Giro 101 – Tappa 9: Lucidità e cinismo per chiudere una lunga prima settimana

Dove non arriva il fisico a volte, si sa, arriva la testa. Se il primo però è totalmente assente, è difficile che la seconda sia in grado di compensare totalmente la mancanza iniziale; al contrario, la seconda lavora meglio ed è in grado di muoversi con lucidità se il primo non assorbe e impegna interamente l’ossigeno respirato e la circolazione sanguigna.

Con il giusto quantitativo di aria e globuli rossi nella zona cerebrale (di solito risultato di una grande condizione atletica da parte dello sportivo) ecco che si può mettere ordine laddove gli altri, non nelle stesse condizioni, mettono invece confusione perché impegnati a tentare di ottenere il miglior risultato possibile sfruttando appieno solamente il proprio corpo.

In tutto questo poi è indubbio che anche alcune determinate componenti extra e situazioni ambientali possono avere il loro peso e giocare un ruolo importante nello sviluppo o meno di questa capacità. Simon Yates è l’esemplificazione, applicata alla nona tappa del Giro d’Italia 2018, di questo teorema.

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Supportato da una gran dose di fiducia e un altrettanto solida squadra (queste sono le variabili di cui si parlava prima), il britannico è andato a conquistare il suo primo successo in questa competizione (il primo di un suddito di Sua Maestà da Cavendish nel 2013) leggendo in maniera splendida tutto il finale di gara e piazzando, grazie alle proprie eccezionali gambe, il colpo del k.o. al momento giusto.

La maglia rosa (ancor più solida dopo la vittoria a Campo Imperatore) sapeva dentro di sé che difficilmente qualcuno aveva in canna lo scatto giusto per distanziarlo e, conscio di questo, non si è fatto impressionare dai vari tentativi di fuoriuscire dal gruppo principale da parte dei vari Ciccone, Pinot e Pozzovivo. Ha lasciato che fossero altri ad andare a chiudere, li ha osservati spendere energie su energie e, approfittando in pratica quindi del loro lavoro, una volta arrivato con il traguardo a tiro ha sfruttato l’ultima esca lanciata dal francese della FDJ per saltarlo e passare per primo sulla linea bianca.

In poche parole, Yates ha compiuto un’opera di grande cinismo e freddezza in cui la forma fisica (la conditio sine qua non) ha consentito al portacolori della Mitchelton-Scott, oltre che allo spunto vincente vero e proprio, di concentrarsi su quello che avveniva intorno a lui, osservare la pedalata degli avversari, comprendere se potevano essere pericolosi e da lì seguire una strategia che si è rivelata vincente.

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Quest’operazione dunque si è tramutata in un’altra gioia per la compagine australiana di Mr. Shayne Bannan, che esce da questa anomala prima settimana di corsa rosa sia con la nuova pressione di essere la squadra da battere ma pure decisamente rinfrancata per lo stato dei suoi due leader, Yates e Chaves. Al netto dello stato attuale delle cose, i due correranno fianco a fianco come capitani pari ruolo fino alla tripletta Zoncolan-Sappada-Crono di Rovereto dopo la quale probabilmente le gerarchie saranno maggiormente delineate.

Intano sono stati bellissimi i messaggi lanciati dal colibrì colombiano in queste prime nove frazioni: in seguito ad un problematico 2017 era fondamentale tornare a sentire l’aria in testa al gruppo e ritrovare le vecchie sensazioni e le vecchie certezze, compito che in questi giorni il secondo classificato al Giro 2016 pare aver portato a termine co buoni frutti. L’impressione è che, sbloccatosi mentalmente e con rinnovati stimoli, Chaves (la cui vittoria sull’Etna e presenza nel finale sul Gran Sasso ha influito e influirà sulle dinamiche di corsa) possa salire ancora di condizione e trarre il massimo profitto da tappe e salite come quella dello Zoncolan.

Affianco a loro, nell’intento comune di distanziare gli uomini più pericolosi a cronometro, potremmo trovare nella seconda settimana Thibaut Pinot e Domenico Pozzovivo. Entrambi in un eccellente condizione, domenica si sono fatti ingolosire da un traguardo che era e sarebbe stato alla loro portata se non avessero corso con generosità e poca lucidità, tentando magari un solo allungo ed evitando di dilungarsi in attacchi lontani dall’arrivo che di fatto hanno finito per trascinare al traguardo i due della Mitchelton.

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A prescindere dall’ultima tappa, tutti e due avrebbero potuto e voluto ottenere di più di qualche piazzamento e qualche abbuono (il lucano nemmeno quelli): sarà interessante vedere se e quanto a lungo riusciranno a mantenere la loro condizione, se andranno incontro a cali e fin dove perciò potranno spingersi in una graduatoria che ora li vede al quarto e quinto posto dietro ai due della formazione aussie e a Tom Dumoulin.

L’olandese, nella difficile tappa con arrivo a Campo Imperatore, è riuscito a difendersi staccandosi nel finale ma resistendo con le unghie e coi denti impostando un passo che gli consentisse di tenere i primi a vista. In pratica la stessa tattica adottata in più di un’occasione lo scorso anno quando, una volta distanziato dagli scalatori, non è mai andato alla deriva grazie proprio all’abilità nel salire regolare col rapporto che gli ha permesso di contenere i distacchi sulle montagne in giusta misura per distanziare poi ampiamente i rivali contro il tempo.

Il copione si potrebbe ripetere in egual modo quest’anno ma prima bisognerà vedere come uscirà soprattutto dalla temibile scalata all’erta friulana. Nel frattempo, il nativo di Maastricht è uscito rafforzato dalla prima settimana e mantiene una posizione di grande vantaggio nei confronti degli altri favoriti per la generale che, in virtù di questo, proveranno in tutte le maniere a infliggergli più secondi possibile prima di Trento.

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Nella stessa zona di classifica occupata da lui ci si sarebbe aspettati di vedere anche Chris Froome, il vero grande sconfitto di questa prima parte di Giro assieme a Fabio Aru. Tutti e due, dalle dichiarazioni della vigilia, è abbastanza chiaro che avevano pensato e lavorato per essere al top negli 7-8 giorni decisivi per tentare l’assalto alla maglia rosa nelle tappe friulano-venete e piemontesi, un obiettivo che sulla carta potrebbero ancora centrare ma che in realtà al momento sembra terribilmente difficile da raggiungere.

Quello che i due infatti non avevano messo in conto è il ritardo (superiore ai due minuti da Yates) con cui invece si trovano ad approcciare le prossime settimane di gara. Il keniano bianco, già piuttosto delicato di suo, sicuramente ha patito la doppia caduta sul fianco destro a Gerusalemme e verso Montevergine ma, a parte questo, nella sua perenne ricerca dell’alta cadenza di pedalata è sembrato privo del cambio di ritmo e della brillantezza che solitamente gli abbiamo visto al Tour. Anche la squadra è sembrata più distante da lui, meno forte, poca pronta alle sue esigenze e spesso troppo indietro sugli arrivi più tortuosi, anche se forse questa impressione è data dalla diversa tattica con cui la Sky sta affrontando in generale questo Giro.

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Ben attrezzata e forse solo mal gestita in alcune occasioni è al contrario la UAE-Emirates dal sardo di Villacidro il quale, come Froome, ha pagato le variazioni di velocità in salita senza avere tuttavia l’attenuante delle cadute e del conseguente scompenso fisico che invece possiede il quattro volte vincitore del Tour. Non c’è dubbio che entrambi proveranno a riprendersi e a dare un segnale ma correre con l’handicap importante del ritardo in classifica, in aggiunta alla pressione di fare risultato, certamente non ne agevola il compito di risalita.

A loro, nel gruppo di quelli che proveranno ad incendiare la corsa per rimediare a una prima settimana funesta, si unirà anche Miguel Angel Lopez che, smaltita la caduta inziale e i primi giorni di difficoltà, in quota pare già aver ritrovato quella gamba e quella verve che lo hanno reso famoso ai più. Senza il capitombolo di Gerusalemme per il colombiano poteva forse già arrivare una vittoria di tappa, traguardo raggiunto invece da un altro sudamericano, l’ecuadoregno Richard Carapaz, maglia bianca dei giovani al secondo giorno di riposo e unica vera sorpresa fin qui di questo Giro.

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A parte l’acuto di Sam Bennett su Viviani (vincitore delle altre due volate) a Praia a Mare, il suo exploit resta realmente l’unico risultato un po’ fuori dal pronostico: mai è arrivata la fuga (nonostante a volte abbia avuto anche un margine considerevole) e mai il vincitore parziale non è uscito dai 4-5 nomi dati in partenza come favoriti dai bookmakers.

A togliere imprevedibilità alla corsa probabilmente, oltre alla freschezza nelle gambe della maggior parte del gruppo, è stato il fatto che, in un Giro molto livellato, gli abbuoni (con la conseguente ricerca della vittoria di tappa e dei piazzamenti) potrebbero aver fatto gola fin da subito a troppi uomini della generale. In questo inizio infatti, specialmente in salita, l’alta andatura impostata da alcuni squadroni (assieme quindi poi alla paura di venir ripresi e di saltare) ha reso impossibile, o quantomeno sconsigliato, evadere dal gruppo e provare azioni che non fossero a ridosso del traguardo, obbligando a ripiegare di conseguenza su un premio di consolazione come quei pochi secondi in palio al traguardo. Tutto questo a vantaggio dei cronoman e a svantaggio degli scalatori i quali fin qui però hanno dimostrato, a parte qualche eccezione, di avere tutti una condizione abbastanza buona e simile fra di loro.

Perciò poche fughe, poco (apparente) coraggio e tanti sprint in pianura come in salita. Le cose ad ogni modo dovrebbero cambiare a partire dal finale della prossima settimana quando il tipo di tappe e di difficoltà (oltre alla fatica accumulata) renderanno più ardua una condotta del genere da parte del gruppo. E allora sì che i tentativi da lontano, ispirati magari dai vari Ciccone (nella miglior forma di sempre), Ballerini, Belkov e Frapporti, potrebbero andare finalmente a buon fine.

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