Giro 101 – Tappa 16: Una cronometrica cristallizzazione

Nel ciclismo le prove contro il tempo sono un esercizio molto particolare: si tratta di un’impegnativa sfida con sé stessi e le proprie gambe, costrette a uno sforzo più o meno prolungato per sconfiggere le correnti d’aria e consentire all’atleta di fendere il più velocemente possibile lo spazio e il tempo.

Sono un qualcosa per cui non tutti sono portati naturalmente e per le quali perciò bisogna possedere doti e attitudini molto peculiari. Saper leggere le insidie della strada, disegnare traiettorie ardite, resistere all’acido lattico che riempie le gambe, spingere ad alta cadenza il rapporto scelto, mantenere intatta la posizione in sella: questi sono solo alcuni dei requisiti richiesti per primeggiare in questo tipo di competizione che, inserita all’interno di un giro di tre settimane, fa entrare in gioco anche altre rilevanti variabili.

Questa infatti, a seconda di quando viene programmata, può incidere o meno sul disegno generale della corsa, provocando distacchi a volte irrimediabili oppure appiattendo i valori fra gli aspiranti al successo finale. Tale eventualità è piuttosto ricorrente se la cronometro viene posta dagli organizzatori nella terza settimana, momento agonistico in cui la fatica, i chilometri percorsi e lo stress accumulati portano solitamente a un livellamento generale delle energie e delle potenzialità residue fra i contendenti in gara.

La battaglia contro le lancette da Trento a Rovereto, valevole come sedicesima tappa del Giro d’Italia 2018, non ha fatto che confermare questa tendenza cristallizzando la graduatoria in cinque blocchi piuttosto distinti.

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I 34,2 chilometri lungo la Val d’Adige stringevano l’occhio e facevano gola agli specialisti puri, ingolositi da un tracciato piatto a loro favorevole e invece di conseguenza avverso (sulla carta) agli scalatori più leggeri. Fra questi ultimi vi era anche la maglia rosa di Simon Yates, talmente terrorizzato per tutta la seconda settimana dai danni che avrebbe potuto infliggergli la crono da cercare di distanziare in tutte le occasioni possibili (in salita come in discesa) coloro che più avrebbero primeggiato in una prova del genere, ChrisFroome e Tom Dumoulin su tutti.

Come un mantra il britannico ha continuato a ripetersi di dover attaccare e guadagnare secondi su di loro, un piano che ha decisamente funzionato ma che, nonostante i 2’11” di vantaggio sull’olandese dopo l’impresa di Sappada, non gli ha dato la certezza di conservare la leadership neanche alla vigilia della gara.

L’alfiere della Mitchelton-Scott sapeva (come del resto anche l’oro e il bronzo mondiale di specialità) che quella trentina poteva rivelarsi una frazione spartiacque per l’intera corsa ma, in virtù di una condizione già superiore a quella dei rivali e di quanto detto prima, alla fine egli non ha pagato, uscendo invece dalla prima e unica vera sfida contro il tempo del Giro numero 101 con le ossa praticamente intatte.

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Il nativo di Maastricht e il quattro volte vincitore del Tour hanno sì fatto meglio di lui e sottrattogli dei secondi ma in maniera molto più indolore di quello che ci si aspettava inizialmente. Questo perché, pur da favoriti, sia l’olandese che soprattutto il keniano bianco si sono lanciati dalla rampa Trento avendo già speso tantissimo in precedenza per impadronirsi e trovarsi nelle posizioni (2° e 7°) da cui sono partiti per la cronometro.

Unendo a queste considerazioni anche il fatto che si veniva da un giorno di riposo e che (forse) per Dumoulin e Froome sarebbe stato meglio affrontare una prova del genere con il motore già caldo e non da rimettere in moto, ecco spiegata l’ottima resistenza del 25enne di Bury, attardato al traguardo rispetto al vincitore uscente del Giro di soli 1’15”, distacco che gli ha consentito di conservare ancora un minuto scarso (56 secondi) sul corridore della Sunweb.

Se si considera che prima della passerella di Roma la corsa Gazzetta andrà ad affrontare tre tappe di alta montagna in teoria favorevoli a Yates e a una sua possibile azione di controllo/consolidamento del primato rosa, allora si può affermare (a meno di crisi clamorose, comunque non da escludere) che l’inglese si trovi ora in una posizione di grandissimo vantaggio per mantenere la maglia fino alla fine. L’unico che potrà insediarlo e che dovrà trovare le forze per staccarlo in salita o tendergli delle imboscate sarà proprio Tom Dumoulin: loro due, verosimilmente, a Roma occuperanno i primi due gradini del podio e solo nelle ultime frazioni si capirà in che ordine.

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Dietro di loro sarà un altro duo a giocarsi l’ultima piazza nobile: Domenico Pozzovivo e Chris Froome. Il primo ha disputato una crono onorevole perdendo quasi due minuti da Dumoulin ma tenendosi stretta la terza posizione insediata però da vicino dal capitano del Team Sky. Da costui ci si attendeva un recupero dopo la vittoria sullo Zoncolan e la défaillance di Sappada ed effettivamente una raddrizzata alla propria classifica è riuscito a darla, seppur non lottando per il successo parziale. Ad ogni modo, il britannico ora si trova a soli 39 secondi dal lucano e, anche se in salita sono state più le volte che ha perso contatto dei primi che quelle dove li ha staccati, tenterà in tutte le maniere di negare la gioia del primo podio in carriera all’atleta della Bahrain-Merida.

Nella loro lotta all’ultimo scatto potrebbe inserirsi e approfittare delle circostanze Thibaut Pinot. Il francese è stato il peggiore degli uomini di classifica sia al secondo riscontro cronometrico che al traguardo dove, grazie ai quasi tre minuti rimediati da Dumoulin, è sprofondato a oltre 4’ da Yates e soprattutto è uscito dai primi tre, incuneandosi in quarta posizione in una sorta di limbo. Da qui tuttavia, sfruttando il proprio spunto veloce e la sua grinta in salita, proverà sulle Alpi piemontesi a rilanciarsi e a puntare a infastidire chi lo precede nella bagarre per il podio.

CYCLING-ISR-GIRO

Alle sue spalle sarà interessante osservare le battaglie per i piazzamenti che vedranno coinvolti, a meno di altri cedimenti o exploit improvvisi, due coppie e un terzetto di corridori. Quinto e sesto posto probabilmente se li contenderanno Rohan Dennis (splendido padrone della crono trentina) e Migel Angel Lopez, con l’uomo dell’Astana favorito dall’alto numero di ascese negli ultimi quattro giorni. Il suo ultimo uomo Pello Bilbao (migliore del capitano contro il tempo) dovrà difendere la settima piazza dal ritorno di Richard Carapaz: l’ecuadoriano (sui livelli di Lopez nella crono) è distante solo 5 secondi dallo spagnolo e dovrebbe scalzarlo facilmente per via dei compiti di gregariato che certamente impegneranno il rivale diretto nelle ultime difficili frazioni.

Infine, Geroge Bennett (penalizzato da molteplici problemi meccanici nella prova contro le lancette), Patrick Konrad (l’unico a essere uscito dalla top ten dopo Rovereto) e il giovanissimo Ben O’Connor lotteranno per l’ultimo posto disponibile tra i dieci, trovandosi in classifica tutti in un fazzoletto di 32 secondi. Difficile che altri riescano, ad oggi, a scombussolare le carte fra questi dodici eletti ma nel ciclismo mai dire mai: l’imprevisto è sempre dietro l’angolo e quando si sale in quota le risposte del corpo possono essere anche le più disparate (vedere Dumoulin nella tappa della doppia scalata allo Stelvio nel 2017).

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E allora perché non sognare, per la gioia dei tifosi italiani e per la sua stessa fiducia, una fuga di Fabio Aru sulle montagne dei suoi ritiri e dei suoi allenamenti, quelle del Piemonte occidentale. Il sardo, liberate gambe e mente, ha impressionato nella cronometro finendo ottavo (primo dei non specialisti nonostante la penalizzazione postuma inflittagli dal giudice alla “moviola”): chissà che questo non possa essere l’inizio del suo lungo e lento ritrovarsi.

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