 240 chilometri, distanze che nella concezione contemporanea di un grande giro non è una bestemmia che appaiano come esagerate e fuori luogo, sopratutto considerando gli sforzi violenti a cui oggi sono chiamati i corridori.

Sebbene siano sempre questi ultimi a decidere come interpretare una tappa e se renderla selettiva, è indubbio che progettare tappe mediamente più corte e ondulate potrebbe dare a tutti un concreto motivo in più per dare spettacolo ed animare la corsa, evitando così di renderla un noioso pellegrinaggio da una località all’altra.

Si tratterebbe quindi in poche parole di rompere il famoso binomio pianura-tappa più lunga che tanto ha caratterizzato il Tour de France negli ultimi periodi. Un sacrificio che, in nome della vivacità e delle emozioni, pare sempre più necessario.

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