Vivere il Giro delle Fiandre

Dopo il grande successo della Ronde Van Vlaanderen, noi di KmZero Cycling abbiamo intervistato Federico, un ragazzo di Milano, che guidato dalla pura passione, si è fatto più di 10 ore di viaggio per vivere un’esperienza indimenticabile. Dieci domande per scoprire cosa si prova a vivere l’atmosfera unica e fantastica del Giro delle Fiandre:


Ciao Federico, innanzitutto raccontaci qualcosa di te in poche parole.

Ciao a tutti, ho 26 anni e vengo da Milano. Sono un super appassionato di sport e ovviamente di ciclismo, disciplina che seguo da quando avevo poco più di 10 anni e che mi ha consentito di coltivare nel tempo anche un altro grande amore, quello per i viaggi. In bici o per la bici ho infatti potuto visitare alcuni posti davvero splendidi, cornici degne di altrettanto grandi momenti di sport.

Qual è tuo idolo nel ciclismo?

“Fino al 2008, anno del suo ritiro ho avuto un vero e proprio pallino per il “Grillo” Paolo Bettini che coi suoi scatti mi e ci ha regalato dei momenti veramente indimenticabili. Ammetto che è stato difficile colmare il vuoto emozionale causato dal suo addio ma l’esaltante parabola di Vincenzo Nibali ha lenito egregiamente questa mia personale ferita. Attualmente poi ho un occhio di riguardo anche per altri due atleti che per motivi diversi hanno attirato le mie simpatie: il primo è Daniel Oss, uno con la faccia pulita fuori e il fuoco dentro, emblema di cosa possa significare ‘dare tutto’ nel ciclismo e correre con grinta. Il secondo, e alcuni potrebbero restare sorpresi, è Primoz Roglic, sloveno della Lotto-Jumbo, la cui storia semplicemente unica mi ha davvero rapito.”

Come mai questa decisione di andare a vedere il Giro delle Fiandre dal vivo?

“Il motivo in realtà è molto semplice. In compagnia di alcuni miei amici, anche loro fan delle due ruote, eravamo alla ricerca di un posto fuori dal capoluogo milanese dove passare il lungo weekend di Pasqua. Dopo un po’ che discutevamo è venuta fuori la pazza idea di recarci in auto nelle Fiandre e, approfittando della ‘Ronde’, fare un giro nei dintorni. Insomma la corsa dei muri è stata il pretesto perfetto per un fine settimana fuori porta decisamente insolito e non propriamente rilassante (il tragitto studiato da noi ci ha portato a percorrere in soli quattro giorni più di 2300 chilometri tra andata e ritorno, attraversando Francia, Belgio, Lussemburgo, Germania e Svizzera).”

In che posto del percorso eri? E come mai proprio lì?

“Fin dall’inizio l’idea è stata quella di provare a posizionarsi su uno dei due muri decisivi nel finale di corsa. Facendo base a Gand, come si conviene in questi casi, ci siamo alzati molto presto e usufruendo dell’ottimo servizio di navette messo a punto dall’organizzazione abbiamo raggiunto facilmente l’Oude Kwaremont. A quel punto, mentre il pubblico iniziava ad affluire lungo il muro (erano le 10.30) e valutata la situazione, abbiamo preso la decisione definitiva di spostarci a piedi e fermarci invece sul Paterberg, da dove poi effettivamente abbiamo assistito sia al passaggio delle donne che degli uomini. Alla fine quindi abbiamo sacrificato un passaggio (sul Kwaremont gli uomini sarebbero passati tre volte, mentre sul Paterberg solo due) per vedere i corridori in un punto con pendenze più arcigne e potenzialmente più risolutivo per la corsa stessa.”

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Com’è stata l’atmosfera pre e post gara?

“Personalmente già l’avvicinamento ha avuto un suo fascino: il solo approcciare punti e salite che hai sempre solo sentito nominare o visto in televisione è bastato per mettermi i brividi e darmi ulteriore carica. In generale poi è stato davvero difficile e allo stesso tempo incredibile realizzare di trovarsi effettivamente lungo strade e metri che hanno fatto la storia del ciclismo, vedere coi propri occhi le pietre e le asperità che hanno messo le ali a molti come scritto la parola ‘fine’ sulle aspirazioni di tanti altri. L’assenza della pioggia, qualche birra (che in Belgio non manca mai) e la presenza di un mega schermo strategicamente posizionato sulla vetta hanno poi, in definitiva, sia reso l’attesa più piacevole che permesso un aggiornamento più agevole sugli sviluppi della gara. Al termine è stato quasi straniante vedere le colline interessate dal passaggio svuotarsi e tornare completamente silenziose, mentre i tifosi in maniera ordinata e composta riguadagnavano chi la via dei mezzi pubblici chi quella della propria auto o del proprio camper.”

Si dice che in Belgio il ciclismo sia come una religione: hai percepito anche tu questa cosa? Se si, come vive l’appassionato belga di ciclismo la gara?

“Assolutamente, quello che sorprende di più è il rispetto e la passione che i belgi hanno per il mezzo della bicicletta. Tutti dappertutto si fermano al passaggio di un velocipede anche se questo non ha la precedenza. Per quanto riguarda la corsa, i belgi la vivono in maniera davvero calorosa e viscerale, sentendo l’avvenimento e contagiando con il proprio tifo, competenza ed entusiasmo (questo favorito anche dal tasso alcolico nelle loro bene durante la giornata) anche i tifosi esteri. A proposito, erano tantissimi i sostenitori non locali: noi avevamo affianco un gruppo di tifosi baschi (hanno sostenuto con molto orgoglio la propria provenienza), quattro ragazzi statunitensi trasferitisi da alcuni anni in Lussemburgo e due signore molto vicine alla famiglia di Tiesj Benoot. Un pubblico variegato quindi in cui gli italiani, anche se presenti, erano in numero decisamente inferiore rispetto agli scorsi anni secondo quanto riportatoci dai diversi venditori di frites presenti da anni sul percorso il giorno della gara.”

Al passaggio dei corridori, chi ti ha colpito di più? Chi era il più in forma?

“Al primo passaggio sul Paterberg mi ha sorpreso la freschezza e l’apparente facilità di pedalata (a posteriori ingannatrice) di Michal Kwiatkowski che pareva proprio avere una marcia in più rispetto agli altri big presenti nel gruppo di testa dove, dalla mia posizione (nel punto con la massima pendenza della collina belga, a 70 metri metri dalla vetta), ho colto alcune istantanee molto nette: la smorfia di dolore di Sagan, la posizione arretrata di Nibali (esattamente a metà gruppo), la minacciosa macchia blu dei Quick-Step in testa al gruppo.

Prima del secondo passaggio invece avevamo già capito che con quel vantaggio (e quelle gambe) Terpstra avrebbe vinto la corsa, quindi è stato un gioioso accompagnare il corridore olandese verso la gloria. Dietro gli inseguitori non sono apparsi rassegnati mentre transitavano sull’ultimo Paterberg ma probabilmente loro, come noi, avevano intuito che sarebbe stato difficile chiudere sull’atleta della Quick-Step. A impressionarmi in questa occasione allora è stato il passo che aveva un Mads Pedersen ancora non troppo distante da Terpstra e sopratutto la fatica di quelli che, comunque già staccati e senza più alcuna ambizione, hanno voluto passare seppur stremati sull’erta (Burghardt ad esempio) e chiudere la corsa. Da italiano infine mi è dispiaciuto molto veder attardati sia Trentin che Modolo, entrambi ben presenti in testa durante il primo passaggio, mentre è stato molto bello esaltarci con orgoglio per l’attacco di Nibali nell’ultimo giro prima di vederlo staccato sul Paterberg nel finale.”

Meglio andare a vedere una tappa di un grande giro o una classica?

“Non saprei, è difficile rispondere a un quesito del genere e sopratutto pesare le due cose. Credo che non preferirei una o l’altra visto che entrambe le tipologie di gare possono darti molto a livello di emozioni e atmosfera generale. Ovviamente a seconda dell’importanza della classica/tappa e del tipo di posta in palio e quindi delle connotazioni legate alla gara questa potrà essere più o meno sentita di altre classiche o di tappe ‘minori’. Tra una grande classica e una tappa decisiva di un grande giro però io non saprei proprio cosa scegliere, probabilmente farei di tutto per seguirle entrambe dal vivo.”

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La prossima gara dal vivo? La Parigi-Roubaix?

“Avendo solo pochi giorni di ferie e dovendo rientrare a lavoro non sarà possibile assistere sul percorso alla Roubaix. Credo che per me il prossimo appuntamento ‘sul campo’ saranno le tappe alpine del Giro d’Italia in programma negli ultimi due weekend di maggio.”

Se dovessi dare un pronostico per le prossime gare, chi vedi favorito? Parigi-Roubaix, Liegi, Giro d’Italia e Tour de France

“Per i prossimi due monumenti non vedo come favorito un singolo uomo ma un team intero che è la Quick-Step, dominatrice assoluta e (quasi) senza rivali delle classiche del nord finora. Ad oggi hanno corso in maniera eccezionalmente solida, non puntando su un leader solo ma sfruttando la pericolosità e le qualità vincenti di ogni singolo corridore a roster. Per la classica delle pietre punterei ancora forte su di loro mentre per quanto concerne la più pregiata delle classiche delle Ardenne il dominio nelle gare di un giorno dei biancoblu (che punteranno tutto o quasi su Alaphilippe) potrebbe essere messo in pericolo da altri uomini particolarmente dotati per quel tipo di tracciato e, fra questi, la mie speranze saranno riposte nella classe di Vincenzo Nibali ma il mio pronostico probabilmente sarà tutto a favore di Aleajandro Valverde, a cui quest’anno la vittoria viene facile come forse mai in carriera. Le sorti delle due grandi corse a tappe (e il mio pronostico di conseguenza) sono invece legate alla presenza al via o meno di Chris Froome, il cui caso salbutamolo speriamo venga risolto presto e sopratutto prima del via di queste due manifestazioni che non meriterebbero di esser falsate e veder riscritto il proprio albo d’oro. In sua assenza metterei le mie fiches su Fabio Aru per la Corsa Rosa e sempre sullo “Squalo dello Stretto” per la Grande Boucle.”


Ringraziamo Federico per la bellissima intervista che ci ha concesso! Veramente un’occasione unica per sentirsi partecipi, anche se da casa, di una festa dello sport meravigliosa e sicuramente indimenticabile.

Grazie Federico e alla prossima!!!

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