Tour de France – Tappa 2: Kiwi’s landing

Al 20 luglio in fin dei conti non manca poi molto. Chi c’era ed era cosciente quel giorno può vantarsi (giustamente) di aver assistito e aver vissuto sulla propria pelle, seppur a migliaia di chilometri di distanza, uno dei momenti più vibranti e iconici dell’umanità, l’atterraggio dell’Apollo 11 sul suolo lunare e lo sbarco dell’essere umano sulla pallida e ancora vergine superficie del nostro unico satellite.A suggellare stupendamente quegli istanti marchiandoli a fuoco per l’eternità hanno contribuito certamente anche le parole pronunciate da Neil Armstrong al momento di lasciare la propria (e prima) impronta su quel suolo polveroso: “Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità”.Ebbene quella frase, mettendo le mani avanti per evitare di cadere in facili blasfemie e riconoscendo come le circostanze e il contesto siano completamente differenti, potrebbe essere tuttavia presa in prestito altresì per descrivere il raggiungimento di un traguardo sicuramente meno significativo per il genere umano ma indubbiamente prezioso per l’uomo (in sella a una bicicletta) e il Paese che ieri lo hanno conseguito.È una delle tante storie a latere che ogni anno colorano la trama generale del Tour de France, rendendolo quell’incredibile calderone di succulenti aneddoti e curiosità che altrimenti, senza la visibilità che garantisce la gara a tappe transalpina, rimarrebbero forse sotto traccia.4Limitandosi solo alla seconda frazione si sarebbe potuto parlare dell’intrepida fuga di Sylvain Chavanel (appena appropiatosi del titolo di corridore con più partecipazioni in Francia), delle cadute e delle forature che ancora non hanno risparmiato i corridori influenzando l’esito finale della tappa, del primo ritiro dell’etiope Grmay (seguito poi a breve da quello di Luis Leon Sanchez, caduto e costretto a salire in ambulanza), della strenua resistenza dell’acciaccato Craddock, del conto aperto di Arnaud Demare con la sfortuna o soprattutto dell’ennesimo trionfo di Peter Sagan, che resistendo al ritorno di un ottimo Sonny Colbrelli ha ottenuto il nono successo parziale sulle strade d’Oltralpe impossessandosi anche della maglia gialla.Invece tra i tanti spunti della tappa con partenza da Mouilleron-Saint-Germain forse, più della volata vincente del campione del mondo e dei capitomboli in gruppo, in questo caso vale la pena parlare di un atleta e di quella che, a suo modo, è a tutti gli effetti un’impresa storica che magari non avrà la portata dello sbarco sulla Luna ma quantomeno resterà certamente nella storia del ciclismo e negli annali del Tour.Imponendosi infatti su Michael Gogl e Sylvain Chavanel nella volata a tre in cima alla Côte de Pouzauges (4^ categoria) e piazzandosi al termine della tappa meglio di Kevin Ledanois (anche lui a quota 1 punto nella classifica dei gran premi degli montagna), Dion Smith ha conquistato il diritto a salire sul podio di tappa per ricevere una delle casacche più note e riconoscibili dell’intero panorama ciclistico, quella maglia a pois che al Tour premia dal 1975 il miglior scalatore.10Fino a qui non c’è nulla di nuovo: nelle prime frazioni è un classico che i corridori che si sganciano in fuga vadano a battagliare per questo premio tanto ambito, messo per giunta in palio con punti da conquistare al culmine di difficoltà altimetriche affatto estreme. La novità (che costituisce una memorabile prima volta) sta nel fatto che il 25enne portacolori della Wanty-Group Gobert (squadra presente in corsa grazie a una wild card concessa dall’organizzazione) viene da Taupaki, una trentina di chilometri scarsi da Auckland, in Nuova Zelanda, e mai nessun nativo di quelle terre aveva avuto l’onore di vestire uno dei simboli del primato nella corsa a pedali più famosa al mondo.Dal sobborgo nel Rodney District a La Roche-sur-Yon il viaggio non è stato certamente una passeggiata di salute. Avviato al ciclismo a 14 anni semplicemente perché all’inizio gli piaceva fare qualche sgambata con gli amici, per inseguire il sogno di diventare professionista Smith è stato costretto a emigrare dalla sua terra nel tentativo di trovare un qualcosa e un qualcuno che lo potesse realmente instradare verso il ciclismo che conta.8A differenza dei suoi colleghi australiani, sbarcati in massa direttamente in Europa, Dion ha scelto gli Stati Uniti come passo intermedio per iniziare a crescere e avere un primo contatto con un ciclismo diverso, transitando così prima dal team di un grande ex come George Hincapie e poi dalla One Pro Cycling. Nel 2016 il ridimensionamento della piccola squadra professional americana ha portato molti atleti nel suo roster a cercarsi all’improvviso un’altra sistemazione e fra questi anche Dion il quale, nell’arco di pochi mesi, è andato per forza di cose in giro a bussare alla porta di diverse squadre alla ricerca di un contratto. Quando a gennaio, con le formazioni già delineate per la nuova stagione, sembrava che per il Kiwi non ci fosse più alcuna speranza ecco liberarsi un posto nella Wanty-Group improvvisamente orfana di Lieuwe Westra, decisosi a intraprendere la strada del ritiro.Firmato il nuovo accordo e finalmente planato in Europa, culla delle due ruote, la compagine belga non ci ha pensato due volte a fargli assaggiare l’atmosfera del Nord e soprattutto a farlo esordire subito, al primo anno nelle loro fila, alla Grande Boucle, un’esperienza (quella di una gara di tre settimane) che mai aveva avuto modo di affrontare e dalla quale, oltre un abbastanza anonimo 124esimo posto nella generale e un 11esimo posto come miglior piazzamento in una tappa, il neozelandese è uscito parlando di avventura “fantastica e impegnativa soprattutto a livello mentale”.7Quest’anno, strappata la convocazione grazie ai piazzamenti nelle corse di avvicinamento (un settimo posto in una tappa al Delfinato, il terzo posto in una tappa e nella generale finale del Baloise Belgium Tour e il secondo posto nella Parigi-Chauny), Dion ha voluto nuovamente provarsi nella sfida francese con una caparbietà che subito ha pagato altissimi dividendi, riuscendo a mettersi immediatamente in mostra e conseguendo difatti qualcosa che nessun altro corridore della sua nazione aveva mai ottenuto.Lo sprint con cui ha conquistato il solo e decisivo punto in palio all’unico GPM di giornata sintetizza al meglio le sue caratteristiche di corridore abbastanza completo, in grado di reggere sulle salite brevi e dire la propria in volate ristrette. Con queste qualità, spinto dal suo talento e consigliato sapientemente in ammiraglia, Dion è riuscito a issarsi fino sul podio di giornata del terzo evento sportivo più seguito al mondo, esibendo uno sguardo fiero e allo stesso tempo incredulo al momento di coprire la divisa sociale con quella bianca a pois rossi dei gran premi della montagna.1Sui suoi occhi chiari e sulla smorfia del viso da cui è trasparsa la gioia per aver raggiunto l’obiettivo si sono all’improvviso posati, come è naturale che sia, gli sguardi curiosi di migliaia di appassionati e i flash dei fotografi, desiderosi di immortalare un piccolo pezzo di storia del ciclismo e della Nuova Zelanda, Paese che, seppur geograficamente lontano, è da diverso tempo che gradualmente ma con costanza lancia promesse e conquista piccoli spazi in una disciplina (il ciclismo su strada) che non è esattamente tra quelle con più seguaci in patria.Il tutto partendo dal 1928, anno di esordio al Tour del primo Kiwi (Harry Watson), passando dal 1972 e dal diciottesimo posto in classifica generale di Tino Tabak (ad oggi il miglior piazzamento di un neozelandese) fino ad arrivare al 2001 (edizione in cui nella Credit-Agricole vincitrice della cronosquadre a Bar-le-Duc militava anche Chris Jenner) e agli anni recenti, i più prolifici per gli isolani per quanto riguarda le partecipazioni alla Grande Boucle grazie ai vari Hayden Roulston, Greg Henderson, Julian Dean (anche lui vincitore di una cronosquadre nel 2011), Jack Bauer e George Bennett prima di Patrick Bevin (attualmente in corsa con la BMC) e appunto Dion Smith, esordienti entrambi nel 2017.13A quest’ultimo è toccato ieri scrivere un nuovo capitolo della storia sportiva nazionale al Tour de France, riprendendo e allungando quel filo avviato negli anni ‘20 quando però, al contrario di oggi, la maglia a pois non era ancora stata istituita. Chissà che a breve, nel presente o nell’immediato futuro, visto il sempre maggior numero di praticanti all’interno dei propri confini non arrivi per qualcuno anche il privilegio di indossare la maglia più ambita, quella gialla.Intanto a Auckland, come in tutta la nazione, c’è un motivo per esultare adesso: Smith è atterrato prepotentemente sul palco della gara più importante al mondo e vestito di bianco-rosso ha portato e continuerà a portare in alto il nome del suo Paese. Per dirla proprio con le parole di Armstrong “Un piccolo passo per Dion, un grande passo per la Nuova Zelanda”.

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