Giro 101 – Tappa 21: Malinconia finale tra le polemiche

L’ultimo giorno usualmente è quello dei saluti, del “rompete le righe”, delle celebrazioni e, sebbene sia la fatica la sensazione predominante, anche della tristezza che, consuetudine vuole, di solito si accompagna alla fine di un viaggio. Doveva essere così anche l’ultima tappa del Giro 101, desinata sulla carta a ricoprire il ruolo di festosa passerella per festeggiare il re della corsa rosa e lasciar spazio agli sprinter per la prestigiosa volata conclusiva.

Tutto però, almeno all’inizio, è stato tranne che una passerella. Subito infatti i corridori, in primis quelli che si sarebbero giocati il successo parziale e i big della classifica, si sono accorti della pericolosità del percorso denunciandone i problemi e facendo temere addirittura uno stop anticipato della competizione. Buche, fondo irregolare, sampietrini scivolosi, spartitraffico improvvisi, restringimenti della carreggiata: sotto le ruote degli atleti, fin dal primo degli undici giri previsti sul circuito nella Capitale, si è palesato un discreto numero di punti critici, rendendo di fatto il tracciato non degno di una frazione conclusiva e soprattutto non all’altezza dell’alto spettacolo scenografico circostante.

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Inquadrati i rischi, sono seguite diverse consultazioni tra corridori, ammiraglie e giuria che hanno portato (non senza qualche minaccia di interrompere immediatamente la corsa) alla decisione finale di neutralizzare praticamente tutta la tappa, eliminando gli abbuoni ma tenendo in palio i punti per la classifica della maglia ciclamino.

In questo modo entrambe le tipologie di corridori che si sentivano maggiormente a rischio, uomini di classifica e velocisti, hanno ricevuto le tutele e le sicurezze che volevano: i primi hanno avuto la possibilità di staccarsi dal vivo della corsa ed evitare pericoli, i secondi quella di impostare la volata (vinta da Sam Bennett su Elia Viviani) senza altre squadre e uomini che li avrebbero potuti disturbare nelle concitate fase finali.

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L’unica a rimetterci con questo provvedimento e, in generale, con tutta questa baraonda diplomatica è stata la città di Roma, i cui limiti a livello di condizione delle strade sono stati messi totalmente a nudo in mondovisione dalle polemiche suscitate dai ciclisti coinvolti in gara.

Il capoluogo del Lazio è stato scelto perché simbolicamente rappresentava la perfetta chiusura del cerchio con la partenza da Gerusalemme nell’ottica di una “Corsa della pace” ideata dagli organizzatori. La realtà invece è un’altra ed è quella di una città assolutamente inadeguata alle due ruote e priva di alcuna sensibilizzazione ciclabile, che non ha fatto niente per accogliere come si dovrebbe (e come al contrario hanno fatto diverse altre sedi di tappa) una manifestazione di richiamo internazionale del calibro del Giro d’Italia.

Ci si poteva aspettare che, vista l’importanza dell’evento, si andasse almeno a rendere l’asfalto e la sede stradale più presentabili, più a portata di bicicletta ma questo non è avvenuto e così, grazie a questo chiaro disinteresse, Roma ha confermato la nomea di essere tra i centri urbani meno bike friendly e meno attento alle esigenze dei velocipedi in Italia, nomea che la accompagna già da diversi anni.

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La sintesi migliore di questo stato delle cose l’ha fatta in diretta mondiale Carlos Betancur che rivolgendosi alle telecamere durante l’ultima tappa si è espresso dichiarando “Che vergogna questo circuito, non avete rispetto per i corridori, che vergogna”. Parole, quelle pronunciate dal colombiano della Movistar, che sono andate a colpire esplicitamente il comune e gli organizzatori del Giro, rei insieme di non aver valutato adeguatamente la criticità del percorso disegnato.

Insomma, una grande diatriba che con un po’ di buon senso in sede di concepimento e approvazione del tracciato si poteva evitare senza alcun problema. Così invece una piccola macchia nera è andata a sporcare i colori caldi e suggestivi di uno splendido tramonto romano, reso ancora più speciale dalle sfumature rosee apportate dalla luccicante bici e dalla maglia indossata sul podio da Chris Froome.

Il britannico, tagliando la linea bianca del traguardo di Roma, è ufficialmente entrato a far parte di alcuni club esclusivi (quello della tripla corona e quello dei detentori dei tre grandi giri nello stesso momento) e riaggiornato una serie di primati (è sempre più il plurivittorioso nei grandi giri fra i corridori in attività) consolidando in maniera definitiva lo status di campionissimo vivente conquistato soprattutto con l’impresa strappa-applausi nella tappa di Bardonecchia. Grazie a quell’assolo e al conseguente successo del keniano bianco il Team Sky si è portato a casa classifica a squadre, due vittorie di tappa, maglia azzurra dei Gpm e, più preziosa di tutti, la maglia rosa con cui ha infranto finalmente il tabù della corsa Gazzetta.

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Un grande successo e una serie di grandi riconoscimenti per una formazione che sì ha convinto ma non come nelle vittorie negli anni scorsi al Tour de France. In questo Giro infatti ci sono altri due compagini che più di quella inglese hanno meritato il titolo di dominatori della corsa: la prima è la Mitchelton-Scott, protagonista di cinque successi di tappa e diversi giorni in maglia rosa con il suo leader Yates crollato solo alla fine sotto i colpi della fatica; la seconda è la Quick-Step, su una nuvola da inizio stagione e qui al Giro brava a proseguire il proprio momento magico trionfando anche lei in cinque frazioni e nella classifica a punti.

I loro risultati e il fatto che l’abbiano fatta da padrone in quasi metà delle tappe dell’intero Giro 2018 dall’altra parte mette in evidenza come molte altre squadre in realtà siano rimaste all’asciutto e siano così state costrette ad accontentarsi di traguardi meno nobili. Il secondo posto nella graduatoria degli scalatori e il primo in quella del Fair Play della Bardiani, le prime posizioni nelle classifiche della combattività, della fuga e dei traguardi volanti dell’Androni sono, ad esempio, risultati che tutte e due avrebbero preferito scambiare forse con un successo di tappa che purtroppo per loto però non è arrivato, complice anche la bassissima percentuale di successo che hanno avuto le fughe da lontano in questa edizione.

Giro díItalia 2018

Di certo hanno fatto meglio di certe equipes che dal primo all’ultimo giorno hanno fatto veramente fatica a farsi notare e ad entrare nel vivo della corsa (vedi, una tra tutte, la Dimension Data), dove invece di prepotenza hanno trovato posto volti freschi e ambiziosi come quelli di Richard Carapaz (primo a Montevergine e coraggioso secondo tra i giovani), Sam Oomen (unico ad aiutare Dumoulin in salita), Matej Mohoric (più famoso dei primi due citati ma protagonista comunque di grandissime trenate e di una vittoria di tappa a Gualdo Tadino), Maximilian Schachmann (suo il traguardo di Prato Nevoso): sono loro che a breve, partendo da quanto fatto in questo Giro, inizieranno a caratterizzare gli ordini d’arrivo delle corse che contano.

Qui speriamo che presto questi baldanzosi giovani possano misurarsi alla pari con gli atleti che dal Giro, al contrario loro, sono usciti sconfitti più o meno pesantemente. Da Fabio Aru e Thibaut Pinot (ritirati), da Esteban Chaves a Simon Yates (vittime di cali drastici da cui non si sono più ripresi) fino a Domenico Pozzovivo (afflitto purtroppo da una giornata storta che ha compromesso il suo risultato finale), tutti hanno risentito di un Giro corso con grande stress, come se “ogni tappa fosse una classica”, facendo attenzione anche al minimo secondo guadagnato o perso. Tutto questo ha portato a degli improvvisi cali che hanno svuotato, più o meno irrimediabilmente, i serbatoi di energia e resistenza di molti dei favoriti, costretti inaspettatamente ad alzare bandiera bianca di fronte a delle fatiche non più tollerabili.

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Di conseguenza si sono aperte le strade del podio per uno degli escarabajo più puri e promettenti in prospettiva, un certo Miguel Angel Lopez capace di resistere se non incrementare in alcuni casi il ritmo dei primi in salita ma che ancora deve migliorare contro il tempo (ha perso complessivamente 2’31” da Froome a cronometro, più della metà del suo ritardo finale) per limitare i danni ed esser competitivo ad alto livello contro corridori come Froome e Dumoulin, primo e secondo della generale.

L’olandese, fra quelli finiti con lui sul podio, è stato il più regolare in termini di prestazioni. Sempre presente fra i migliori in salita (dove è riuscito quasi sempre a limitare le perdite dagli scalatori naturali) e dominante a cronometro (terreno su cui ha costruito i distacchi con gli altri rivali), egli ha pagato semplicemente il fatto di non aver avuto gambe sufficienti per seguire nella terzultima tappa il pazzo attacco dell’inglese che gli è valso a posteriori la maglia rosa finale.

101st Giro dÕItalia 2018 - stage 18

Froome, partito male e costretto a difendersi per i postumi delle cadute rimediate nelle prime giornate, dal canto suo è stato l’unico ad esser riuscito a crescere di condizione nell’ultima settimana dove, mentre tutti gli avversati erano al gancio o addirittura si autoeliminavano per gli sforzi profusi all’inizio, lui ha iniziato a volare e a raccogliere i frutti di un intensissimo lavoro svolto nei mesi precedenti.

È stato lui quello che alla fine aveva più di tutti i mezzi e la convinzione di poter portare a casa la corsa, un risultato che non sarebbe stato possibile se non avesse avuto una tenuta mentale eccezionale e se non avesse capito che per vincere avrebbe dovuto uscire dagli schemi, lasciarsi andare all’improvvisazione del momento per sorprendere degli avversari abituati da lui sempre al medesimo copione.

Così facendo ha ottenuto un risultato davvero insperato, ha entusiasmato e si è fatto amare come mai prima d’ora, abbandonando la tecnologia per le sensazioni, superando limiti che neanche lui immaginava di avere, esaltandosi e divertendosi nella possibilità di realizzare un sogno. Nei suoi occhi commossi e lucidi sul podio di Roma c’era proprio questo, un’emozione sincera per un trionfo sudato, colto contro tutti e tutte le pressioni della partenza.

Giro d'Italia 2018 - Ultima Tappa - Tappa 21 - da Roma a Roma

La magia nel vederlo resuscitare dalle difficoltà iniziali e imporsi come solo i grandissimi sapevano fare ha incantato tutti e ha lasciato nei compagni, negli addetti ai lavori, nei tifosi un senso di incredulità e ammirazione che da tanto non capitava di provare e che sarebbe bello poter riprovare sulla propria pelle già da domani.

Ma domani la corsa rosa non ci sarà più, si prenderà una lunga vacanza, e per questo non possiamo che aspettare già con ansia ed eccitazione la prossima edizione: per trovare nello spettacolo del Giro un motivo per provare brividi ed emozioni uniche che credevamo di non poter provare.

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