Giro 101 – Tappe 19&20 (dalla strada): La Leggenda si è fatta realtà

Chissà se Angela, aficjonada dal Cile, si era immaginata di assistere a tutto questo. Chissà se partendo da Londra (sua casa in Europa e sede dell’Università in cui si è laureata in sociologia) solo per partecipare a quella grande festa che è il Giro d’Italia avrebbe mai pensato di presenziare dal vivo a una delle più belle imprese di tutti i tempi su due ruote.

Lei, come altri coraggiosi che hanno avuto fiato e gambe per arrampicarsi (chi in bici e chi a piedi) fino ai 2187 metri della Cima Coppi, ha potuto ammirare l’opera nel suo abbrivio, negli istanti in cui uno dei più famosi sudditi (sportivamente parlando) di Sua Maestà la regina Elisabetta ha iniziato a tessere il suo capolavoro.

Potrà raccontare ai genitori appassionati di aver contribuito per un attimo, con un incitamento e un applauso, a una cavalcata immortale, cominciata sui tornanti di una strada dove più volte si è fermata per catturare attraverso una fotografia degli scenari mozzafiato.

A settembre, quando tornerà a riabbracciare i propri cari in Sud America, oltre al diploma Angela porterà il ricordo di quando si è inoltrata in un bosco di abeti, domato serpentine in terra sterrata, attraversato muri di neve, udito il roboante scroscio di torrenti e cascate d’alta quota, immergendosi totalmente in un paesaggio che le ha permesso di sentire davvero pienamente la potente linfa vitale della natura.

Lì, sul Colle delle Finestre, in un contesto più fiabesco che agonistico, più da cammino rigenerante per corpo e anima che da competizione spossante su un velocipede, Chris Froome ha tratto l’ispirazione per uno straordinario assolo di 80 chilometri che lo ha definitivamente consacrato tra le leggende dello sport che pratica.

Per compierlo e ribaltare la corsa come un calzino (al via era quarto a 3’22” dalla maglia rosa) si è lasciato completamente cogliere dal momento, ha mandato all’aria i suoi canonici schemi, i suoi dati, il suo modo di correre da freddo calcolatore e ha liberato il senso dell’impresa, il gusto per l’epico nascosti in lui.

In barba ai suoi detrattori, ai nostalgici del ciclismo eroico che lo incolpavano di aver ucciso la fantasia, ai sospetti della gente, ai decerebrati che al Tour nel passato gli hanno gettato addosso urina, a quelli che lo ha apostrofato “dopato”, a coloro che hanno esultato quando gli è stato riscontrato un valore eccessivo di salbutamolo alla Vuelta 2017, a chi gli ha fatto capire che non era gradito e che doveva auto-sospendersi: il britannico ha usato tutto ciò come benzina da far confluire verso i pedali e ha ammorbidito anche i cuori dei più duri sfoderando come mai prima d’ora una voglia di lasciare il segno e un coraggio fuori dal comune.

Perché per compiere una cavalcata come la sua bisognava ergersi ben oltre la normalità, era necessario sconfinare nel fenomenale e uno in grado di realizzare un “numero” come il suo lo è per forza. Il portacolori del Team Sky infatti, rischiando il tutto per tutto, ha stravolto la classifica e mandato in crisi rivali su rivali (da Aru, ritirato, a Yates e Pozzovivo, tutti e due affondati anche se in misura molto diversa) prendendosi in un colpo solo tappa, maglia rosa e maglia azzurra degli scalatori, risultati effetto di un’incredibile capacità di incrementare il proprio vantaggio in ogni frangente e in ogni terreno demolendo anche psicologicamente avversari ormai al lumicino delle forze.

È proprio questo, insieme all’exploit da capogiro di Froome, l’altro aspetto che sorprende profondamente: la durezza del percorso, l’intensità prodotta in gara, l’incertezza del tempo e lo stress di battaglie sul fil dei secondi hanno giocato tutte assieme, in due tappe consecutive, alcuni bruttissimi scherzi a diversi favoriti, privandoli di colpo di tutte le energie e costringendoli a naufragare nelle retrovie. Così di fatto il Giro è diventato in breve tempo una corsa ad eliminazione, dove a resistere e a primeggiare sono stati un indomito fuoriclasse abituato a gestirsi e sopratutto a vincere questo tipo di gare (Froome), un corridore super regolare e fresco per aver corso poco in stagione (Dumoulin) e i giovani.

Carapaz e Lopez si sono confermate due bellissime sorprese, piazzandosi nei primi quattro posti sullo Jafferau e trovando la forza per contendersi ancora la maglia bianca verso Cervinia. Il futuro più prossimo è nelle loro gambe mentre il presente parla di un Giro che ha veramente stravolto tutti gli altri atleti arrivati in cima all’ultimo traguardo in salita alpino.

Smorfie, spallate al vento, bici strattonate per la disperazione, bava fino alle ginocchia, spinte invocate: lungo l’ascesa finale della ventesima tappa si è potuto osservare tutto il perfetto campionario del ciclista con il corpo in croce il quale però, nonostante questo, riesce ad ergersi comunque a paladino contro la fatica e arriva a trovare dentro di sè quel qualcosa in più per giungere, soli con le proprie gambe e i propri pensieri, fin sulla linea bianca.

Quest’ultima, muta ma simbolicamente importantissima, se avesse potuto avrebbe inghiottito e abbracciato volentieri a Bardonecchia Chris Froome, un uomo che finalmente ha capito il significato del Giro combattendo per esso, un uomo che ha compreso cosa sia la corsa Gazzetta per gli italiani esaltandoli e lasciandoli ammirevolmente increduli sulla strada e davanti alla televisione.

Non solo, passando di fianco a un pubblico sempre più sbigottito e conseguentemente riconoscente verso di lui, il bronzo mondiale a cronometro ha fatto battere forti i cuori di tutti gli appassionati di ciclismo e non solo, gente arrivata per caso sulla strada a sostenerlo allo stesso modo di tifosi invece giunti da lontanissimo per ammirarlo anche solo un secondo e poter dire di esserci stato.

Come Angela, che per sempre e fino in Cile porterà la gioia di aver condiviso la strada (anche se solo per un attimo) con uno dei più grandi campioni, anzi leggende, del ciclismo in quello che è stato e rimarrà un giorno indimenticabile per lui, per il Giro, per lo sport in generale e poi, in piccolo, anche un po’ per lei.

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