Giro 101 – Tappa 10: Fuochi d’artificio nel giorno più lungo

Abruzzo, Marche, Umbria. L’entroterra di queste regioni, si sa, è un alternarsi di colline impervie, strade tortuose, fondivalle battuti dal vento in grado di rivelare e farti scoprire in ogni momento scorci unici, borghi medievali e rovine immerse in una natura lussureggiante. Sono però anche terre di inaspettata sofferenza (vedi la tragedia di Rigopiano) e, ciclisticamente parlando, zone che tradizionalmente riservano sempre soprese e tranelli.
Mai sottovalutare un falsopiano, una salita o una discesa da queste parti: apparentemente innocui, ognuno di questi terreni può dare adito a grandi rimpianti e rendere davvero infernale anche un semplice transito in quelle aree. La storia delle due ruote insegna che così è stato in passato e così, puntualmente, è stato anche in occasione della decima tappa del Giro 2018, la Penne – Gualdo Tadino.

Una frazione, quella più lunga di tutta la corsa (239 chilometri diventati poi 244), che apparentemente disegnata per velocisti e fughe si è trasformata in una pirotecnica corsa spacca-gambe a causa dell’imprevista debacle sulla prima asperità di giornata del secondo della generale Esteban Chaves. Non c’è voluto molto prima che gli altri aspiranti alla vittoria finale si accorgessero delle difficoltà del piccolo colombiano, fiaccato da mal di gola e allergia: subito si è scatenato un ping pong in testa al gruppo tra le formazioni dei leader che, tirando, hanno presto dilatato il divario tra il gruppo e l’escarabajo.

Il quale, all’inizio, sembrava con un colpo di fortuna riuscire addirittura a rientrare sul plotone di testa. Rimbalzato infatti fino al gruppetto con tutti i velocisti, dopo i primi due GPM di giornata questo raggruppamento a un certo punto ha cominciato ad inseguire veementemente per colmare i circa due minuti di gap dalla maglia rosa e, sulla spinta dei team degli uomini veloci, il distacco dopo poco è sceso a poco più di un minuto facendo presagire il ricongiungimento.
Su un leggero falsopiano in salita tuttavia il vento e il vigore del gruppo avvisato dell’avvicinamento hanno spazzato nuovamente lontano gli inseguitori e le loro speranze, naufragate definitivamente quando la Quick-Step di Viviani (dando per persa la frazione) si è levata dalla testa dei ritardatari facendo colare a picco in questo modo anche il colibrì di Bogotà, giunto sul traguardo con un ritardo superiore ai 25 minuti.

Una crisi totale e senza possibilità di replica che, senza andare troppo indietro nel tempo, ricorda da vicino la défaillance di Mikel Landa al Giro 2016. Quel giorno la decima tappa portava la corsa da Campi Bisenzio a Sestola e a vincere fu Giulio Ciccone, al termine di una frazione sull’appennino tosco-emiliano affrontata, esattamente come ieri, dopo il giorno di riposo. In quell’occasione Landa, debilitato da un virus gastrointestinale, perse subito le ruote dei migliori sul Passo della Collina e fu costretto al ritiro al km 66 di gara.

Chaves invece non ha abbandonato la gara (il suo male probabilmente non era paragonabile a quello dello spagnolo due anni fa), ha stretto i denti verso Fonte della Cretta ma alla fine ha dovuto arrendersi alle circostanze di gara e al ritmo indiavolato di un gruppo che, senza pietà, non ci ha pensato due volte ad eliminare dalla contesa un pericoloso rivale per il Trofeo Senza Fine.

Resta, ad ogni modo, la strana e quasi uguale sovrapposizione di eventi in queste due decime tappe come resta (ed è da registrare positivamente) la ritrovata combattività del Team Sky e del suo leader Chris Froome, tra i maggiori protagonisti di questa esplosiva frazione. Se infatti la fuga iniziale è stata ripresa e il gruppo di Chaves è andato alla deriva, questo lo si deve anche alla spinta della formazione britannica che finalmente ha battuto un colpo e dato un buon segnale in vista delle prossime difficoltà da affrontare nella seconda settimana.

La Michelton-Scott, incassato il k.o. Chaves, sicuramente ha recepito il segnale e ora potrà prodigarsi tutta a difendere la maglia rosa di Yates (lucidissimo al traguardo volante di Sarnano nel guadagnare secondi e aumentare il suo vantaggio laddove la corsa lo permetteva) senza più dubbi sulle gerarchie interne e sulla conseguente tattica da adottare.

Dubbi invece, verso Gualdo Tadino, proprio non ne ha avuti Matej Mohoric. Il potente passista della Bahrain-Merida, campione nel mondo sia tra gli juniores che tra gli Under 23, voleva dare il primo successo alla sua squadra in questo Giro (aspettando Pozzovivo sulle montagne) e diventare il quarto sloveno con un trionfo parziale al Giro, missione compiuta battendo in uno sprint a due il carneade Nico Denz, al miglior risultato in carriera se si eccettua la classifica degli scalatori all’Etoile de Besseges nel 2017.

Il 23enne di Kranj è quello che, tra i vari che hanno provato a evadere dal gruppo nel finale, aveva più benzina e freschezza di tutti nelle gambe. Più volte ha provato ad andarsene da solo in piano e più volte si è preso dei rischi lungo la discesa dell’ultimo GPM di Annifo (pazzesco il suo controllo della bici in un tornante a 20,5 km dall’arrivo) spendendo un sacco di energie. Alla fine, solo il tedesco della Ag2R è riuscito a resistergli tenacemente e con lui (e il suo desiderio di “mettersi sulla mappa” del ciclismo che conta) si è giocato il successo in volata, prevalendo di forza e dando al suo Paese il curioso primato di essere, dopo l’Italia, la seconda Nazione ad imporsi in almeno una tappa di ciascuna delle ultime cinque edizioni della corsa rosa.

Per Denz (forse) ci sarà un’altra occasione, per Sam Bennett e Enrico Battaglin (già vincitori in questo Giro) quella di Gualdo Tadino sa invece di chance persa con la differenza che l’italiano una nuova possibilità l’avrà già muovendosi verso lo strappo di Osimo, in una frazione mossa e, come ci insegnano le strade del centro Italia, ancora dalle mille soprese dietro l’angolo.

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