Giro 101 – Tappa 3: Polvere e Canada

Vento, agglomerati di palme, miraggi di centri urbani, formazioni rocciose prodotto di un’erosione millenaria, vento, sabbia e tanta tanta polvere. È questo lo scenario che per la maggior parte del tempo ha fatto da sfondo alla marcia dei corridori nella terza tappa del Giro 101, quella che in 229 chilometri ha portato la carovana da Be’er Sheva a Eilat traversando da nord a sud il deserto del Negev.

Un paesaggio forse più adatto a una passeggiata sui cammelli che a una corsa in sella a delle biciclette ma, ad ogni modo, si è corso e lo si è fatto con impegno pur seguendo un canovaccio fortemente annunciato (quello della fuga tenuta sotto controllo dal gruppo e ripresa nel finale prima del prevedibile sprint) senza che nessuna uomo o squadra provasse ad apportarvi delle variazioni, come invece è successo esattamente un anno fa quando, nella terza tappa in occasione dell’arrivo a Cagliari, i maestri dei ventagli (gli alfieri della Quick-Step) forzarono la mano e spezzarono il gruppo per consentire a Fernando Gaviria di prendersi vittoria parziale e maglia rosa.

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Verso Eilat di certo le condizioni non erano le medesime e così, con buona pace degli uomini in classifica, si è scivolati a velocità anche piuttosto sostenute verso il rush finale dove, come nel 2017 ma con interpreti differenti, a portare a casa il successo sono stati di nuovo i bianco-blu della formazione belga ed in particolare Elia Viviani, al secondo trionfo consecutivo e già padrone della maglia ciclamino.

Il veronese è stato bravo a respingere l’assalto di Sacha Modolo (secondo dopo il quinto posto a Tel Aviv) e Sam Bennett, autore di una mossa (una deviazione verso le transenne che poteva far cadere l’olimpionico dell’omnium) potenzialmente rischiosa ma non punita dalla giuria.

La corsa rosa si è congedata in questo modo con la terra e il popolo israeliano e ora si appresta a far ritorno in Italia con un australiano in maglia rosa (Rohan Dennis), un Tom Dumoulin con un discreto vantaggio da amministrare sui rivali, un veronese (Viviani) sulla cresta di una fantastica onda e, forse, con un filo di rammarico per una tappa (come spesso è accaduto e accade in questi contesti ambientali e latitudini) dal significato complessivamente povero.

Rohan-Dennis-Maglia-Rosa-Giro-dItalia-2018

Il ciclismo va sempre più dove ci sono i soldi e possiede un innegabile potere di promozione e valorizzazione turistica ma credo che come per i ciclisti non sia bello prendere in una tappa più sabbia e polvere addosso che applausi e incitamenti, allo stesso ai tifosi (quelli di lunga data come i potenziali newcomers) non piaccia veder sacrificata la propria possibilità di ammirare da vicino alcuni dei più grandi assi delle due ruote per una tappa nel deserto. Questo, se a volte la sensibilità e il buon senso potessero prevalere sul potere (decisionale e non) dato dalla pecunia, non accadrebbe.

Nonostante ciò c’è chi comunque ha trasformato il deserto e, più in generale la terra d’Israele, nel proprio personale palcoscenico su cui mettersi in mostra e andare a conquistare, faccia al vento, un piccolo pezzetto di gloria. Nessuno infatti più di Guillaume Boivin potrebbe descrivere meglio gli scenari attraversati dalla corsa: per 321 dei 396 chilometri delle due frazioni lui è stato in avanscoperta, ha lottato contro il vento, il caldo e la sabbia di quelle terre osservandole però con la visuale migliore di tutti, quella aperta di ci sta in testa alla corsa.

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Boivin è un canadese classe 1989, si è avvicinato tardi al ciclismo (a 16 anni) e ha ottenuto solo due vittorie in carriera in nove stagioni da professionista. Appassionato di hockey, in questo Giro corre per la Israel Cyling Scademy (squadra del Paese che ha ospitato in questi giorni le tre tappe inaugurali della corsa) e ha paragonato il corriere in Israele con la maglia della squadra che lo rappresenta all’eventualità che la Stanley Cup si giochi a Montreal (sua città natale). Il suo team in queste tappe aveva come obiettivi quelli di mettersi in mostra inserendosi nelle fughe e di provare a giocarsi il successo negli sprint con Kristian Sbaragli, velocista (non puro) da Empoli: se il secondo è stato mancato, il primo invece è stato centrato in gran parte proprio grazie a Guillaume.

Insieme a questi due poi il candese ha dichiarato che in realtà vi era anche un terzo intento, forse addirittura più importante degli altri, ovverosia quello di “far sognare i giovani e ispirare i ragazzini a bordo strada perché tutto inizia con un sogno”: questo forse sarà accaduto nelle prime due tappe ma difficilmente sarà successo correndo la terza frazione nel deserto del Negev, dove la speranza di Boivin e compagni è probabilmente andata a perdersi in un mare di vento e sabbia.

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