Bikeinprogress

Luca è un ragazzo che vuole approfittare della sua passione per metterla a disposizione di un obiettivo nobile e interessante: raccontare l’Italia con una bicicletta. Bikeinprogress riflette tutto ciò. Un progetto molto bello e affascinante; un’occasione per vedere paesaggi incredibili con gli occhi della rete e di un social network. Il suo fondatore è riuscito ad unire le tre cose che ama fare di più: viaggiare, fotografare e pedalare.
Con questa “scusa” Luca sta conoscendo sempre più persone con le sue medesime passioni. Viaggiare insegna ad affrontare qualsiasi situazione in totale autosufficienza e ad oltrepassare tutte le difficoltà; sviluppa il “problem solving“, qualità tanto richiesta al giorno d’oggi. Qui di seguito troverete il racconto di uno dei suoi viaggi, visto attraverso gli occhi di un appassionato di biciclette e di nuove avventure. Il diario di viaggio di Luca si compone di foto, di un profilo Instagram e di tanta passione!
Buona lettura!

Oltre al manubrio solo una cosa accomuna tutte le foto del diario di viaggio “bikeinprogress“: la luce giorno.

Mari e monti, città e campagne, strade e ponti, ovunque ogni foto è risaltata dalla luce del sole, i colori sono i protagonisti.
Sono rare le foto notturne, quasi del tutto assenti.
La domanda viene quindi spontanea… perché? perché bikeinprogress non documenta i cieli stellati e i panorami illuminati dalle luci cittadine?
Probabilmente perché di notte si dorme, o perché le foto non rendono al buio, o magari perché di notte non si vede un mazzo di niente. Nulla di tutto ciò!!
Il vero motivo è che…
Quella sera io e Simone, il mio compagno di viaggio, decidemmo di provare l’ebbrezza dell’uscita notturna.
Guai ad uscire di casa senza prima aver mangiato almeno due etti di pasta a testa, a maggior ragione se l’uscita prevede grandi salite.
E giusto per non farsi mancare niente, una buona bottiglia di vino non può mai mancare.
Soddisfatti dalla cena casualmente ci ricordammo di esserci ritrovati per una simpatica biciclettata notturna.
Caffè espresso e via, pronti a pedalare!
Aspetta un attimo, chi è quel tizio che si sta avvicinando?
Accecati dal riflesso della sua fronte alta riuscimmo a riconoscerlo, cavolo era il nostro preparatore altletico! “Nascondi il vino Simone! E’ arrivato il Coach!”.
Afferrando il pacco di pasta da mezzo chilo vuoto ci fulminò con sguardo affranto e in quell’istante il tempo pareva essersi fermato.
L’attesa è essa stessa il piacere dicono, ma in quel momento più che piacere si percepiva la calma prima della tempesta.
Si accese una sigaretta e disse: “vi divertite eh?? ci si allena così? Avete 30 anni per niente. Questo vino lo finisco io e voi andate in giardino che ora vi spetta la penitenza”.
E fu così che coach Pino, un po’ per farcela pagare e un po’ per invidia, cominciò a rasare i lunghi capelli del povero Simone. Questione di aereodinamicità, disse.
Allibito dalla scena afferrai la bici e cominciai a pedalare prima che arrivasse anche il mio turno.
Simone, più aereodinamico che mai, afferrò lo zaino e cominciò a seguirmi.
Riuscimmo fortunatamente a seminare il coach, dopotutto ci aveva allenato molto bene.
Il sole ormai era sparito ed il nostro tour notturno era quindi iniziato, ancora non immaginavamo tutti gli ostacoli che ci avrebbero atteso verso la meta prestabilita: la cima dei Colli Euganei.
Dopo 2 camere d’aria cambiate, 1 copertone, 1 borraccia persa, 1 fanalino bruciato, il dubbio di aver perso le chiavi dell’Alfa Romeo e dopo chilometri su chilometri su chilometri alle spalle, finalmente attraversammo il tratto di pianura padana per arrivare a destinazione.
E finalmente eccoli, i bellissimi colli di forma vulcanica.
Tanto belli quanto alti.
Niente rimpianti, su le maniche, torcia accesa, acqua finita, si sale.
Eraclito disse che la via in su e la via in giù sono la stessa medesima via, ma probabilmente nell’antica grecia non esisteva ancora la bicicletta.
Primo sentiero, prima salita.
La strada si faceva sempre più buia ed il bosco sempre più fitto, lentamente salivamo.
A fatica si intravedeva il cielo ed il silenzio si faceva sempre più assordante. La situazione stava diventando quasi mistica, ogni minimo rumore si percepiva sulla pelle, le ruote della bici scricchiolare sulla strada, il fruscio delle foglie, Simone che digeriva la pasta, qualche cane che abbaiava in lontananza, il canto delle cicale, un cinghiale tra noi, un cinghiale tra noi??!! Che ci fa un grosso e grasso cinghiale selvatico tra noi??
Sono questi i momenti in cui rifletti su quanto ami la bicicletta e su quanto in quell’istante vorresti essere in una macchina.
Simone, gli dissi, sei stato un grande amico. Ti ho voluto bene… addio.
Impassibili ci fermammo, come fossimo di fronte ad un orso (o come fossimo di fronte a Coach Pino).
Tra noi tre cominciarono una serie di sguardi alla Clint Eastwood, neanche fosse stata una partita di poker.
Il triangolo no, non l’avevo desiderato.
Nessuno voleva fare la prima mossa, così di colpo scappammo in tre direzioni diverse… salvi.
Dopo aver recuperato Simone, decidemmo che il bosco non faceva per noi, meglio percorrere strade illuminate.
Attraversando il suggestivo borgo del poeta Arquà Petrarca continuammo a salire verso l’irraggiungibile vetta.
Sarà stata l’adrenalina dall’incontro col grosso cinghiale o l’aereodinamicità di Simone, ma arrivammo presto in cima.
Wow, ne valse la pena, il panorama era stupendo. Le luci brillavano sotto ai nostri occhi. Tutto questo non aveva prezzo!
Incantati, stavamo quasi per dimenticare tutta la strada del ritorno ancora da affrontare.
Fortuna ce lo ricordarono cinque jeep che, sfrecciando giù dal monte, ci lasciarono immersi in una nube di polvere.
Dopotutto tutti conoscono il famoso traffico delle 2.00 di notte nel parco regionale dei colli euganei.
Tralasciando pause varie, grappa, amaro, torta e mezza sigaretta, ripartimmo verso casa, la strada era ancora lunga.
La discesa è sempre sottovalutata, vero che “tanto non bisogna pedalare”, ma bisogna però anche frenare, provate per esempio a chiederlo all’alberello che Simone sfondò con la schiena.
Nonostante qualche graffio superammo anche la discesa, l’unica cosa che ci poteva consolare erano le due freschissime birre che ci aspettavano all’arrivo.
Ma chi chiamare alle 4 del mattino per placcare la nostra sete?
“Pronto coach? siamo noi. Scusi l’orario ma stiamo tornando e avremmo sete”. Riattaccò senza dire una parola.
Ultimo scatto, ultimi dolori, ultime ore di buio.
Fortuna che il coach conosceva bene i suoi polli, che meraviglia ammirare l’alba con una birra ed un cornetto.
Se da ogni una crepa entra la luce, noi quella notte avevamo sfondato il muro.
Ogni foto del diario di viaggio #bikeinprogress ha una storia da raccontare, tutte rigorosamente alla luce del sole.
Se vuoi continuare a seguire il suo viaggio clicca qui

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