Giro 101- Tappa 12: La variabile strapazzante

Come per la maionese, dove il cattivo dosaggio e inserimento dell’olio può causarne l’impazzire, anche in una corsa di ciclismo esistono degli elementi in grado di far discostare facilmente l’andamento della competizione dalla sua linearità.

In particolare, escludendo tutto ciò che può essere prodotto dall’essere umano, la prima e più importante causa di questa perdita di prevedibilità rimane il tempo atmosferico, il quale, non per forza attraverso le stesse forme, può alterare la gara facendole prendere pieghe assolutamente imprevedibili: neve, pioggia, vento, grandine possono (da sole o, ancor peggio, combinate) tutte rendere la marcia dei corridori un vero cammino di sofferenza e strapazzarli dal primo all’ultimo diminuendone, a seconda dei casi, drasticamente il rendimento, abbassandone a dismisura le potenzialità e provocando crisi e malanni momentanei o duraturi.

In questo quadro c’è anche però chi, in condizioni sfavorevoli e frangenti di conseguente scompiglio, trova ispirazione e forza per trascinare il proprio corpo oltre i limiti immaginati. Fra il gruppo c’è infatti chi si fa abbattere prima nello spirito e poi nelle gambe dagli avvenimenti atmosferici avversi e chi invece è capace di reagire ed esaltarsi, trovando cinicamente benzina nell’inabilità altrui a sostenere quel clima e nella percezione in quegli istanti di sentirsi un degno rappresentante del genere umano contro le sfide proposte dalla natura.

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Tutto nasce lì, dall’indifferenza che ogni individuo riesce a provare di fronte circostanze ostili: dimostrare prima a sé stessi e poi agli altri di riuscire a produrre il medesimo sforzo sotto la pioggia come sotto al sole è la prima sottilissima arma per demoralizzare gli avversari e incoraggiare sé stessi di essere in possesso di forza e capacità vincenti.

L’avere o meno questo tipo di abilità dipende certamente da individuo a individuo ma vi sono situazioni in cui viene da pensare che qualcuno la abbia di default nelle proprie corde. Per un irlandese, abituato sulla carta al clima e alle intemperie che funestano piuttosto di frequente l’isola, ad esempio è scontato credere che questa predisposizione sia genetica e che semmai eventualmente, a seconda dei casi, possa essere più o meno accentuata.

Sam Bennett rientra evidentemente nella prima specie, quella con una spiccata insensibilità verso il cattivo tempo. Basta vedere come si è comportato sotto il diluvio che ha caratterizzato il finale della dodicesima tappa del Giro 2018 attorno a Imola: alla pioggia insistente e alle folate che gettavano acqua negli occhi e nelle gambe dei corridori l’alfiere della Bora-Hansgrohe ha risposto con un fulmine, quello con cui ai 350 metri dall’arrivo ha bruciato Mohoric, Betancur (in avanscoperta) e tutti gli altri sprinter alle sue calcagna per andare a cogliere il suo secondo successo nella corsa rosa.

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Un trionfo figlio della condizione del 27enne di Wervik, della sua attitudine a resistere sulle salite brevi (di cui ci si era accorti già nella tappa della crisi di Chaves a Gualdo Tadino, terminata molto bene al terzo posto) ma anche proprio della naturale inclinazione a non tormentarsi se all’improvviso deve affrontare un acquazzone.

Lui e la sua squadra hanno preso di petto la tempesta che si è abbattuta sulla corsa, hanno guadagnato le posizioni di testa e con grande attenzione hanno permesso al proprio uomo veloce di colpire e prendersi una vittoria senza lasciare scampo ai rivali (colti di sorpresa dalla sua azione) che lo riporta subito a ridosso di Elia Viviani nella classifica a punti.

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Il veronese, vittima chiaramente di una giornata storta, non è riuscito nemmeno a disputare lo sprint essendo rimasto intrappolato nel secondo gruppo quando il plotone principale, per l’andatura e le condizioni avverse, si è spezzato in due tronconi. Come lui hanno rischiato Carapaz, Pozzovivo e Lopez (pure loro sopresi nelle retrovie nel momento sbagliato e salvati grazie al lavoro tempestivo dei compagni di squadra) come tra gli altri anche Niccolò Bonifazio il quale però, seppur rimasto inizialmente attardato, è stato comunque autore di una grande corsa rientrando sui primi, resistendo sulla salita finale di Tre Monti e andando infine a disputare una buona volata che gli è valsa la terza piazza.

Insomma, una frazione che doveva essere di semplice transito verso le grandi montagne ha rischiato di diventare indigesta per molti e di compromettere seriamente la classifica dei big. Tutto questo perché i corridori reagiscono ciascuno in maniera diversa alle ostilità, approcciano in maniera differente l’arrivo di una perturbazione e, a seconda di questo, si fanno più o meno trovare preparati e predisposti ad assorbire un rovescio o un forte vento contrario.

Mai sottovalutare dunque, nel quotidiano come nello sport, la natura: questa sarà sempre in grado di sorprenderti, pronta a fiaccarti, preparata a infastidirti e, se vuole, a lasciarti il segno. Il livello del dolore o del fastidio dipenderà da quanto tu sarai predisposto ad accettarla, a reagire e a non farti strapazzare. Un esempio? Quello dell’irlandese trionfatore in bici sotto il diluvio di Imola.

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