Giro 101 – Tappe 14 e 15 (dalla strada): Lo stadio e il tiranno

Per due giorni la Carnia e le Dolomiti bellunesi sono state solcate da una lunga e viva scia rosa che ha portato con sé enormi dosi di felicità e spettacolo, pari al numero delle persone che, da vicino o da lontano, sono giunte in questi territori del nord Italia per seguire anche solo pochi ma indimenticabili istanti del Giro 2018: un’immensa folla di gente in festa ha fatto da cornice a sorprese, ardue asperità, momenti di crisi e attimi di gloria, incoraggiando indipendentemente dal nome tutti i protagonisti di questa 101esima edizione.

Il primo atto di questa memorabile doppietta è andato in scena in provincia di Udine e verrà ricordato per la scalata (da brividi) del “Mostro”. Il nord del Friuli infatti ha abbracciato la corsa rosa aprendo le porte del suo miglior (e più rinomato) giardino, quelle del Monte Zoncolan, qualcosa di più di una comune rampa di garage immersa in un bosco rigoglioso.

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Temuto dai più agili grimpeur come dagli sprinter più scaltri, la montagna più dura d’Italia mancava dalla manifestazione Gazzetta dal 2014 e finalmente, dopo quattro anni, ha potuto far riassaggiare la sua mai sopita crudeltà e scrivere un’altra pagina in inchiostro indelebile nei libri di storia della gara. Per l’occasione la penna l’hanno presa in mano prima di tutti Chris Froome e Simon Yates, valorosi duellanti su bicicletta, che in barba alle pendenze in doppia cifra hanno dato vita a un inseguimento da togliere il fiato fin sul traguardo.

Cacciatore, per la prima volta in questo Giro, è stata la maglia rosa della Mitchelton-Scott mentre le sembianze della preda le ha vestite il keniano bianco di Sky, anche lui per la prima volta avvistato da solo in testa al gruppo come ai bei tempi dei Tour de France conquistati. Forse memore di quei giorni e probabilmente grazie alla libertà iniziale concessagli proprio dal suo principale inseguitore, ad ogni modo a finire per spuntarla e “graffiare” con ritrovata convinzione la corsa, in questo caso, è stato il nativo di Nairobi, raggiante sulla linea bianca dopo mesi a dir poco duri per lui.

Partito a quattro chilometri dall’arrivo dopo essersi lasciato alle spalle tratti anche al 20% di pendenza e aver sfruttato il lavoro di un monumentale Wout Poels, Froome ha scatenato la sua frullata e in men che non si dica ha preso 10 secondi di vantaggio (poi aumentati) su tutti i principali favoriti. Di metro in metro, per via di quest’azione, la competizione è sembrata sempre più vicina al riaprirsi con nessuno in grado di ricucire e porre un freno al leggero mulinare dell’inglese.

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Tutto ciò fino al cartello dei -3 alla meta quando, raccolte le forze, la maglia rosa ha deciso di forzare la corsa e rimettere le cose in ordine. Con una lunghissima e irresistibile progressione Yates ha staccato i pochi temerari che gli erano rimasti al fianco e si è involato sulle tracce del connazionale in maglia Sky.

Dieci, nove, otto, sette: secondo dopo secondo lungo l’infernale salita, il nativo di Bury si è riavvicinato fino ad annusare la scia del quattro volte vincitore della Grande Boucle e in prossimità dell’ultimo chilometro l’aggancio sembrava veramente cosa fatta.

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Con uno spettacolare colpo di scena però in quel momento sono arrivate tre buie e consecutive gallerie che hanno nascosto a tutti gli sviluppi della corsa e dopo di queste, in un crescendo di suspense, davanti ai due combattenti si è aperta la curva dello stadio naturale (per il ciclismo) più famoso al mondo: migliaia di occhi e corpi, coperti da mantelline e pile colorati, ansiosi di osservare in piedi sui propri gradoni di fango e erba quello che la corsa gli avrebbe riservato nelle ultime centinaia di metri.

Sotto i loro respiri, le loro urla e i loro incitamenti Yates per tutti i 500 metri finali ha provato a chiudere con successo la propria rincorsa ma Froome, digrignando i denti e scatenando sui pedali insieme tutta la paura di esser ripreso e la voglia di cogliere una vittoria di inestimabile valore, ha respinto alla fine il suo bellicoso tentativo di rimonta in un finale palpitante davvero apprezzato dagli astanti in visibilio.

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Dopo di loro è andata in scena la lunga marcia dei ritardatari, da quelli più ambiziosi a quelli che invece hanno solo pensato a portare in salvo le proprie gambe in cima: in mezzo a una nebbia sempre più fitta e una temperatura sempre più bassa c’è chi ha percorso gli ultimi metri impennando come Jack Haig, chi ha fatto partire cori come Ryan Mullen, chi invocato le urla del pubblico come Christian Knees, chi ha brandito il drappo della propria regione come Alessandro De Marchi, chi nel panico si è fatto spingere perché il proprio mezzo lo aveva abbandonato come Kristian Sbaragli. E chi, come un valoroso Sam Bennett, ha avuto l’onore/disonore di terminare ultimo trovando tuttavia la forza per tagliare il traguardo col sorriso per il colorito e rumoroso supporto ricevuto fin sulla linea bianca.

Froome, lungo l’erta conclusiva, ha dovuto scansare dinosauri e altre divertenti pantomime animate trovando in cima gloria e ricompensa; gli altri, chi più chi meno, hanno dribblato sofferenza e sfidato il pericolo del ribaltamento conquistando alla fine una coperta e l’incomparabile soddisfazione di essere arrivati in vetta.

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Una sensazione durata poco però perché il giorno dopo il Giro non ha concesso respiro e ha obbligato nuovamente tutti i rimanenti in gara ad ondeggiare lungo le asperità del bellunese mettendone a dura prova la resistenza fisica e mentale. In questo contesto il primo a cedere il colpo, naufragando negli abissi della classifica e affogando il proprio animo in un mare di delusione, è stato Fabio Aru. Il sardo, sofferente già sullo Zoncolan, ha perso di botto le ruote dei migliori sul secondo passo di giornata (il Tre Croci) trasformando in calvario i chilometri fino all’arrivo di Sappada, località in cui è stata messa definitivamente la parola “fine” alle sue ambizioni.

La crisi comunque era nell’aria: già a Tolmezzo, sede di partenza della quindicesima tappa, il “Cavaliere dei Quattro Mori” aveva mostrato una faccia poco incoraggiante, per niente in linea con il contesto di festa e grande attesa che aveva attorno. La risposta del pubblico del capoluogo della Carnia può essere presa a simbolo di cosa siano le domeniche del Giro: centinaia di persone sorridenti e famiglie raggianti hanno riempito con un lunghissimo cordone umano le strade della cittadina per salutare il passaggio degli atleti, portando spensieratezza e accesa partecipazione prima di ritirarsi tranquilli per godere di un pranzo assieme.

Nera invece era la faccia del portacolori della UAE-Emirates al via e nera era all’arrivo dove, a fargli compagnia, ha trovato un distrutto Chris Froome, passato incredibilmente dall’esaltazione all’abbattimento in non più di ventiquattro ore. L’alfiere del Team Sky, probabilmente rallegrato per il suo 33esimo compleanno, a differenza del campione italiano almeno in partenza era sorridente e disponibile, rispondendo con inaspettata positività alle esortazioni dei tifosi.

Giro d'Italia 2018 - edizione 101 - tappa 15 TOLMEZZO - SAPPADA

In gara tuttavia per lui il clima è cambiato ben presto visto che sul passo impostato dal duo Sunweb-Michelton il britannico non ha potuto far altro che scivolare all’indietro e perdere di nuovo all’improvviso considerazione e terreno in classifica generale. Da lontano ha potuto sentire l’eco dell’ennesimo capolavoro di Simon Yates che, con gli interessi, si è ripreso da tiranno vero quello che gli era sfuggito il giorno prima.

Sul Costalissoio, guardati i compagni d’avventura in faccia, a 17 chilometri dall’arrivo il gemello di Adam è partito inesorabile con una cadenza e un rapporto insostenibile per i suoi rivali che, staccati senza possibilità di replica, hanno potuto solo guardarlo andar via, impietriti dalla straripante e dominante facilità di pedalata del suddito di Sua Maestà. Costui, sfruttando anche la guerra di nervi di chi gli stava dietro, ha guadagnato in salita, in pianura e in discesa su tutti e su Tom Dumoulin in particolare, in difficoltà nel finale ma bravo a salvarsi con freddezza e a soffiare addirittura l’abbuono allo sprint a Pozzovivo e Pinot, i due che più degli altri avevano lottato per distanziarlo.

CYCLING-ITA-GIRO

 

Mosse sottili  e pochi secondi che forse potrebbero risultare utili solo per il secondo posto considerato che, in questo momento, tutti possono solo sottostare alla legge del despota Yates, che conquista (terza vittoria in maglia rosa al Giro come Merkcx, Simoni, Pantani e Nibali, ultimo a riuscirci nel 2013), entusiasma e dispone a piacimento. La crono potrebbe cambiare gli equilibri ma non fermare la foga agonistica, la voglia di vincere dando spettacolo e il desiderio di mettersi sulla mappa da parte del britannico, sicuro come non mai e deciso a replicare i suoi magnifici assoli appena la strada tornerà a scorrere e, soprattutto a salire, sotto la sua ruota sempre più rosa.

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